Quadrimestrale di cultura civile

Capitalismo, mutualismo e Stati banchieri

di Antonio Quaglio / Caporedattore centrale Il Sole 24 Ore

All’inizio di questo intervento vorrei ricordare che nell’agosto del 2008, poche settimane prima del crack di Lehman Brothers, un report della Morgan Stanley consigliava agli investitori in debito dei Paesi emergenti di guardare con più attenzione al settore della microfinanza. In quei mesi i mercati finanziari avevano già virtualmente “chiuso per fallimento” e le violente correnti speculative su petrolio e altre materie prime indicavano come grandi gestori e intermediari cercassero disperatamente terreni di gioco diversi, non “intossicati” senza rimedio dalle bolle della finanza derivata. Erano quindi estremamente seri gli analisti di Morgan Stanley (una major di Wall Street poi sopravvissuta, ma non senza ricorrere agli aiuti statali) nel segnalare l’«attrattività del profilo rischio/rendimento» delle micro-banche e la loro «bassa correlazione con le performance dei mercati dei capitali globali». In concreto: piccolissimi istituti - tipicamente mutualistici e votati al credito di piccoli soggetti in aree non sviluppate, per definizione privi di garanzie - apparivano via via più sicuri per chi voleva prestare. Il paragone – certamente implicito anche se forse in parte inconsapevole - era e resta con le obbligazioni strutturate che la stessa Morgan Stanley, ha emesso come molte altri colossi: a partire da un’alta patrimonializzazione assoluta (anche se molto tesa dalla “leva” finanziaria); con livelli elevati di sofisticazione tecnico-professionale; con negoziazione su mercati dichiarati come efficienti e trasparenti; sotto il controllo di authority nazionali e internazionali e di agenzie di rating. Eppure quel “report” parlava chiaro: il «credito dei ricchi» - alla sua svolta storica forse più critica - si ritrovava ad avvalorare il «credito dei poveri». Un’attività intermediaria certamente meno redditizia di quella legata alla finanza derivata, ma con rischio di controparte divenuto improvvisamente accettabile: a dispetto del gap esistente tra i costosissimi software antirischio di una investment bank e la valutazione creditizia di un “campesino” – su base interpersonale e sociale – da parte di un banchiere mutualista, spesso non professionista. Forse, per non ammetterlo del tutto, le (ex) banche di Wall Street hanno spesso relegato la microfinanza nella zona grigia della “finanza etica” o dell’“investimento socialmente responsabile”, non completamente orientato da variabili economico-finanziarie. Una cultura bancaria autonoma Diverso è invece riconoscere che la mutualità è una cultura bancaria autonoma, concorrente con quella capitalistica e momento di «diversità» storica e strutturale nel sistema finanziario: come del resto ha fatto la Seconda direttiva bancaria Ue del 1992, che ha mantenuto al credito cooperativo un unico status distinto rispetto al modello unificato anglosassone di ente creditizio organizzato come impresa bancaria e società di capitali, orientata al profitto e tendenzialmente a proprietà diffusa in Borsa. In Europa, del resto, è il mercato che parla: secondo le ultime statistiche disponibili (Eacb), la quota di mercato del credito cooperativo nell’Eu-27 è del 21% per i depositi e del 18% per i crediti. Certamente di più dello 0,5% del credito totale globale rappresentati dai 300 miliardi di dollari stimati dalla Morgan Stanley per la microfinanza in senso stretto. Ma l’oggetto di questa brevissima riflessione – all’interno di un più ampio dibattito sulla Grande Crisi – è qualitativo, cioè socioculturale. E vuol segnalare – se non analizzare – il potente ritorno in gioco di una terza cultura bancaria: il «credito degli Stati». Una tradizione rientrata in campo forse suo malgrado, dopo almeno un trentennio di “pensiero unico” ispirato al “Washington consensus”: il ritiro epocale - immaginato come irreversibile - delle strutture e delle logiche pubbliche dall’economia ha guardato all’attività bancaria un suo ambito prioritario, privilegiato, simbolico. È stato così in gran parte smantellato e ricombinato in Europa – con operazioni di privatizzazione, fusione e acquisizione che in sé hanno generato ingentissimi profitti per le banche d’affari internazionali – un sistema creditizio a controllo pubblico. Un sistema certamente consolidatosi dopo un’altra grave crisi finanziaria – quella degli anni Trenta – seguita da una guerra mondiale. Due collassi globali in meno di un secolo – fronteggiate da Governi e banche centrali a colpi di salvataggi pubblici con grave pregiudizio per i bilanci pubblici, per il ciclo economico e per la stessa credibilità monetaria – costituiscono una “serie storica” meritevole di maggior attenzione da parte dei teorici dell’“incidente di percorso” della finanza privata di mercato. Moneta e credito: i beni pubblici Ma ogniqualvolta gli Stati rivestono in fretta panni del banchiere – invadenti e maltollerati, ma necessari e invocati dagli stessi banchieri in crisi – sui mercati inondati di liquidità e sovvenzioni di ogni genere, tornano a diffondersi anche categorie economiche tanto antiche quanto radicate: che la moneta e il credito sono in ultima istanza “beni pubblici”, alla fine mai privatizzabili del tutto in outsourcing presso il mercato, cioè presso il sistema di intermediari che lo organizza e lo fa funzionare. Torna il dubbio – ancora una volta non risolto, anzi – che l’effigie del Re coniata sulle monete o stampigliata sulle banconote non sia stata resa definitivamente obsoleta dalle finanza “cartolarizzata” sui siti web dai colossi apolidi di Wall Street o della City di Londra. Il vecchio detto della piazza britannica – “my bond is my word”, il titolo finanziario che ti offro è garantito dalla mia parola – suona tragicamente ridicolo a cadenza periodica. Di più e infine: l’attività bancaria privata e d’impresa, non è “il” modello, ma “un” modello, da sottoporre alle critiche teoriche o operative del caso. E se le sparkassen e le landesbank tedesche – tuttora sotto il controllo pubblico del Lander - sono state tra le più colpite dalla crisi, è certamente corretto porre un problema di governance; ma sarebbe del tutto scorretto trarre la conclusione affrettata che la mala gestio è discesa dal fatto che quegli istituti si erano attardati sulla via della completa privatizzazione. L’ipotesi analitica – pur dopo il fallimento di una “banca anglosassone allo stato puro“ come Lehman Brothers - è dunque quella di sempre: il Land – per ruolo e struttura istituzionale – non è un soggetto adatto a gestire una banca; avrebbe dovuto cedere il passo ai grandi investitori istituzionali che controllano il management esclusivamente con i parametri di mercato (creazione di valore per l’azionista nel breve periodo). Un approccio storico - in chiave di «diversità» – porterebbe a un’ipotesi differente: le «casse di risparmio», in molti paesi d’Europa, sono nate e cresciute in funzione di banche anti-usura (come evoluzione dei monti di pietà); di “banche di piccolo risparmio per le famiglie e di piccolo credito per le piccole imprese”; di “banche per la casa”; di “banche di sviluppo” che interfacciano con politiche pubbliche (locali o nazionali). Il dissesto di una sparkasse che si è avventurata nei derivati può dunque essere ricollegato alla contaminazione e alla coartazione di un modello strutturale-strategico «diverso», spinto a declinare la sua missione di servizio reale (credito all’economia) per concentrarsi sulla speculazione finanziaria orientata alla massimizzazione del profitto monetario. Con parametri di rischio/redditività completamente diversi. Ancora una volta: la banca (e con lui il suo proprietario pubblico e alla fine anche i suoi clienti) sono stati attratti nella ragnatela sempre più vasta di un mercato che si è affermato con unico in quanto “indiscutibilmente” più efficiente/efficace nel risolvere il particolare processo economico chiamato “intermediazione finanziaria”. Ora quella banca è stata “ristatalizzata”: con il paradosso che la Germania ha esteso una maxi-assicurazione pubblica a tutti i depositi, facendosi beffe della lunghissima crociata dell’Antitrust Ue contro le garanzie statali alle banche. Quando gli scenari evolvono in maniera talmente traumatica, non è possibile non interrogarsi su alternative che non sono solo teoriche e che non possono restare “rimosse” nella cultura economica solo da violenze ideologiche. In molti paesi – almeno in quelli dove non sono ancora state privatizzate – le Poste svolgono ad esempio importanti funzioni bancarie. È ovvio che i liberisti-privatisti ortodossi – anche dopo la Grande Crisi – non possono che ironizzare sulle “panetterie comunali”: quei negozi, ormai disusati, che i vecchi municipi destinavano al calmieramento dei prezzi di un bene primario. Ma in tempi di carestia e quindi di “assalti ai forni” i cittadini non amano sentirsi dire che devono morire di fame per ottemperare alla funzionalità dei cosiddetti “mercati perfetti”. E se il credito manca – anzitutto perché i risparmi sono stati bruciati dai cosiddetti “mercati” - gli Stati-banchieri tornano in servizio effettivo: quasi sempre “permanente” per un certo periodo. Compagnia delle Indie e Compagnia di San Paolo La costituzione della Compagnia delle Indie orientali fu autorizzata dalla Regina Elisabetta I il 31 dicembre 1600. È considerato l’atto di nascita formale del moderno capitalismo anglosassone laico e autoconsapevole, a dichiarata “distanza di braccio” dal potere statale: anche se Corona, Parlamento e Compagnia hanno poi giocato a lungo una partita in fondo unica sullo scacchiere competitivo globale, a cavallo tra commerci e guerre. Il format della Compagnia (l’assemblea del 125 azionisti-proprietari, che avevano investito 72 mila sterline; il comitato esecutivo presieduto da un governatore affiancato da 24 directors e poi gli auditors in veste di vigili-controllori sull’amministrazione) è considerato l’archetipo non solo dell’impresa moderna, ma forse della stessa democrazia: la Compagnia praticava già con successo la separazione funzionale tra poteri prima che Montesquieu la teorizzasse nella sfera pubblica, tra parlamenti rappresentativi, governi e magistrature. E c’è perfino chi fa risalire il principio politico-culturale della “libertà di stampa” (di accesso e di comunicazione) anche nella prime battaglie interne alla Compagnia sulla trasparenza totale e in tempo reale dei libri contabili, della corrispondenza commerciale, sulle delibere amministrative. Pur segnalandone la crisi periodiche, nessuno può anche minimamente mettere in discussione il potente impatto storico di questo modello e la sua forza innovativa di lungo periodo anzitutto nell’infrastrutturazione finanziaria dei mercati. Però pochi anni prima del debutto della «Eastern India Company», in uno Stato dell’Europa continentale (il Piemonte sabaudo), sette privati fondavano un’altra Compagnia: quella «di San Paolo». Era una confraternita cattolica, nella quale le originarie finalità sociali (di un mutualismo non più elementare) furono a lungo strettamente connesse con quelle economico-finanziarie (da subito la Compagnia gestì il Monte di Pietà di Torino) e perfino con quelle istituzionali (a metà del Seicento il Monte cominciò a gestire il debito pubblico del ducato). L’attività creditizia anti-usura si estendeva allo «sviluppo» (ad esempio nel sostenere la crescita dell’industria della seta), anche facendo leva su capitali ereditati di famiglie che erano diventate socie della Compagnia. L’ente restava un’“associazione privata” ma a fianco di mercanti e imprenditori vi si iscrivevano anche funzionari statali. All’inizio dell’Ottocento, a Milano la Cassa di risparmio delle Provincie Lombarde nacque dallo stesso humus politico-culturale, anche se in un contesto chiaramente evoluto. Uno dei più grandi Stati assoluti mai consolidatisi sul Vecchio continente (l’Impero asburgico) promosse una banca di piccolo risparmio e di credito immobiliare e industriale chiamando a partecipare – e ad amministrare – alcuni grandi possidenti lombardi, ormai a cavallo tra vecchia rendita feudale e iniziativa imprenditoriale. Anche sulla spinta del “modello unico” l’Istituto San Paolo di Torino e la Cariplo sono stati privatizzati e fusi e competono ora all’interno di un più grande gruppo bancario. Però sarebbe un errore – dopo la Grande Crisi – spendere l’evoluzione della governance, del management, della tecnicalità produttiva, delle dimensioni aziendali, come rupture definitiva con la diversità culturale bancaria: che – senza revanscismi - è più forte di un quarto di secolo di tecnofinanza.