Quadrimestrale di cultura civile

Una sentenza contro l’Europa

di Mario Mauro / Europarlamentare

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha depositato ieri (3 novembre 2009, ndr) una sentenza con la quale condanna l’Italia per le norme che prevedono l’esposizione obbligatoria nelle aule scolastiche del crocifisso. Mi preme sottolineare che la Corte dei diritti dell’uomo non è un organismo dell’Unione europea, infatti nel collegio dei sette giudici che ha emesso la sentenza sono presenti anche un giudice turco e un giudice serbo. Sui giornali e telegiornali appariranno titoli ingannevoli che incolperanno o esalteranno l’ Europa che «rifiuta il Crocifisso nelle aule di scuola». Questa sentenza è il frutto del lavoro di una Corte che, sotto l’egida del Consiglio d’Europa, rischia di travisare il senso stesso del progetto europeo. La decisione della Corte di Strasburgo costituisce un classico esempio di impostazione laicista volta a rinchiudere la religione, in particolare quella cristiana, in un vero ghetto. In questa prospettiva si inquadrano le motivazioni della sentenza, sotto riportate, secondo la quale l’esposizione di ogni simbolo religioso lede il diritto di scelta dei genitori su come educare i figli, quello dei minori di credere o meno, e lede anche il «pluralismo educativo». «La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli alunni». E ancora: «La Corte non è in grado di comprendere come l’esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana». Il giudizio della Corte risulta illogico e quanto meno appare incerto nel suo più profondo contenuto. Se non si è in grado di capire in che modo l’esposizione del crocifisso possa servire al «pluralismo educativo», non si comprende come la Corte possa decidere tramite sentenza che lo Stato italiano abbia violato lo stesso «pluralismo educativo». Il crocifisso rappresenta un simbolo religioso, culturale e identitario e proprio per questo non ha mai assunto una valenza coercitiva, come invece sembra ammettere la Corte nella sua sentenza. Come hanno testimoniato le precedenti decisioni prese dai giudici in Italia, il crocifisso rappresenta un elemento di coesione in una società che non può prescindere dalla sua tradizione cristiana. Se togliessimo il crocifisso dalle scuole, in quanto luoghi pubblici, dovremmo togliere tutte le croci e le magnifiche opere sacre che sono presenti nelle nostre strade e nelle nostre piazze, il che sarebbe senza dubbio assurdo. La sentenza disconosce il ruolo della religione, in particolare quella cristiana, nella costruzione dello spazio pubblico e promuove un indifferentismo religioso che è in profonda contraddizione con la storia, la cultura e il diritto del popolo italiano. A questo proposito, mi limito a richiamare il fatto che la Costituzione italiana rifiuta l’impostazione laicista, di matrice illuministica, per la quale il fatto religioso ha una natura meramente individuale ed è destinato a restare nell’ambito della sfera esclusivamente privata. La Costituzione valorizza, invece, il ruolo della religione e delle singole confessioni religiose, come dimostrano gli articoli 7, 8, 19 e 20. La disciplina costituzionale, dunque, pur assicurando a tutti la libertà religiosa, riconosce le singole confessioni come si trovano nella realtà sociale. Dunque, la Costituzione, come si evince chiaramente dal testo, riconosce alle confessioni religiose eguale libertà, ma non eguaglianza di trattamento. È singolare che la Corte, anziché richiamare questo assetto costituzionale, faccia invece riferimento ad alcune posizioni laiciste della giurisprudenza della Corte costituzionale. È forse un caso che nel collegio della Corte di Strasburgo sieda un giudice italiano e che tale giudice sia il fratello di un ex presidente della Corte costituzionale che tanta parte ha avuto – vedi le sentenze sul giuramento – e ha – vedi gli articoli sulla Chiesa cattolica – nell’affermare una concezione illuminista e laicista del ruolo della religione nella vita pubblica? Un’autentica integrazione civile non può prescindere da una proposta educativa che abbia il coraggio e l’ambizione di proporre a tutti gli studenti i punti di riferimento che fondano la nostra società. Siamo di fronte a una sentenza che è il manifesto politico di chi vuole il declino definitivo di un progetto che ci ha regalato più di cinquant’anni di pace e benessere, in nome di un’ideologia che ha come obiettivo quello di privare un popolo della propria identità e di consegnare tutti i cittadini europei alla dittatura del nulla. Auspico che tutte le forze politiche italiane ed europee sostengano senza esitazioni il ricorso che verrà presentato dal Governo italiano contro una sentenza degna del peggior regime totalitario. Moriremo francesi? di Marta Cartabia, Paolo Carozza, Docente di Diritto costituzionale, Università di Milano-Bicocca; Docente di Diritto internazionale, Notre Dame University, Indiana, USA La notizia si è diffusa rapidamente: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato all’unanimità l’Italia per l’esposizione dei crocifissi nelle aule scolastiche. L’affissione dei crocifissi nelle scuole è ritenuta lesiva della libertà di educazione dei genitori e della libertà di coscienza degli alunni. La sentenza non è ancora definitiva e potrebbe essere impugnata dal Governo italiano alla Grande Camera. Tuttavia, se dovesse venire confermata, essa segnerà un passaggio storico. Cerchiamo di capirne la portata. C’era una volta l’Europa del pluralismo religioso. Da tempo l’Europa sta subendo il fascino della laicità militante, tipica dell’ordinamento francese (e turco). Di fronte alle sfide del multiculturalismo, l’Europa sta imboccando, come se fosse una strada obbligata, la via della “neutralità” dello spazio pubblico. Non è così altrove, dove quel modello è profondamente messo in discussione per la sua incapacità di valorizzare le identità presenti nella società (Charles Taylor) e per la sua incapacità di preservare le istituzioni della democrazia liberale (Jurgen Habermas). Non sembri eccessivo collocare in questo contesto la decisione pronunciata dalla Corte europea contro l’Italia. Non si tratta di un caso a valenza puramente individuale, né riguardante solo la società italiana. Il caso Lautsi, se letto nel solco di altre sentenze recenti (e, se non ci sbagliamo, curiosamente non richiamate dalla Corte nella presente decisione), costituisce un importante passo verso la “neutralizzazione” dello spazio pubblico europeo. Forse ne è il suggello definitivo. Basti considerare che la Corte europea ha già dato il proprio assenso al divieto dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, introdotto in Turchia e in Francia. Niente velo, niente croci, niente stella di David, niente turbante a scuola, all’università, negli ospedali. Quel divieto non è ritenuto lesivo della libertà religiosa né della libertà di educazione anche se pone l’allievo di fronte all’alternativa secca tra rimanere a scuola o violare un precetto religioso. Sempre in questi anni recenti, la Corte europea ha imposto alla Norvegia di espungere ogni riferimento alla religione cristiana dal contenuto dagli insegnamenti scolastici, anche se la Norvegia è uno Stato confessionale. Si potrebbe a lungo continuare con la descrizione dei tasselli del mosaico. Il messaggio della Corte è chiaro: nei rapporti tra Stato e religione, l’unico modello compatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo è quello della laicità, o meglio della laicité, intesa come neutralità dello Stato. Qualche riga scritta a Strasburgo e la storia secolare dei popoli europei, così diversificata in materia di rapporto con la religione, viene “razionalizzata” in un unico modello: non più Stati confessionali (Regno Unito, Grecia, monarchie scandinave ecc.), non più regimi concordatari (Italia e Spagna), ma solo un unico grande modello: la laicité francese (o turca se preferite), con la sua presunta neutralità in materia di fatto religioso. Pazienza se le Costituzioni nazionali hanno fatto scelte diverse. C’era una volta una religione della maggioranza del popolo italiano. La ragione più profonda dell’esposizione dei crocifissi nelle aule scolastiche in Paesi come Italia e Spagna è legata alla storia dei rispettivi popoli. C’è una storia, una tradizione, una cultura secolare di popolo che ha portato a esporre i crocifissi in ogni luogo pubblico: dalle cime delle montagne, alle aule dei tribunali, ai crocicchi delle strade, ai sentieri di campagna. Può darsi che una tradizione e una storia popolare vadano riesaminate quando il contesto sociale cambia in modo così drammatico come sta avvenendo negli ultimi decenni. Ma quel passato c’è ed è lì che pescano le radici di una società, pur in trasformazione. Di questo passato non c’è traccia né nella decisione della Corte né nella difesa del Governo italiano. Eppure, la Corte europea si è sempre fregiata di essere profondamente rispettosa delle peculiarità dei popoli europei, e a questo scopo ha elaborato il principio del “margine di apprezzamento”, una dottrina che le permette di essere flessibile, di lasciare che siano le istituzioni di ciascun Paese a prendere le decisioni che meglio riflettano la cultura, l’identità, i sentimenti profondi di ciascun popolo, specie quando le questioni sono controverse e dibattute. E quella dei crocifissi era una questione ampiamente discussa in Italia, tanto che sul tema già erano intervenute negli anni scorsi – e con esiti divergenti – svariate istanze giurisdizionali. Tutto questo laboratorio in corso è ignorato nella decisione della Corte di Strasburgo. Dove è finita la sussidiarietà che dovrebbe caratterizzare gli interventi della Corte europea? Dove è finito il margine di apprezzamento degli Stati? C’è un passaggio che sembra costituire il cuore del ragionamento della Corte: «la Cour ne voit pas comment l’exposition, dans des salles de classe des écoles publiques, d’un symbole qu’il est raisonnable d’associer au catholicisme (la religion majoritaire en Italie) pourrait servir le pluralisme éducatif qui est essentiel à la préservation d’une “société démocratique” telle que la conçoit la Convention». Vale a dire che il motivo per cui la presenza del crocifisso pare alla Corte inaccettabile è che esso è associato al cattolicesimo, religione maggioritaria in Italia. La questione dunque è che il crocifisso è il simbolo di una religione maggioritaria. Vero: il crocifisso è un simbolo religioso e non solo culturale, come invece sosteneva il Governo italiano nella sua difesa; meno vero che sia un simbolo solo cattolico – la religione maggioritaria in Italia – dato che le religioni che si riconoscono nel crocifisso sono quanto meno tutte quelle cristiane. Ma proprio questa piccola svista indica qual è il vero asse su cui si regge il ragionamento della Corte: nell’Europa di oggi non può trovare ospitalità e riconoscimento la religione di un popolo, una religione nella quale si riconosce la maggioranza di una popolazione. Perché ci sia autentico pluralismo, la Corte europea esige che tutte le religioni siano in eguale posizione minoritaria. Una scelta discutibile perché non tiene conto del diverso peso dei vari gruppi, non tiene conto della storia e della realtà sociale di ogni Paese. Non si tiene conto dell’esperienza vissuta di una comunità. Ma forse è proprio questo il messaggio più significativo della sentenza: quale che sia la storia passata, oggi in Europa il cattolicesimo deve essere trattato come una minoranza fra le tante. Se questa è l’immagine in cui l’Europa vuole riconoscersi, da questa occorre ripartire per ricercare un nuovo modello di convivenza sociale. Un messaggio per i cattolici, che forse ancora devono maturare la coscienza di essere minoranza, in Europa quanto meno. Un messaggio per le istituzioni pubbliche, perché una volta ridotta a una minoranza tra le altre, anche la religione cattolica richiede protezione e valorizzazione, richiede spazi di libertà. In una battuta, questa sentenza chiude un dibattito – quello sulla laicità dello Stato – e ne apre uno nuovo, tutto da esplorare: sul significato della libertà religiosa nello spazio pubblico europeo. I nemici del crocifisso di Pigi Colognesi, Giornalista La sentenza della Corte europea che impone di togliere i crocifissi dalle nostre aule scolastiche appare con tutta evidenza opera di qualcuno che è “nemico” di ciò che quel segno indica. È nemico del fatto storico che ne sta all’origine: un uomo che si è detto figlio di Dio e che i suoi contemporanei hanno ucciso nel modo più infamante, quello appunto della crocifissione. È nemico di ciò che da quel fatto è stato generato: un fiume millenario di uomini che, dal mattino in cui il condannato crocifisso si è mostrato risorto, gli hanno dato la vita, trovando in lui la sorgente della speranza, la possibilità di una compagnia reale, il gusto di una costruttività a tutto campo. È nemico di tutti coloro che, pur non volendo credere alla risurrezione, trovano in quel segno un conforto per la loro dolente umanità. I nemici: una buona parte dei salmi che da secoli i cristiani usano come trave portante della propria preghiera è dedicata proprio all’invocazione di essere liberati dai tanti nemici che affliggono la nostra esistenza. Nemici sono i potenti iniqui che sembrano farla sempre franca, mentre chi rispetta la legge paga in prima persona. Nemici sono quelli che coi loro eserciti devastano la propria terra. Nemici sono coloro che insultano, denigrano, tendono tranelli. Nemico è chi mostra un apparente volto benevolo, ma «uscito fuori sparla». E perfino «l’amico in cui confidavo» può rivelarsi un nemico. Ma, come tutti i grandi maestri dello spirito hanno sempre sottolineato, questi nemici esterni hanno sempre – e questa è la cosa più temibile – un alleato nel nostro cuore, una quinta colonna nel nostro intimo. Così, mentre sento giustissimo protestare e difendersi dall’attacco dei nemici che vogliono toglierci i crocifissi, sento fondamentale capire dove in me essi trovano una connivenza. Da quali pareti della mia vita, da quali momenti della mia giornata io vorrei togliere il crocifisso? Lo vorrei togliere dalla parete scintillante e multicolore dei rapporti che gratificano, dei successi lavorativi, delle piccole e grandi soddisfazioni acquisite in autonomia e in forza delle mie risorse. Lì il crocifisso mi ricorda realisticamente e drammaticamente che gratificazioni, successi e soddisfazioni non sono la salvezza che cerco; che quella salvezza è stata per me conquistata da un sacrificio, da una dimenticanza di sé, da una donazione e non da un accaparramento. Lo vorrei togliere dalla parete scura e screpolata della contraddizione negli affetti, della stanchezza che snerva, della tristezza che assale improvvisa. Lo vorrei togliere per quella strana malattia originale per cui l’uomo tende a piegarsi su di sé, abbeverandosi delle proprie lacrime. Proprio lì, invece, il crocifisso mi ricorda che ogni tipo di male e di dolore, ogni anticipo della morte, non è condanna a una solitudine definitiva. L’uomo inchiodato sul legno della «crux fidelis» ha già preso sulle sue spalle, salvandola, ogni mia contraddizione. Dice un inno monastico: «Con te siamo saliti sulla croce»: non siamo soli nel dolore. Perciò possiamo chiedere: «Fa’ che la nostra morte sia assorbita dalla luce gloriosa della Pasqua». Ruini: rifiutando Dio si dissolve l’uomo Intervista a Camillo Ruini, Cardinale In un momento storico nel quale la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo stabilisce che la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» è utile fare un passo indietro e interrogarsi sull’idea di educazione che viene proposta dalla società, dai media e dalle istituzioni. Da anni la Chiesa richiama l’attenzione sull’“emergenza educativa”, forse la sfida antropologica più impegnativa del nostro tempo, in cui la società sembra aver abdicato al suo compito «in nome di una sterile neutralità». A partire da questa preoccupazione è nato il Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, presieduto dal cardinale Camillo Ruini, che ci ha gentilmente concesso un’ampia intervista su questi temi. Eminenza, il Progetto culturale della Cei nasce dalla preoccupazione di offrire un contributo per rispondere alle sfide più urgenti delle persone e della società in Italia. Quali sono oggi le esigenze e i pericoli che interrogano maggiormente i cristiani e la Chiesa? Per il cristiano autentico è innanzitutto fondamentale il suo rapporto con Dio, che passa attraverso Gesù Cristo. Questa è la prima preoccupazione che deve avere, anche nel campo della cultura. La cultura contemporanea tende spesso, infatti, a lasciare Dio fuori dal proprio orizzonte e ad allontanare noi stessi da Lui. A partire da questa esigenza quali obiettivi si pone il Progetto culturale? Il Progetto culturale vuole tenere aperto il rapporto dell’uomo con Dio. Un rapporto che ha due direzioni: da Dio all’uomo, innanzitutto, perché Dio per primo viene in cerca di noi e, in secondo luogo, dall’uomo a Dio. Con questo Progetto la Chiesa riafferma la validità della fede in quel Dio che si rivela, concetto purtroppo scomparso dall’orizzonte della cultura contemporanea, e, in secondo luogo, lascia spazio alla ricerca di Dio. L’uomo, interrogandosi, giunge di fronte alla questione di Dio e soltanto rispondendo a essa in maniera positiva trova un compimento del suo percorso, anche intellettuale. Quali sono i principali campanelli d’allarme della cosiddetta “emergenza educativa” a cui lei sta dedicando da anni molta attenzione? Chi deve sentirsi chiamato a rispondere a questa emergenza? Tutti devono sentirsi chiamati a rispondere: i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti, ma anche i politici, i giornalisti, il mondo dello sport, dello spettacolo e del tempo libero. Ogni persona ha responsabilità educative, compresi gli stessi ragazzi. Cosa intende per educazione? La formazione della persona, che avviene attraverso il dialogo tra due libertà, quella di colui che educa e quella di colui che viene educato. Anzi, più propriamente, di colui che cerca di educarsi attraverso l’uso positivo della sua intelligenza e della sua libera volontà, per indirizzare positivamente gli impulsi che sente dentro di sé. La responsabilità è quindi universale, anche se naturalmente ha diversi gradi di intensità. Nel Rapporto dal titolo La sfida educativa si avverte la preoccupazione antropologica della Chiesa, che interviene quando avverte il pericolo che l’uomo perda se stesso. Mettere al centro l’uomo può costituire un terreno comune per un dialogo tra cattolici e laici? Il Concilio Vaticano II lo dice chiaramente: credenti e non credenti si pongono come domanda fondamentale chi sia l’uomo, anche se le risposte che danno sono diverse. In questa direzione si erano già mossi Paolo VI, Giovanni Paolo II e, oggi, Papa Benedetto XVI. La questione dell’uomo è centrale, come sempre, ma nel tempo lo sarà sempre di più. Per quale motivo? Perché oggi l’uomo in quanto tale rischia di essere ridotto al dato naturale, dissolvendo l’uomo come soggetto, che era stato al centro della cultura moderna e che, secondo la parola di Kant, deve essere considerato sempre come un fine e mai soltanto come un mezzo. Vorrei poi far notare che c’è un rapporto profondo tra la questione dell’uomo e la questione di Dio. Cosa intende? Giovanni Paolo II nella sua seconda enciclica, Dives in Misericordia, afferma che il teocentrismo e l’antropocentrismo non sono alternativi fra loro, come pensa spesso il pensiero non credente, ma sono intimamente congiunti, e congiunti in Cristo. Se l’uomo non fosse veramente soggetto sarebbe difficile pensare a un Dio personale e libero, allo stesso tempo se Dio non ci fosse sarebbe ben difficile non ridurre l’uomo al resto della natura. Da dove potrebbero venire infatti la sua intelligenza, la sua libertà, la sua irriducibilità in quanto soggetto, se non vi fosse una realtà originaria che abbia carattere personale? Con queste premesse la Chiesa rilancia il dialogo con tutti coloro che vorranno confrontarsi. Ritiene possibile la ripresa di un serio dibattito culturale, in un contesto di contrapposizione permanente e a tutti i livelli? Penso che questa ripresa sia già in atto. Naturalmente il dibattito culturale si articola in maniera diversa a seconda degli interlocutori. Non dobbiamo considerare i laici, nel senso di coloro che non si considerano in senso proprio appartenenti alla Chiesa, come un blocco monolitico e omogeneo. Come già sottolineava l’allora cardinale Ratzinger – in un suo libro in dialogo con Marcello Pera – gli atteggiamenti dei laici nei confronti della fede sono molto diversi. Del resto anche coloro che si professano “credenti” non sempre hanno dentro di sé una profonda adesione di fede. A quali posizioni si riferisce? Ci sono laici, ad esempio, che intendono la loro laicità come rifiuto di ogni ruolo pubblico della Chiesa e spesso anche come rifiuto di qualsiasi possibilità dell’esistenza di Dio. Questo impedisce ogni possibilità di dialogo? Con queste posizioni inevitabilmente il dialogo diventa un confronto critico, nel quale il terreno comune è difficile da trovare. In questi casi occorre sostenere le ragioni della fede con quella generosità, pazienza e carità, che sono richieste sempre al cristiano, ma anche con rigorosità e fermezza, secondo la prima Lettera di San Pietro: sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in noi, con dolcezza e rispetto. Quale posizione realmente laica rende invece possibile il dialogo? Esistono moltissimi laici, in Italia e nel mondo, tra le persone comuni o gli intellettuali, che hanno una posizione aperta e con cui è facile trovare dei punti di incontro, soprattutto, come dicevamo prima, riguardo alla questione dell’uomo. Molti di questi laici sono preoccupati di conservare, difendere e rilanciare il carattere umanistico della nostra civiltà, la centralità dell’uomo e la sua non riducibilità a “semplice particella della natura”, per usare un’espressione del Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes. A volte però il dibattito che lei auspica sembra difficile da realizzare. Si assiste spesso al muro contro muro e gli interventi della Chiesa, soprattutto sui temi etici, vengono bollati di intolleranza, ingerenza e integralismo. Perché avviene questo? A causa di un concetto troppo stretto di laicità, che comporta l’esclusione della trascendenza, di ogni apertura verso Dio, ma anche il rifiuto di una morale oggettiva, fondata sulla natura stessa dell’uomo. La Chiesa interviene su questioni che riguardano l’ordine politico e legislativo, quando questo ordine tocca problematiche che hanno innanzitutto una dimensione di etica pubblica, circostanza divenuta molto più frequente negli ultimi decenni, non per volontà della Chiesa. Quali sono allora le cause? Da una parte gli sviluppi scientifici che riguardano l’uomo, le questioni bioetiche, dall’altra i cambiamenti avvenuti nel costume, per cui ciò che per secoli, anche da parte dei laici, era accettato – sebbene avesse storicamente una matrice cristiana – è stato sistematicamente negato e avversato. Se non si accetta una morale oggettiva, fondata sulla natura dell’uomo, non si accetta nemmeno che la Chiesa intervenga. Se invece si riconosce che vi sono delle leggi non scritte che stanno prima del nostro libero arbitrio, viene riconosciuto anche il diritto-dovere della Chiesa di ricordare all’uomo queste verità. A proposito degli sviluppi scientifici, poco tempo fa Lei si è pronunciato sul dibattito tra fede e scienza, destinato a diventare sempre più attuale. Può ricordare il motivo della sua preoccupazione? La fede non è affatto ostile alla scienza. L’intelligenza è il grande dono che Dio ha fatto all’uomo, e la scienza è un suo prodotto insigne. La scienza moderna e contemporanea, da Galileo in poi, è una nuova tappa del percorso intellettuale dell’umanità. Ha un grande valore e non deve avere limiti. Tutti noi vogliamo che cresca. Se da un lato però non si devono mettere limiti al conoscere, dall’altro bisogna accettarne l’uso delle capacità tecnologiche, di cui ci ritroviamo a poter usufruire. Quale criterio permette di stabilire i limiti appropriati? Quando l’applicazione tecnologica della scienza contemporanea riguarda la vita stessa dell’uomo, il criterio in base al quale discernere sul suo impiego è quello dell’uomo come fine e non come strumento. Ciascuna persona umana è fine in sé e non può mai essere usata come mezzo per ottenere altri risultati. Quali conseguenze porta l’uso della persona come mezzo? Questo sta già accadendo? In base a questo errore di fondo si stanno distruggendo embrioni per curare malattie, una pratica che tra l’altro la scienza stessa ha scoperto di poter evitare attraverso la riprogrammazione delle cellule staminali adulte, che diventano così pluripotenti. Lo stesso errore si commette sul tema del “fine vita”. Non si tratta di ricadere nell’accanimento terapeutico, ma semplicemente di rispettare la vita umana senza strumentalizzarla per altri scopi. Affrontando questi temi non può non tornare alla mente il caso di Eluana Englaro, la contrapposizione di quei giorni e la tragica conclusione della vicenda. Cosa ha significato questo fatto e quali conseguenze ha avuto? Al di là delle questioni sul testamento biologico, nel caso Englaro ci fu un aspetto molto grave: Eluana non aveva lasciato un tale testamento, ma questo è stato presupposto. Un fatto di una gravità enorme. L’esperienza poi insegna che bisognerebbe andare cauti sull’idea di testamento biologico. A quale esperienza si riferisce? L’uomo, quando si trova nel pericolo, normalmente vuole continuare a vivere e accetta anche condizioni inferiori e diverse, che probabilmente da sano non avrebbe pensato di poter accettare. In ogni età e condizione le nostre attese e pretese si modellano anzitutto sulla realtà, ma il desiderio fondamentale di ogni esistente rimane quello di continuare a vivere. Vorrei però sottolineare il fatto che non sono in gioco soltanto l’origine e la fine della vita, ma l’uomo in quanto tale. Quali pericoli intravede su questa strada? Fra non molti anni le biotecnologie saranno capaci di modificare profondamente il soggetto umano: c’è chi tende a una specie di superuomo, illudendosi così di fare il bene dell’umanità. È importante che le biotecnologie vengano usate per curare il soggetto umano, non per trasformarlo o per distruggerlo, secondo un disegno prometeico che si rivolgerebbe contro l’uomo stesso. Quale responsabilità hanno i cattolici impegnati in politica riguardo a questi temi? Ultimamente in alcune formazioni sembrano non avere il diritto a una posizione dettata dalla coscienza su temi sensibili, dove prevale la linea di partito. Penso che l’indicazione data da Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale di Palermo del 1995 sia ancora pienamente valida. I cattolici devono essere coerenti con i valori umani essenziali anche nel campo legislativo e politico. Nella misura in cui questa coerenza è esercitabile nell’una o nell’altra formazione politica, i cattolici possono svolgervi il loro compito. Se invece constatano che in una determinata formazione non ci sia più spazio, allora per coerenza dovrebbero rinunciare a quella collocazione politica. Seguendo il suo ragionamento, in ogni circostanza la Chiesa rimette l’uomo al centro, questo vale anche sulle questioni economiche, come la crisi che stiamo attraversando. Anche questa crisi ha cause antropologiche? Certamente. Come la crisi del comunismo fu una crisi economica che aveva però profonde cause antropologiche, una visione riduttiva dell’uomo, come scriveva Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, così anche la crisi del sistema economico attuale ha come causa una visione soltanto economicistica. Il fattore umano in quanto tale, e la sua centralità non sono stati tenuti abbastanza in conto, così come la centralità dell’etica. L’etica non è qualcosa di aggiunto dall’esterno, ma un’esigenza interna alla stessa economia. Se viene meno, alla lunga non possono che arrivare risultati negativi. Questo è anche il senso profondo dell’enciclica Caritas in veritate. Da ultimo qual è il richiamo della Chiesa invece davanti alla questione morale tornata all’ordine del giorno dopo i numerosi scandali che vedono protagonista la politica? Il richiamo della Chiesa è ben noto, dai dieci comandamenti in poi. La Chiesa però non deve lasciarsi coinvolgere nell’uso strumentale di queste questioni, come spesso accade nel dibattito politico. (Intervista di Carlo Melato) Così si alimenta l’intolleranza Intervista a Cesare Mirabelli, Docente di Diritto Costituzionale, Pontificia Università Lateranense di Roma Il pluralismo e la libertà religiosa sono sanciti dalla nostra Costituzione ma questi principi, dice la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, sono di fatto smentiti dalla presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. Ora l’Italia farà ricorso contro la sentenza della Corte europea, che intende difendere «l’obbligo di neutralità religiosa nel contesto dell’istruzione pubblica obbligatoria». Lo Stato italiano, in altre parole, non può imporre credenze religiose. Di nessun tipo. «Ma siamo sicuri – dice Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale – che la neutralità dello Stato non diventi la via per escludere la dimensione religiosa dal panorama pubblico?» Professore, una sua valutazione a caldo della sentenza? È una sentenza molto articolata. Con un paradosso: vuole tutelare la libertà religiosa ma alimenta l’intolleranza. Perché valorizzando la libertà negativa di religione tende a escludere ogni simbolo religioso, e perciò a privilegiare la posizione di chi si colloca su un versante di esclusione più che di inclusione. Ha avuto modo di scorrere le motivazioni. Che idea si è fatto? La sentenza è fondata su due elementi. Il primo è l’articolo 2 del primo Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che afferma il diritto all’istruzione. E questo diritto dev’essere non solo garantito a tutti ma lo Stato, nell’esercizio delle proprie funzioni in campo educativo e nell’insegnamento – dice questa disposizione – deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare l’educazione e l’insegnamento secondo le loro convinzioni filosofiche e religiose. Quindi anche secondo le convinzioni non religiose, evidentemente. Per lo stesso motivo, però, è compreso anche il diritto dei genitori che vogliono impartire un’educazione religiosa a non vedere espunta la presenza di questo simbolo, il crocifisso, dal panorama educativo… Esatto. La cosa è bilaterale. E l’altra norma alla quale si riferisce la sentenza è la libertà di coscienza e di religione, l’articolo 9 della Convenzione. Ora, mi pare che la sentenza non tenga conto – o meglio lo fa, ma ritiene l’elemento irrilevante – del fatto che la presenza del crocifisso nelle scuole ha, come aveva sostenuto il nostro Consiglio di Stato, una pluralità di significati. Esso assume un valore profondamente religioso per il credente, ma al tempo stesso manifesta valori della nostra civiltà che non si impongono né richiedono alcun atto di culto o di adesione. C’è solamente la presenza di questo simbolo in luoghi pubblici. È proprio quello che si contesta. Ma basta questo per dire che diventa un’imposizione che limita il diritto dei genitori, e che viola la laicità dello Sstato? O piuttosto la neutralità dello Stato non diventa la via per escludere la dimensione religiosa dal panorama pubblico? Ma se così fosse, la neutralità contraddirebbe se stessa. Come può, si chiede la Corte, un simbolo «ragionevolmente associato con il cattolicesimo », servire al pluralismo educativo? Il pluralismo educativo significa prendere atto delle realtà che ci sono e proporle, metterle in discussione, non imporle. Dalla sentenza risulta paradossalmente una sorta di intolleranza perché esclude che ci possa essere qualcosa di diverso da me nel panorama nel quale io mi muovo. È assurdo ed è l’esatto contrario dello scopo che la sentenza aveva, ma è il risultato al quale si giunge in modo coerente. Secondo lei la memoria italiana finita sul tavolo della Corte è solida? Ne conosco solo gli elementi che emergono dalla lettura della sentenza e mi pare che si rifaccia in modo molto articolato a quanto espresso dal Consiglio di Stato. Fu proprio il Consiglio, decidendo su questa materia, a ritenere che il crocifisso è simbolo altamente religioso per chi ha questa convinzione spirituale ma è anche, per tradizione storica e realtà della nostra identità, un elemento con un forte valore civile, anche simbolico. Dunque non necessariamente ha per tutti lo stesso significato. Anche lo Stato laico, ha detto il Consiglio di Stato, può avere questo simbolo nei luoghi educativi. Ma la Corte non l’ha pensata così. Quali saranno secondo lei gli effetti di questa sentenza? Può essere l’occasione per sviluppare quella coscienza critica sulla quale proprio la sentenza insiste così tanto. Siamo di fronte a una grande opportunità educativa e questo mi fa chiedere se alla fine non debba essere la scuola, al suo interno, a trovare un approccio e una soluzione ragionevole a un problema culturale e sociale così importante. A parte le sorti del ricorso che il governo farà, lei dice, quel che rimane è una lezione per tutti. Ci troviamo a dover riflettere sulla garanzia della libertà della persona, che deve essere rispettata al massimo, e sulla tolleranza, che significa comprensione e non esclusione. Il luogo principe di questo metodo è proprio la scuola. Non le pare che l’ipotesi culturale che sottostà alla sentenza della Corte sia quella della laïcité alla francese? Si intravede forse la legge sul divieto dei simboli religiosi indossati dagli studenti. Ci troviamo di fronte a due diritti: il diritto dei genitori che vogliono un’educazione che abbia l’elemento religioso e il diritto dei genitori che non lo vogliono. Ma tolleranza non vuol dire “spegnere la luce”. Va ripensata la laicità, la libertà ed evidentemente le garanzie, perché come bisogna affermare le garanzie che ci sono per il credente, così vanno affermate le garanzie che ci sono per il non credente. Può un simbolo unire anziché dividere? Sì, e mi sembra che nel nostro Paese il crocifisso sia stato finora più un elemento di riflessione che di imposizione, e quindi di educazione alla tolleranza. La sua presenza non richiede atti di culto. Esso mantiene l’evidenza di una tradizione palpabile nelle strade del nostro Paese, nella sua arte e nella sua storia. Questa tradizione non mette però al riparo dal rischio. Una presenza del crocifisso che si segnalerebbe subito in maniera intollerante, se volesse imporre alcunché. Ostellino: offesi noi laici debitori del Vangelo Intervista a Piero Ostellino, Editorialista del Corriere della Sera Per la Corte di Strasburgo la presenza dei crocifissi nelle nostre aule costituirebbe «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione della «libertà di religione degli alunni». Ma Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, ha qualche dubbio. Ostellino, il crocifisso in aula – ci ha detto ieri la Corte europea – non va d’accordo con la democrazia. Non capisco proprio come l’esposizione di un crocifisso possa ledere il diritto al pluralismo religioso da parte dei genitori che educano i propri figli come meglio credono, o degli stessi bambini, che vedendo quel crocefisso ne sarebbero in qualche modo condizionati. È l’esposizione di un simbolo della religione che fa parte della storia del Paese, esattamente come ne fa parte la tradizione risorgimentale. Esporre il crocifisso accontenta alcuni ma scontenta altri, non crede? Ma la nostra cultura liberale è debitrice del cristianesimo. Pensiamo a quanto il messaggio del Vangelo ha influito sulle nostre libertà e sulla concezione che ci siamo fatti della libertà stessa, della centralità e della sacralità della persona. Che per alcuni può essere a immagine di Dio, ma che in quanto tale è inviolabile ed è un valore per tutti: e per questo rimane sacra. C’è poco da fare: la visione culturale cristiana esprime valori laici. La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha messo d’accordo quasi tutti. «Penso – ha detto Bersani – che un’antica tradizione come il crocifisso non possa essere offensiva per nessuno». E la Cei: «Si rischia di separare artificiosamente l’identità nazionale dalle sue matrici spirituali e culturali». Ma certo. È una valutazione che condivido pienamente. Non vedo la ragione per la quale dovremmo rinunciare alle nostre radici religiose e laiche. Poi, per chi è credente e ha fede, il crocifisso è un simbolo che rimanda a Dio, per chi non lo è parla di un fatto storico determinante. Ma è un fatto storico che ha segnato profondamente la nostra cultura e, ripeto, non vedo perché dovremmo negarla. Quali principi ispiratori le sembra tradurre in pratica una sentenza come quella di ieri? Vedo una laicità che si trasforma in ideologia esattamente come una religione può diventare integralista. Il laicismo, inteso come negazione di qualsiasi tradizione e cultura religiosa, è a sua volta una religione integralista. Può spiegarsi meglio? Penso che la neutralità dello Stato sia apprezzabile, ma lo Stato deve essere davvero neutrale. Uno Stato che toglie il crocifisso non è più neutrale, ma prende una parte ben precisa. La neutralità dello Stato, di fronte alla fede religiosa o alla simbologia religiosa, consiste proprio nello spirito di tolleranza dello Stato stesso verso la libertà di coscienza individuale. È un limite che va tracciato in modo intelligente: se il chador impedisce l’identificazione, allora è evidente che non può essere tollerato, ma se una ragazza porta un velo sulla testa, non si capisce perché debba essere proibito. Se lo Stato dice: «togliamo tutti i crocifissi dalle aule» non è più neutrale ma diventa di parte. Che poi si chiami laico anziché musulmano o altro è solo un questione terminologica che non tocca la sostanza delle cose: diventa stato religioso, cioè stato etico. No allo Stato neutro che nega le identità Joseph Weiler, Docente di Diritto, New York University In linea di principio sono contrario a occuparmi in modo improvvisato, da fast food, di questioni così importanti e di decisioni giudiziarie dal forte impatto, le quali sono, invece, il risultato di un esame e di una riflessione giuridica prolungata. Quindi, ci vorrebbe il tempo necessario per uno studio attento delle decisioni prima di dare un’opinione ponderata. Non mi è piaciuta, tuttavia, stando a una prima impressione, la linea di difesa tenuta dal Governo italiano, il quale ha tentato di presentare il crocifisso come un simbolo che trascende le sue origini religiose e che ha un significato laico. Un tale ragionamento si può fare di sicuro in altre ipotesi, come per la Croce Rossa, però non è un argomento appropriato su cui fondare una difesa in questo caso. Bisogna essere onesti: il crocifisso è appeso nelle aule scolastiche perché è un simbolo religioso, che esprime la sensibilità religiosa di molte delle famiglie che mandano a scuola i loro figli, alle quali sembrerebbe assurdo che i propri figli siano cresciuti ed educati in un contesto in cui la religione sia trattata come tabù. Queste famiglie di credenti devono, però, capire che il crocifisso potrebbe dare l’impressione che la scuola sostenga una religione, e che questa cosa rappresenta un serio problema per chi è ateo e per le famiglie non cristiane, e che potrebbe essere mal interpretato dai loro figli. Non si può, però, cadere un’altra volta nel trabocchetto della laicità come posizione neutrale. Le famiglie laiche e quelle non cristiane devono cominciare a capire che togliere il crocifisso e dichiarare i corridoi della scuola un’area libera dalla religione è un’offesa verso i loro amici e vicini credenti, esattamente allo stesso modo in cui la croce lo è per loro. Viviamo in una società multiculturale, di cristiani, ebrei e musulmani secolarizzati e credenti. Dobbiamo sforzarci di trovare modalità attraverso le quali un bambino laico possa imparare a rispettare le convinzioni religiose del suo compagno di classe, convinzioni espresse, ad esempio, dal crocifisso (e, dov’è il caso, a seconda della scuola, dalla mezzaluna o dalla stella di Davide) e che in maniera creativa si potrebbe trovare per il bambino credente un modo, altrettanto visibile e simbolico, di rispettare la scelta laicista del suo compagno di classe. Non vogliamo che nella scuola queste scelte vengano nascoste. Noi vogliamo insegnare la tolleranza – che significa accettare l’alterità dell’altro, non nascondere l’alterità degli altri. Questa è la sfida educativa più grande che oggi abbiamo innanzi Quindi, sempre a una prima impressione, ciò che è veramente deludente della decisione è: 1. che sembra non cogliere in pieno la nuova realtà multiculturale della nostra società e la sfida educativa che pone – ossia di insegnare ai nostri ragazzi a rispettare e ad accettare l’alterità dell’altro, e di interpretare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo alla luce di questa sfida; 2. che ci riporta indietro al XVIII secolo e alla convinzione che la laicità e i corridoi scolastici senza religione siano dei modi in cui lo Stato esprime la propria neutralità. Il bambino ateo entra in questo recinto scolastico senza alcuna sfida alla propria identità. I corridoi della scuola, ormai religiosamente denudati, confermano la sua visione del mondo, mentre sfidano la visione del mondo del bambino credente. Ci devono essere modi più sofisticati e tolleranti di trattare questioni così profonde come quella dell’identità e dell’educazione. La prima impressione è che il tipo di pensiero che si riflette nella decisione sia il modo sbagliato di insegnare la tolleranza nella nostra società complessa. Però, per confermare questa prima impressione, ci vuole uno studio più approfondito della sentenza. La laicità non è una parete bianca Joseph Weiler Dopo aver ricevuto e letto alcuni commenti al mio articolo sulla decisione della Corte di Strasburgo, mi sento in dovere di reintervenire, perché mi viene il dubbio che i lettori, presi dalla reazione del pro o contro la sentenza, si siano persi la parte che più mi sta a cuore di quello che volevo mettere in luce. Per far questo lascio per un attimo da parte la sentenza, su cui mi sono già espresso, e racconto una storia. Giovanni e Romano sono due ragazzini dei giorni nostri che abitano nella stessa zona. Si vedono spesso al parco e giocano tra di loro. Un giorno Giovanni invita Romano a casa, passano il pomeriggio insieme e a un certo punto, in salotto, Romano vede qualcosa di nuovo e chiede: “Cos’è quella cosa lì?”; e Giovanni dice a Romano che è un crocifisso, e poi con i genitori gli spiega che cosa rappresenta. Romano torna a casa e, prima di andare a letto, chiede alla mamma: «Mamma, lo sai cos’è il crocifisso?», «Certo che lo so», «Lo sai che Giovanni ce l’ha? Ha il crocifisso appeso in sala. Perché noi non lo abbiamo?», e la mamma lo tranquillizza, gli dice che sa cos’è il crocifisso, e gli spiega che però loro sono una famiglia laica, che hanno determinati valori ma che non sono cristiani, e che quindi non tengono un crocifisso appeso in casa. Poi, dopo una settimana, Giovanni è invitato da Romano a fare merenda a casa. A un certo punto Giovanni gli dice: «In casa tua non c’è il crocifisso, perché?». E Romano, che si ricorda della chiacchierata con la mamma, gli spiega che la sua famiglia è laica, che hanno dei valori ma non credono in Gesù. Giovanni, anche lui colpito dalla novità, torna a casa e racconta tutto alla mamma, ne parlano insieme. Senza isterismi, senza scene apocalittiche, i due bambini, da amici, si scoprono l’un l’altro. Questo è un racconto-tipo di una situazione che chissà quante volte è già successa tra i ragazzini italiani. I due crescono insieme, non solo si tollerano, ma sono proprio amici, e le famiglie cominciano a conoscersi, pur nella loro differenza. Poi bisogna andare a scuola. E in aula c’è il crocifisso. Romano torna a casa e dice: «Mamma, a scuola c’è il crocifisso come a casa di Giovanni: quindi hanno ragione loro?». Qui, per una società plurale, si pone un problema. Ma questo problema si risolve levando il crocifisso dalla scuola? Riprendiamo la storia da dove l’avevamo lasciata, e cambiamo il finale: questa volta è Giovanni che va a scuola e vede le mura senza crocifisso. Torna a casa e dice: «Mamma, sai che a scuola non c’è il crocifisso? Quindi ha ragione Romano?». La questione vista prima, perciò, se si leva il crocifisso, non è affatto risolta: rispetto alla situazione precedente sarà semplicemente Giovanni, e non Romano, ad avvertire un problema. Anche la parete bianca è espressione di un certo modo di vedere la realtà. I simboli sono importanti, permettono di identificare fatti e tradizioni secolari. Siamo sicuri che non ne vogliamo avere nel luogo che si occupa dell’educazione dei nostri figli, proprio nel posto in cui le cose prendono un senso? Non è vero che la parete bianca è la soluzione migliore. Piuttosto, sarebbe bene cominciare a immaginare nuove soluzioni al problema, perché l’idea della parete bianca non è neutrale, è molto vecchia, e non risolverebbe nulla. Piuttosto, chi ha a cuore questa questione, e tra costoro i laici, dovrebbe cominciare a interrogarsi anche su quali simboli vorrebbero vedere nelle scuole, e non solo su quali non vorrebbero. Ecco perché l’Europa cancella se stessa Souad Sbai, Deputata del Pdl Da laica, interpellata sul tema del crocifisso, devo dire che la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo rappresenta un campo minato. Ma mi sembra che non tutti riescano a comprendere la portata culturale di questo pronunciamento. Prima che essere un simbolo religioso, il crocifisso rappresenta la cultura, la memoria e l’identità dell’Italia e dell’Occidente. E quando si arretra su questo terreno vi possono essere due pericolose derive: il laicismo e l’estremismo. L’Italia è sì uno Stato laico, ma il principio di laicità dello Stato non deve diventare la bandiera di un laicismo sprezzante della cultura di tutta una civiltà.Una sentenza simile presenta un grande deficit: non tiene conto del senso storico e della consapevolezza culturale di un’Italia che è stata, volente o nolente, l’incubatrice della cristianità. Vorrei a tal proposito ricordare che i regimi totalitari del Novecento – nazismo nel suo periodo di ascesa e comunismo – hanno tentato di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea, l’uno attuando la cosiddetta “guerra dei crocifissi”, l’altro tentando di cancellare Gesù Cristo dalla Storia dei Paesi dominati. In tal modo attuando un’operazione di de-semantizzazione e di conseguente distruzione del senso di una civiltà. Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non dovrebbe la Corte europea dei diritti dell’uomo considerare che le tragedie dello scorso secolo sono state provocate attraverso meccanismi di deprivazione del significato, nella sua accezione più squisitamente semantica, dell’identità culturale di popoli che ritrovavano il loro proprio senso entro la matrice culturale del cristianesimo? È questo il vero pericolo, il maggiore, insito in una sentenza che intende negare attraverso un’interpretazione giurisprudenziale ciò che gli uomini e la Storia hanno costruito in millenni di civiltà: smarrire le proprie radici, erodere il proprio senso culturale, essendo così condannati alla lunga notte dell’oblio. Se volessimo poi entrare in una disputa squisitamente giuridica, dovremmo considerare quanto dichiarato oggi dal Commissario europeo alla Giustizia, Barrot, che, tramite il suo portavoce, ha fatto sapere che, quanto alla presenza di simboli religiosi in edifici pubblici, «vige il principio di sussidiarietà, e dunque ricade interamente nelle competenze degli Stati membri». E che «la Corte Europea per i diritti dell’uomo non è un’istituzione europea. Inoltre non vi è alcuna normativa UE che regoli la materia e anche le norme comunitarie contro la discriminazione escludono il riferimento ai simboli religiosi attribuendone la competenza agli Stati membri». Non esiste storia senza memoria, non esiste una civiltà senza la manifestazione dei propri simboli, quando questi non ledano la persona, i diritti umani, la parità tra uomo e donna, e la sacralità della vita. Non bisogna permettere che il furore di un’ideologia nichilista ponga in serio pericolo l’identità italiana e occidentale.