Quadrimestrale di cultura civile

Caritas in veritate, contributi da ilsussidiario.net

di Redazione /

La crisi spiegata a chi ancora non l’ha capita di Luigi Campiglio, Prorettore e Docente di Politica economica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano La lettera enciclica di Benedetto XVI Caritas in Veritate si colloca nella tradizione delle grandi encicliche attraverso cui la centralità dell’umano viene riaffermata come il nodo centrale dell’universalismo cristiano, nella continuità del dialogo aperto da Paolo VI con la Populorum Progressio nel 1967 e da Giovanni Paolo II con la Sollicitudo Rei Socialis nel 1987, con un’esplicita ispirazione iniziale a San Paolo, da cui prende le mosse il titolo stesso dell’enciclica, e il cui Anno Paolino viene ricordato in suggello a chiusura. La domanda centrale che l’enciclica si pone è quali siano i grandi mutamenti strutturali avvenuti a partire dal 1967, e di cui la Chiesa deve farsi carico, e fra questi il fenomeno della globalizzazione emerge come il dato nuovo centrale, con il quale si intrecciano una molteplicità di aspetti, fra i quali spicca, per la sua attualità, la grande crisi in corso, la cui propagazione dagli Stati Uniti e dal mondo della finanza data ormai già da due anni. Poiché comincia a farsi strada l’idea che questa crisi non sia molto diversa dalla altre e quindi fra poco si potrà tornare senza più pericoli all’esuberanza del passato questa lettera enciclica merita di ricevere risposte intellettualmente rigorose e rispettose di una visione dell’economia al cui interno ogni uomo, con la sua vita, è al centro del meccanismo sociale, e non una pagliuzza in balia dei capricci di un mondo imprevedibile. Già Giovanni Paolo II, nel 2000, aveva sollecitato una «nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini», ma solo un pugno di intellettuali ha finora raccolto quella sfida. L’economia civile e di comunione, a partire dalla comunità familiare, le imprese sociali, il ruolo della gratuità e del dono, una economia delle capacità, il concetto di bene comune, il ruolo della sussidiarietà sono solo alcuni esempi della frontiera intellettuale di cui il nostro Paese è centro di elaborazione. Vi è la necessità di una visione più ricca e articolata del funzionamento delle economie e delle imprese moderne, per far in modo che si realizzi una più equilibrata distribuzione dei benefici potenziali della globalizzazione ed evitando che il costo della prima crisi globale del XXI secolo si scarichi su gruppi sociali che non ne hanno alcuna responsabilità e che richiedono quindi una legittima “protezione”. L’enciclica fornisce una solida cornice intellettuale al cui interno è possibile cercare risposte, che richiedono comunque un disegno culturale nuovo, un esplicito sistema valoriale di cui l’uomo sia il perno, nella consapevolezza che il bene comune richiede l’intenzionalità di comportamenti nuovi per essere conseguito. A fondamento della globalizzazione vi è la necessità di una collaborazione dell’intera famiglia umana, un obiettivo necessario allo sviluppo e alla pace, ma non semplice da realizzare, vista la scarsa considerazione nella quale troppi paesi tengono la famiglia, a partire dall’Italia che da ormai sessant’anni disattende uno dei fondamenti della Costituzione. Ma se è semplice chiamare fratello chi lo è per il fatto di avere gli stessi genitori, lo è meno quanto più ci allontana dalla comunità stretta, e ciò nonostante la solitudine sia, come denuncia l’enciclica, una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare. Perché la globalizzazione dia i suoi benefici è necessario un meccanismo di sussidiarietà, ma esso sarebbe destinato a crescenti difficoltà senza il valore della carità nella verità, che dà il nome all’enciclica. La globalizzazione affronta in modo aperto la questione delle migrazioni, poiché va ricordato che esiste una peculiare asimmetria morale per il fatto che la libertà di lasciare il proprio paese non determina il diritto a entrare in un altro. Ma chi emigra è spesso spinto dall’urgenza della fame ed è per questo che l’enciclica affronta, in una prospettiva globale, la questione della sicurezza alimentare, così come della disponibilità di acqua. La globalizzazione è una rivoluzione sociale e la nuova enciclica contribuisce a una sua corretta comprensione, oltre che fornire strumenti per una possibile soluzione. La testimonianza di Cristo, al cuore dello sviluppo Intervista a Angelo Scola, Patriarca di Venezia Molti commentatori, a due giorni dall’uscita dalla Caritas in veritate ne hanno sottolineato gli aspetti più innovativi da un punto di vista filosofico, economico ed etico di fronte alla grande crisi economica. Ilsussidiario.net ha raggiunto il Patriarca di Venezia, Cardinale Angelo Scola, per entrare con lui nel merito dell’ultima enciclica sociale. Eminenza, qual è la portata della sfida che con la Caritas in veritate il Papa lancia al mondo contemporaneo? Dopo una prima attenta lettura, non esito a dire che ha una portata veramente storica. Per la prima volta in termini così espliciti e diretti, quasi tecnici, il magistero pontificio fa una proposta, sottolineo proposta, di innovazione radicale in ambito economico. In che cosa consiste l’originalità di questa enciclica, nell’ambito della tradizione costituita dalle altre encicliche sociali? La sua originalità emerge in due punti che, a mio giudizio, rappresentano i cardini del documento. Il Papa parte dalla “ragione economica” (per due volte nel testo ricorre questa espressione) e mostra come la sua proposta si innesti in domande che sorgono dall’interno dell’economia. La Caritas in veritate non è una sorta di verniciatura che si sovrappone ad un sistema economico già in sé compiuto, ma raccoglie le domande inevase che vengono dall’economia e da suggerimenti per una nuova “civilizzazione dell’economia”. In secondo luogo il contenuto fondamentale di tali suggerimenti è dato dal “principio di gratuità” e dalla “logica del dono tesa alla costruzione di una fraternità”. Solo da qui può venire lo sviluppo integrale dell’uomo. Sono molti gli esempi e le descrizioni proposte dal Santo Padre in chiave direi “tecnica”, di come questo principio di gratuità sia intrinseco all’economia. In tutto questo io riscontro una radicale novità. Perché un uomo del nostro tempo impegnato con la realtà (economica ma non solo) dovrebbe accettare di confrontarsi con quanto scritto e suggerito dal Papa? Perché, se è un osservatore appassionato e attento di tutta la realtà, non può non avere nel cuore - soprattutto in quest’epoca - una serie di domande irrisolte. Domande assai concrete, relative alla vita personale e sociale, a problemi materiali e spirituali che trovano in questa enciclica delle piste nuove e convincenti per essere affrontate. Basta sfogliare l’indice per rendersene conto. Il Papa è molto chiaro e netto nella Caritas in veritate sulla natura del cristianesimo. Questo è anche un giudizio sulla Chiesa e sul cristianesimo nel mondo contemporaneo? Sì, questo è un insegnamento che deve far riflettere tutti noi cristiani. Non mi piace il generico riferimento alla Chiesa, perché essa è un soggetto di comunione che, in ultima analisi, riposa nella persona di ciascuno di noi. Tocca al magistero della Chiesa, soprattutto al magistero di Pietro - perché Gesù questo ha ordinato -, proporre un insegnamento. La Caritas in veritate implica sicuramente da parte di tutti noi cristiani una precisa autocritica circa il nostro modo di stare dentro la realtà contemporanea. Cosa chiede il Papa ai cristiani impegnati nella società? Il Papa chiede il coraggio umile di mostrare le ragioni adeguate per incontrare la bellezza dell’avvenimento di Gesù Cristo dall’interno della propria vita quotidiana fatta di affetti, di lavoro e di riposo. Occuparsi di economia, di impresa, di diritti e di doveri, di vita, di tecnica, di fraternità, significa prendersi cura di tutto l’umano. Ai cristiani è chiesto di assumere questo insegnamento papale domandando con umiltà al Signore l’energia di rinnovare la propria esperienza e la propria testimonianza. «L’annuncio di Cristo è il primo fattore di sviluppo». Cosa vuol dire? Vuol dire che al cuore dello sviluppo non ci possono essere delle strutture, che sono solo delle condizioni per lo sviluppo, ma ci deve essere l’uomo. Come ha insegnato la Gaudium et Spes, in Cristo l’uomo può scoprire il suo vero volto. Cristo vive oggi attraverso i cristiani, Dio ha bisogno degli uomini. Quindi annunciare Cristo attraverso la propria vita, dentro tutti gli ambiti della propria esistenza, è la prima condizione dello sviluppo. I punti saldi della nuova enciclica di Flavio Felice, Docente di Dottrine economiche e politiche, Pontificia Università Lateranense Il 29 giugno 2009, festa solenne dei santi Pietro e Paolo, Benedetto XVI ha firmato la sua terza enciclica, la prima del suo Magistero sociale. Il 13 giugno 2009, durante l’udienza concessa ai soci e ai corsisti della Fondazione “Centesimus Annus”, il Papa aveva sostenuto la necessità di ripensare i «paradigmi economico-finanziari dominanti negli ultimi anni». Secondo il Pontefice, proprio «la crisi finanziaria ed economica che ha colpito i Paesi industrializzati, quelli emergenti e quelli in via di sviluppo, mostra in modo evidente come siano da ripensare certi paradigmi economico- finanziari che sono stati dominanti negli ultimi anni». Il Pontefice, parlando di economia di mercato, cita un passaggio decisivo della Centesimus annus del 1991, ritenendo che «la libertà nel settore dell’economia deve inquadrarsi in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale, una libertà responsabile il cui centro è etico e religioso». A questo punto del discorso il Papa ricorda ai presenti l’imminente pubblicazione dell’Enciclica dedicata all’economia, al lavoro e allo sviluppo: la Caritas in veritate. L’enciclica sociale sullo sviluppo che nelle intenzioni del Pontefice celebra e aggiorna la Populorum progressio di Paolo VI del 1967. È stata proprio l’enciclica di Paolo VI a insistere, oltre che sull’apprezzamento della cultura e della civiltà tecnica che contribuiscono alla liberazione dell’uomo, anche sul «dovere gravissimo», che incombe sulle Nazioni più sviluppate, di «aiutare i Paesi in via di sviluppo». Con riferimento all’enciclica firmata ieri, Benedetto XVI ha detto ai soci e ai corsisti della Fondazione “Centesimus Annus”: «Come sapete, verrà prossimamente pubblicata la mia Enciclica dedicata proprio al vasto tema dell’economia e del lavoro: in essa verranno posti in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale». Nell’occasione, Benedetto XVI cita un passaggio della Centesimus Annus: «Come la persona realizza pienamente se stessa nel libero dono di sé, così la proprietà si giustifica moralmente nel creare, nei modi e nei tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per tutti». Mercato, proprietà, impresa, profitto, lavoro assumono un significato cristianamente consistente nella misura in cui il centro è Cristo; Cristo redentore che, rivelando Dio all’uomo, rivela l’uomo all’uomo. Il mercato dunque può assumere i caratteri cristiani della “relazionalità”, la proprietà assume la cifra della “responsabilità”, con il lavoro l’uomo - creato a immagine e somiglianza del Padre-Creatore - “soggettivamente” partecipa in un certo senso all’“opera creatrice” del Padre-Creatore, l’impresa è la “comunità” di lavoro nella quale sperimenta il suo profondo legame con l’umanità intera e il profitto è uno dei tanti (ma indispensabile) “parametri” per misurare la corretta (responsabile) allocazione dei beni della terra. Al centro della riflessione della Caritas in veritate troveremo la questione dello sviluppo integrale della persona. Ricordiamo quanto riconosciuto e proposto da Giovanni Paolo II e ripreso dallo stesso Benedetto XVI durante l’udienza del 13 giugno: «Un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia». Il senso di queste affermazioni, confermate e rafforzate da Benedetto XVI, incontra un caposaldo della tradizione dell’“economia sociale di mercato”: le attività economiche, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizzano mai in un vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un determinato contesto culturale, le cui matrici possono essere riconosciute e apprezzate ovvero trascurate e disprezzate. In questa prospettiva, una sana “economia di mercato”, “economia d’impresa”, “economia libera” - ovvero un capitalismo rettamente inteso - sono sempre limitate da un ordine giuridico che le regola e da istituzioni morali, come ad esempio la famiglia e la pluralità dei corpi intermedi che, nel rispetto del principio di sussidiarietà orizzontale, interagiscono con esse e le influenzano, essendone esse stesse influenzate. L’economia di mercato è sempre plasmata dalla cultura nella quale essa vive, e a sua volta, è influenzata dalle azioni e dalle abitudini quotidiane di coloro che la pongono in essere, poiché le azioni dei singoli influenzano la qualità della vita all’interno della società. È questo il “personalismo metodologico” che ha pervaso il Magistero sociale di Wojtyla e che continuerà a plasmare la cura pastorale di Benedetto XVI anche in ambito socio-economico. La Chiesa non gioca in difesa Intervista a Stefano Zamagni, Presidente dell’Agenzia per le Onlus È stata presentata ieri la terza enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, che reca come sottotitolo “Sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”. Dei principali temi affrontati dal documento ilsussidiario.net ha parlato con Stefano Zamagni, economista: dalla divisione tra sfera economica e sfera sociale, al principio di fraternità e a quello di sussidiarietà, passando per il bene comune e la giustizia. Per arrivare alla crisi economica, «dominata dall’ethos dell’efficienza». Ma l’enciclica non contiene solo una critica, dice il professore; propone soluzioni. Professore, ogni enciclica vuole aiutare a capire i “segni dei tempi”. Quali sono le sfide di oggi alle quali la Caritas in veritate vuole dare una risposta? Dirò subito che questa è un’enciclica molto innovativa, perché non si limita, come ha detto lei, a una lettura dei segni dei tempi, ma va oltre: indica quali sono le linee lungo le quali muoversi se si vogliono risolvere i problemi che vengono denunciati. Rerum novarum e Centesimus annus sono state encicliche che hanno parlato in difensiva: la Chiesa esprimeva perplessità e dubbi e invitava gli uomini di buona volontà a correggere gli errori del sistema. Ma questa mi pare più propositiva. Qual è, a suo modo di vedere, il vero centro dell’enciclica? La critica e l’invito a superare la dicotomia tra la sfera dell’economico e la sfera del sociale, caratteristica dei due sistemi dottrinari ideologici che hanno dominato il ‘900: l’anarco-liberismo e il socialismo. Per entrambi l’economico, ripudiato o accettato, era la sfera “cattiva”, consistente nella massimizzazione del profitto a scapito dei diritti degli altri. Opposto a questa stava il sociale, come ambito di chi tentava di controbilanciare quello che di malato e perverso avveniva nell’economico. È una divisione che ha avuto fortuna, le pare? Certamente. È venuta da qui l’idea del welfare state: lo Stato interviene nella società per redistribuire i beni derivanti dagli errori del mercato. E i cattolici? Il ruolo dei cattolici, ritagliato nel sociale, è sempre stato visto come un correttivo. Nella Caritas in veritate il Papa dice no a questa impostazione, perché gli elementi della socialità, come solidarietà e fraternità, devono “entrare” nell’economia e non starne fuori. È il superamento della logica dei due tempi: prima si fanno i soldi e poi si pensa alla redistribuzione. È una logica sbagliata, perché quando si mette mano alla redistribuzione potrebbe essere troppo tardi. E se io per ottenere quella ricchezza offendo la dignità delle persone, ogni redistribuzione diventa tardiva perché la dignità non può essere compensata. Il principio di fraternità nell’enciclica assume un ruolo centrale. Perché? Perché la società fraterna è anche solidale, ma non è vero il contrario. Prendiamo una società di socialismo reale: è solidale ma non fraterna. La fraternità è il principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di essere diversi. Uno deve poter essere libero di manifestare dentro la sfera economica la propria credenza a certi valori o una visione della società. Senza che questo sia compito dello Stato. È allo sviluppo della persona che si lega il concetto di giustizia, affrontato fin dall’introduzione? Sì. C’è un concetto forte di giustizia che va oltre il mero rispetto delle leggi e che sta nel consentire a ciascuno, e a ciascun gruppo sociale, di esprimere il proprio potenziale e le proprie risorse. Ed è per questo che il Papa giustifica il principio di sussidiarietà. Perché se uno si chiede: come si può concretamente realizzare la società fraterna? La risposta è: applicando il principio di sussidiarietà. Una solidarietà senza sussidiarietà, aggiunge il Papa, scade nell’assistenzialismo e quindi nel dogmatismo statocentrico. Nell’enciclica la sussidiarietà è estesa oltre limiti dello Stato. Come mai? Oggi il principio di sussidiarietà non può più venir limitato all’ambito nazionale, ma dev’essere applicato a livello globale. Ecco perché il Papa parla di una governance globale di tipo sussidiario. Globale ma di tipo poliarchico: basata cioè su una pluralità dei centri di potere, perché il potere non può stare nelle mani di uno solo, anche fosse la persona più illuminata. E la modalità attraverso la quale mettere le regole deve essere sussidiaria. Qual è la “risposta” della Caritas in veritate alla crisi economica? La crisi è figlia di due errori ideologici che hanno dominato gli ultimi trent’anni. Il primo è l’ethos dell’efficienza: l’idea secondo cui i diritti della persona vengono tacitati se questa non è efficiente, se non “vale” secondo criteri dettati dal principio dell’efficienza stessa. Oggi l’ideologia dell’efficienza regna sovrana e viene brandita come spada per legittimare lo status di tante diseguaglianze: se sei più povero di me è perché non vali niente. I manager superpagati, invece, erano così efficienti che hanno fatto fallire le banche. Dunque la crisi affonda le sue radici più in un problema umano che strettamente tecnico? Ma l’ethos dell’efficienza è proprio questo: il mito che si afferma quando viene negata la centralità della persona. L’altro errore invece è l’ideologia dell’impresa come merce: una merce come tutte le altre, che può essere comprata e venduta in base alle convenienze del momento. Ma questa è una novità assoluta, perché per secoli l’impresa è stata vista al contrario come un’istituzione destinata a durare nel tempo. Senza contare le conseguenze per i lavoratori. Più che di lavoratori parlerei di complessiva perdita di senso del capitale umano. Esso non può avere significato soltanto in quanto aumenta il prezzo di mercato dell’impresa. Così facendo viene eliminata la relazionalità, cioè il fatto che la persona umana è il vero fondamento dell’attività di impresa. La crisi ha rimesso in discussione i fondamenti del mercato. Qual è il fattore principale che gli permette di funzionare? La finalizzazione al bene comune. In questo l’enciclica riprende la linea di pensiero dell’economia civile. Personalmente ne sono lieto, perché l’enciclica ha sposato la mia linea, cosa che non mi aspettavo. Mentre l’economia capitalistica è finalizzata alla massimizzazione del profitto, l’economia civile è finalizzata alla massimizzazione del bene comune. Il tuo bene deve andare d’accordo col mio bene, che quindi non può prescindere dal tuo e da quello dell’altro. Il concetto di bene comune - altro caposaldo dell’enciclica - è anti individualistico, perché riconosce la dinamica relazionale propria della persona. Qui viene fuori tutta la ricchezza dell’impostazione cattolica. Perché? Perché il bene comune non è sacrificio, ma armonia di rispettivi interessi: io devo fare il mio interesse, ma non contro il tuo. È il concetto che stanno diffondendo da anni le Economie di comunione del movimento dei Focolari e Compagnia delle opere. Nelle loro attività veicolano concretamente l’idea che l’impresa per aiutare gli altri non deve andare fuori mercato e chiudere in perdita: deve anch’essa fare utile, ma consentendo anche agli altri di farlo. Le faccio un’obiezione tipicamente laicista. Nell’enciclica è scritto che «la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende di intromettersi nella politica degli Stati». Ma allora, le chiedo, perché parla? La Chiesa non ha a cuore una formula politica o sociale, ma il bene dell’uomo. Quando vede che questo è messo a repentaglio da istituzioni e comportamenti egoistici e perversi interviene per correggere e insegnare. Dopo di che la traduzione in iniziative concrete è lasciata agli uomini che vivono nella società. Quindi da parte della Chiesa non c’è nessuna invasione di campo. Lei ha fatto parte del gruppo di lavoro che ha redatto il documento. Si dice che abbia avuto una gestazione lunga e travagliata. È così? Non direi. Basti pensare che la Centesimus Annus ha avuto una gestazione di ben cinque anni, dal 1986 al 1991, mentre quella della Caritas in veritate è durata due anni e mezzo. L’elaborazione è parsa più lunga del previsto e si è determinata una certa attesa perché qualcuno che avrebbe dovuto rispettare la consegna del silenzio non si è comportato nel modo corretto. Rimettere l’economia al servizio dell’uomo di Gaetano Troina, Docente di Economia aziendale, Facoltà di Economia “F. Caffè”, Università degli Studi “Roma Tre” Da oltre due anni sono impegnato nella stesura di un libro dal titolo “L’impresa sostenibile: riflessioni sulle encicliche sociali dei papi”. Questo lo pongo a preludio perché l’attesa di questa nuova enciclica sociale ha destato in me, ovviamente, particolare interesse e adesso una particolare attenzione. L’impazienza e l’urgenza mi hanno imposto una prima lettura della Caritas in Veritate e qui intendo – in quanto economista aziendale – portare alcune considerazioni- riflessioni. Una riflessione generale. Siamo di fronte – pur nella continuità con tutta la Dottrina sociale della Chiesa – a sottolineature di particolare vigore e di sostanziale richiamo. La persona umana è al centro di tutta l’economia: non è l’economia che determina l’uomo, ma è l’uomo che si serve dell’economia. Così scrive infatti il Papa: «Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”» (n. 25). Ovviamente il mettere la persona umana al centro dell’economia comporta parametri di riferimento di tipo etico diversi da quelli normalmente assunti dal modello capitalistico classico e neoclassico. L’etica di questo capitalismo è un’etica “utilitaristica” cioè è un’etica che pone il profitto come esclusivo e unico punto di riferimento concretamente perseguibile. Benedetto XVI in piena continuità e armonia con le encicliche sociali dei Suoi Predecessori – pur affermando l’importanza del profitto – afferma che questo non può e non deve essere l’unico parametro di riferimento dell’economia. Egli infatti, riconducendosi al principio del bene comune (che è diverso dal bene totale) fondato sui principi della solidarietà e della sussidiarietà, avanza – forse con maggior vigore dei Suoi Predecessori – il principio della fratellanza-reciprocità che deve condurre l’essere umano e tutta l’economia alla ricerca di “qualcosa di più” di quello che normalmente accade tradizionalmente nel mercato: non solo scambi di equivalenti contrattualmente prestabiliti, ma apertura al di più, al dono. Egli infatti scrive: «Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti […] dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e dall’esterno e, dall’altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità» (n. 34). E ancora «il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato. […] Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (n. 35). Quanto appena detto riverbera tutte le sue conseguenze sullo stesso modo di concepire l’azienda e la stessa impresa, infatti: «la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento» (n. 40). Ciò comporta una riflessione sulla eticità della produzione economica, ma anche, forse soprattutto, sulla distribuzione della ricchezza che l’impresa tramite il surplus- profitto ottiene. Comporta altresì che la scelta degli investimenti debba perseguire vie opportunamente orientate al bene comune, alla solidarietà e alla reciprocità, tenendo conto che come diceva Giovanni Paolo II: «investire ha sempre un significato morale» per cui il concetto di imprenditorialità «ha e deve sempre più assumere un significato plurivalente» giacché «l’imprenditorialità, prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. «Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come actus personae, per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso “sappia di lavorare in proprio”» (n. 41). Dal che ne consegue, a nostro personale avviso, che Benedetto XVI riportandosi in pieno ai Suoi Predecessori, sottolinea il primato del lavoro su quello del capitale e pertanto pone a noi economisti aziendali il compito per la ricerca e la proposta di nuovi modelli aziendali, ove il profitto non diventi il punto finale del tutto, ma esso possa e debba essere considerato come un possibile re-investimento nella socialità a favore della persona umana. Egli infatti, giustamente, afferma che la vecchia dicotomia tra aziende profit e aziende non profit non ha ragione più d’essere, ma è necessario che – prendendo spunto essenzialmente dal principio di sussidiarietà e dalle sue variegate possibilità di applicazione nel reale sempre collegato al principio di solidarietà e al principio di fratellanza-reciprocità – si effettuino in maniera creativa nuove proposte aziendali rivolte al mercato e al non mercato nell’interesse del bene comune. Egli, infatti, scrive: «Manifestazione particolare della carità e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è senz’altro il principio di sussidiarietà, espressione dell’inalienabile libertà umana. La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi […]. La sussidiarietà rispetta la dignità della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace di dare qualcosa agli altri. Riconoscendo nella reciprocità l’intima costituzione dell’essere umano, la sussidiarietà è l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista» (n. 57). Richiami assai intelligenti (nel senso che leggono dentro la realtà) Benedetto XVI ne avanza rispetto al concetto dell’ambiente-natura. Egli addirittura definisce la natura una vocazione. Su questo argomento ci riserviamo successive riflessioni. Carità, verità, giustizia: la rivoluzione del Papa Intervista a Giulio Sapelli, Docente di Storia economica, Università degli Studi di Milano Giulio Sapelli mette in guardia da un rischio molto pericoloso: «togliere dall’etica l’elemento caratterizzante, che è quello della veritas, per parlare di etica tout court. Quello che molti giornali hanno già cominciato a fare». Dimenticando così il fondo della questione: è la presenza di Cristo nella storia che fonda il rapporto tra etica ed economia, perché cambia l’uomo. Qual è la sua opinione a una prima lettura dell’enciclica? Mi è parsa molto più complessa di quel che potrebbe sembrare a prima vista. Il fondamento dell’intera riflessione è teologico e sta nel rapporto tra carità e verità e tra carità e giustizia. Proprio per questo c’è da temere che il vero centro dell’enciclica sarà sottovalutato dal dibattito. In cosa consiste a suo avviso questo centro? Nella tesi che il rapporto tra carità e giustizia si salda solo nella verità, cioè nell’obbligazione morale verso Dio e verso la presenza di Cristo nella storia. Ed è questo che fonda il rapporto tra etica ed economia: per un cattolico tale nesso è innanzitutto la testimonianza della verità della presenza di Cristo. Anche nell’azione economica. E il facile fraintendimento di cui ha detto poc’anzi? In presenza di una crisi finanziaria generata da un crollo morale - quello dell’arricchimento senza freni, della falsa stima del rischio, della falsificazione contabile - l’enciclica ricostruisce il rapporto tra morale e mercato. Ma la forte riappropriazione del nesso tra economia e morale salva al tempo stesso l’irriducibilità dell’etica cristiana al fattore economico e per un motivo molto semplice: che l’etica non è il buon comportamento, ma la verità cristiana e l’uomo cambiato da questa. E dunque? Nei primi commenti apparsi sui quotidiani invece si è cominciato a togliere dall’etica l’elemento caratterizzante, che è quello della veritas, per parlare di etica tout court. Se sei cristiano il Papa dice: nell’economia devi realizzare l’esperienza di Cristo. Questa è la carità unita alla verità e alla giustizia. Altri aspetti che l’hanno colpita? L’enciclica è ricchissima. Per esempio è la prima volta che si parla di una pluralità di forme dell’attività economica: non c’è solo la forma dell’impresa capitalistica dice il magistero, ma c’è il non profit, la cooperazione. Molteplici forme che si collocano tra il mercato e lo Stato, con fini sociali ed economici e soprattutto con diversi possibili assetti di proprietà. Poi la parte dedicata ai sindacati: l’enciclica li invita a superare una visione corporativa, o le parti dedicate al precariato. Basti pensare alla minaccia che questo rappresenta per la stabilità della famiglia. Il principio di fraternità intende portare dentro l’economia la logica del dono. Ma è realistico? È realistico perché è qualcosa che sta già avvenendo in tante piccole imprese dove c’è mutuo aiuto tra titolari e dipendenti; in tutto il mondo molte imprese stanno resistendo alla crisi facendo filiera solidale. Piuttosto sarà difficile che venga capito dai governanti del mondo, sempre più sprofondati in una crisi etica: basta guardare come operano istituzioni come l’Onu e la Fao, dominate dallo spreco e dall’inconcludenza. Toccando il problema del governo della globalizzazione, il Papa dice che serve più sussidiarietà. Condivide? Sì. L’unico modo per governare la globalizzazione non può essere centralistico, accentrato, ma sussidiario, prossimo alle persone e alle comunità. La persona, la società naturale che è la famiglia, le comunità, tutto può concorrere a un governo sussidiario. Sono formule nuove che vanno precisate, ma questo è un compito che spetterà a noi laici di svolgere. Quanto può aver influito la crisi finanziaria sulla formulazione delle tesi espresse nella Caritas in veritate? La prima cosa che balza agli occhi nell’enciclica non è l’interpretazione della crisi, ma la sua solidità teologica, dalla quale tutto il resto deriva. L’enciclica a mio avviso è molto meno legata alla crisi di quanto non si pensi: è normale che noi ragioniamo sul breve termine, ma sono le basi teologiche a condizionare l’incontro dell’enciclica con i tempi e i problemi. Carità, verità, mercato e dono, pluralità delle forme di scambio sono concetti che non vengono messi nero su bianco solo per fronteggiare una crisi, ma anche per rifondare una scienza economica. Cosa può e deve “imparare” l’economia italiana da questa enciclica? Non c’è da essere molto ottimisti. Il nostro mondo economico può al massimo dedicarsi all’ultima riforma fiscale, ma non ha più veri intellettuali, uomini del calibro di Guido Carli per esempio. La nostra finanza è troppo ripiegata sul proprio “particulare”, a parte le banche popolari e le casse rurali, che rappresentano invece la parte positiva di cui l’enciclica parla. Certamente Tremonti la leggerà con interesse perché ci sono cose a lui care; come mi attendo molto dal mondo del non profit. Sempre a proposito di ricezione dell’enciclica. Lei conosce molto bene l’America latina, un mondo che con troppa facilità ha scambiato la fede con la liberazione sociale… Penso che in America latina l’enciclica avrà un ruolo enorme. Il Sudamerica è animato da un anelito di giustizia che storicamente ha imboccato anche strade sbagliate, ecco perché quei paesi attendevano da tempo un’enciclica come la Caritas in veritate. Ora la Chiesa lancia un messaggio finalmente positivo a quel continente dopo una lotta, secondo me anche troppo dura, contro la teologia della liberazione, teologicamente errata ma con un contenuto sociale cristiano molto elevato. L’enciclica può essere l’occasione storica data all’America latina per conoscersi più a fondo e interpretarsi. Ma questo vale per tutti noi. L’enciclica che ribalta l’etica dei banchieri di Graziano Tarantini, Presidente di Banca Akros Numerosi sono stati in questi giorni i commenti sull’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate. Fra questi ho apprezzato soprattutto quello di Emma Marcegaglia sul Sole 24 Ore per l’intelligenza delle considerazioni. Il rischio però è quello di fermarsi ai commenti sfuggendo a una lettura attenta e complessiva. E soprattutto a un paragone leale fra la propria esperienza e quanto suggerisce il testo. L’invito, specie a chi è impegnato nell’impresa e nell’economia, non può che essere perciò a leggerla tutta. Letture parziali infatti finiscono inevitabilmente con l’esaltare un particolare in cui ci si riconosce o si riscontra una corrispondenza col proprio punto di vista. I temi del mercato, del modo di intendere l’impresa, della distribuzione della ricchezza, del ruolo della finanza, sono tutti puntualmente analizzati da Benedetto XVI. Ma tali aspetti e l’analisi originale che ne fa il Papa rischiano di non essere compresi nella loro integralità e nel loro vero significato se si prescinde dalla prima parte dell’enciclica dove si trovano i fondamenti di tutto il resto. Qui infatti si sottolinea come «talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società», mentre, al contrario, «la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta». Questa è la radice del perché bisogna cambiare strada. Soprattutto va evitato l’errore di pensare che lì ci siano la dottrina, i principi, mentre quelle che importano sono le conseguenze pratiche. Non è così, il disegno che esce dalla Caritas in veritate è un tutt’uno, dove ogni elemento è collegato. Ciò che colpisce è proprio questa visione unitaria della realtà. Sarebbe altrettanto sbagliato affermare che ciò riguardi solo chi crede, mentre potrebbero semmai registrarsi coincidenze di vedute su singoli temi come ad esempio la concezione del mercato. Ritengo perciò che l’intera enciclica (e non soltanto qualche parte isolata dal contesto) sia interessante per tutti. Benedetto XVI ci dà dimostrazione di una maggiore capacità di lettura del mondo contemporaneo, proprio oggi quando molti appaiono smarriti davanti alla crisi e al crollo di sistemi che sembravano perfetti. Ci offre una prospettiva che in questo momento probabilmente nessun altro è in grado di indicare. Ciò è frutto di una visione più ampia e profonda della realtà che è del tutto alla portata della ragione umana, credenti o non credenti che si sia. Ci dice chiaramente che bisogna cambiare rotta. Certo avere la libertà di intraprendere la strada che ci viene indicata richiede coraggio e capacità di rinunciare a comode rendite di posizione. E l’uomo è disponibile a una rinuncia seria solo se intravvede una novità che è più interessante per se stesso e per tutti. Quando nel 1891 Leone XIII pubblicò la prima enciclica sociale, la Rerum Novarum, in Francia ci fu solo un imprenditore, Leon Harmel, che la prese sul serio trasformando radicalmente le sue officine di filatura e rendendole un modello di un nuovo modo di fare impresa. Don Giussani ha sempre osservato che se anche tanti altri avessero fatto come lui, l’Europa sarebbe stata diversa. È un esempio per dire che quanto Benedetto XVI ci propone non riguarda genericamente il mondo o la società, ma è rivolto personalmente a ognuno di noi. In questo senso l’enciclica è un richiamo soprattutto ai cattolici ad accettare la sfida di un cambiamento radicale. Insomma una salutare ventata di aria nuova ad esempio in Italia dove, con una buona dose di ipocrisia, sotto l’etichetta di imprenditore o di banchiere cattolico per anni ci sono stati propinati grandi discorsi sull’etica, non avendo mai il coraggio di rischiare soluzioni innovative non appiattite sugli stereotipi del pensiero dominante che ci ha condotto al disastro di oggi.