Il terrorismo è, in un certo senso, una forma peculiare di guerra, le cui azioni si pianificano e si eseguono con l’obiettivo di arrivare alla rinuncia, da parte della società, a difendersi dalle pretese di dominio o di potere delle organizzazioni che lo utilizzano. Questa forma di guerra, i cui fondamenti e tattiche sono opposti a quelli della guerra moderna – che nasce con lo sviluppo dello Stato nazionale, specialmente dopo le innovazioni napoleoniche –, ha una sua propria economia, un suo singolare metodo per procurarsi le risorse necessarie. In effetti, la guerra terrorista non cerca di preservare il suo territorio per crearvi attività produttive con cui sostenere lo sforzo bellico – come si farebbe in un’economia di mobilitazione o per la costituzione di un complesso militare-industriale –, ma ne incoraggia la distruzione per facilitare il prelievo delle risorse materiali e finanziarie necessarie per il suo mantenimento. Seguendo la strada tracciata dalla professoressa Mary Kaldor, della London School of Economics1, ho dimostrato in altro luogo2 che, da una prospettiva teorica, il modello delle guerre terroriste è conforme al comportamento di un’economia predatrice di guerra il cui fondamento è il trasferimento di risorse dai cittadini alle organizzazioni terroristiche per mezzo dell’estorsione, del saccheggio e del furto, dei traffici illeciti – come la vendita di droga e armi, o il commercio di merci soggette a embargo –, le attività economiche di natura criminosa – come il riciclaggio di capitali –, e il controllo del mercato nero nel territorio su cui hanno potere, così come mediante l’ottenimento di risorse esterne – contributi di residenti all’estero, trasferimenti di fondi governativi o fondi per l’aiuto umanitario. Come è logico, questo modello generale ha le sue specificità, relativamente a ognuna delle organizzazioni terroristiche. E nel caso dell’ETA si notano questi cinque elementi: l’estorsione, l’appropriazione di sovvenzioni pubbliche, i commerci apparentemente legali, il saccheggio e la partecipazione a traffici illeciti. Di seguito, allo scopo di illustrare il costo economico della violenza terroristica, si potranno esaminare nel dettaglio questi ultimi e si mostreranno anche le conseguenze da essi causate, sotto forma di distruzioni di uomini e di materiali, così come la loro incidenza sul funzionamento del sistema economico. L’appropriazione di risorse Come abbiamo appena visto, l’economia predatrice dell’ETA, in quanto all’ottenimento di risorse con cui finanziare il terrorismo, si rifornisce da cinque fonti principali: l’estorsione, la captazione di sovvenzioni pubbliche, gli affari solo apparentemente legali, il saccheggio, la frode e la partecipazione a traffici illeciti. L’estorsione è stata praticata dall’ETA, in modo sistematico, fin dagli anni Settanta, per ottenere pagamenti in denaro, soprattutto da imprenditori, mediante minacce e, a volte, sequestri. Dalle informazioni disponibili, e che ho trattato sistematicamente in un saggio ancora inedito3, si può notare che nel decennio immediatamente precedente alla messa fuorilegge di Batasuna (1993-2002) l’estorsione ha reso, in valuta del 2002, 3,8 milioni di euro all’anno. Tuttavia negli ultimi anni (dal 2003 al 2008), indebolitasi, l’ETA non ha potuto raccogliere più di 1,9 milioni di euro all’anno. L’acquisizione di sovvenzioni pubbliche è stata invece organizzata mediante la costituzione di enti associativi destinati a supportare le attività dell’ambito terroristico – in principal modo quelle di propaganda, reclutamento di militanti e assistenza sociale ai carcerati – e che si sono trasformate in ricettori dei fondi assegnati a programmi multipli di finanziamento, sia del Governo Basco, sia di altre istituzioni. Batasuna vi ha giocato un ruolo assai rilevante poiché, essendo presente come partito politico nel Parlamento regionale e nei Comuni, ha esercitato una notevole influenza affinché le decisioni di carattere finanziario favorissero le sue organizzazioni. Durante il primo dei periodi sopra citati, si sono potuti contabilizzare così 16 milioni di euro l’anno a esse destinati. E negli ultimi anni, grazie soprattutto al recupero, da parte dell’ETA, di quasi tutto il potere politico, attraverso la presenza del PCTV [Partido Comunista de las Tierras Vascas] nella corte legislativa di Vitoria e dell’ANV [Acción Nacionalista Vasca] nei Comuni, così come la politica di sostegno alle famiglie di prigionieri dell’ETA promossa dal Governo socialista, si valuta che questo tipo di fondi possa ammontare a circa un milione di euro l’anno. Gli affari dell’ETA si sono basati sulla formazione di diverse società commerciali, tanto in Spagna quanto in altri Paesi, dedite ad attività molto varie – alberghi, turismo, editoria, commercio all’ingrosso, importazione ed esportazione – e, in modo particolare, alle herriko tabernas [locali a metà tra ristorante e centro sociale, ndt]. Da queste si è ricavato un reddito, e allo stesso tempo sono servite come luogo di accoglienza per terroristi in fuga e come infrastrutture per il riciclo di capitali, cui si deve aggiungere la frode al Servizio Sanitario Nazionale e la frode fiscale. I loro redditi non si sono mai potuti definire con precisione, ma si parla di cifre dell’ordine dei 3,5 milioni di euro l’anno in media, a partire dagli anni Novanta. Attualmente questo flusso continua, poiché anche dopo lo smantellamento di alcune società e la citazione in giudizio delle herriko tabernas, queste continuano la loro attività in condizioni simili a quelle del passato, e il loro reddito si valuta in 1,6 milioni di euro l’anno. Infine, il furto e i traffici illeciti hanno avuto un ruolo minore nell’economia dell’ETA. I furti di veicoli, esplosivi e altro materiale, pur con precedenti durante i primi anni di vita della banda, hanno acquisito un certo rilievo alla fine degli anni Novanta. Il loro rendimento nel periodo 1993-2002 si valuta in circa 245.000 euro l’anno, benché negli anni 2003-2008 abbiano raggiunto una media superiore ai 273.000 euro. Riguardo ai traffici illeciti, i dati di cui disponiamo mostrano che l’ETA ha partecipato sporadicamente ad alcune operazioni di contrabbando di sigarette, traffico di droga, vendita di armi e assistenza tecnica ad altre organizzazioni armate. Ma non si sa in che misura questi interventi abbiano potuto contribuire al totale delle risorse di cui si è impossessata la banda. Se si mettono insieme tutte le cifre che abbiamo citato e si aggiungono altre fonti meno importanti – come le lotterie, i crediti bancari non restituiti, gli affitti delle txoznas [stand] montate durante le feste nelle diverse località basche e le quote di adesione a Batasuna –, si può concludere che l’accaparramento di risorse da parte dell’ETA ha raggiunto un ammontare annuo di 28,2 milioni di euro tra il 1993 e il 2002, e di soltanto 7,5 milioni nel periodo più recente. Anche se non sono cifre disprezzabili, non si può nascondere che la loro quantità è poco rilevante, se si considera che si tratta dell’economia regionale più colpita dal terrorismo. Se si mettono a confronto con il PIL dei Paesi Baschi, si può concludere che, nel primo periodo, il loro valore ha raggiunto lo 0,07 per cento dell’importo totale dell’economia basca; e nel secondo ha appena superato lo 0,01 per cento. A questo punto è opportuno fare una riflessione su quanto abbiamo detto finora: la guerra terroristica è un tipo di guerra molto economica, alla portata di qualsiasi organizzazione che si proponga di scatenarla. Anche nei conflitti che hanno acquisito una certa dimensione, questa affermazione continua a essere valida, come nel caso della Colombia, dove l’insieme delle organizzazioni armate che operano nel Paese hanno ottenuto, mediante estorsioni, sequestri, furti di bestiame e narcotraffico, tra il 1991 e il 2003, risorse il cui valore annuo ammonta allo 0,4 del PIL nazionale, come hanno dimostrato molti studi pubblicati dal Governo colombiano4. Succede questo perché – come ha giustamente segnalato Herfried Münkler – guerre simili non si dichiarano «contro un avversario armato [...] ma piuttosto si tratta di una violenza prolungata esercitata contro ampi settori della popolazione civile». Inoltre, aggiunge il professore dell’Università Humboldt, «inferiori alle spese di reclutamento e armamento sono quelle investite per l’intervento di questi gruppi (di terroristi) poiché, secondo il principio che la guerra incrementa la guerra, si procurano il sostentamento mediante la coazione, il saccheggio e il furto». E conclude che, proprio perché costano poco, le guerre terroristiche rappresentano «una minaccia tanto grave, dato che per questo si allarga il cerchio di coloro che sono propensi a intraprenderle»5. I costi diretti del terrorismo L’economia del terrorismo non si limita allo studio dei metodi di raccolta delle risorse che sostengono le organizzazioni che lo praticano. Le azioni armate di queste ultime hanno effetti distruttivi sulle persone e sui beni, e producono costi economici che possono essere quantificati. Questa distruzione è essenziale per raggiungere gli obiettivi politici ed economici del terrorismo, poiché la desolazione creata dagli attentati, con l’insicurezza, la pressione psicologica e la paura che ne conseguono, è una condizione necessaria per garantire l’efficacia delle attività criminali e per provocare l’adesione ideologica della popolazione alla causa terrorista. A tale proposito si deve notare che, in generale, i danni diretti che derivano dagli attentati sono poco rilevanti. Anche nei casi di maggiore entità e impatto emozionale è andata così: il costo totale degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e Washington è stato stimato nello 0,79 per cento del PIL nordamericano; e quello degli attacchi dell’11 marzo 2004 a Madrid l‘abbiamo valutato, alla Cattedra di Economia del Terrorismo, appena lo 0,03 per cento del PIL spagnolo6. Relativamente all’ETA, anche se i dati disponibili sono incompleti, il bilancio economico di queste distruzioni indica che, in una media annuale, come mostra il quadro 2, per il periodo 1993-2002 i danni alle persone – morti e feriti – si valutano in 8,4 milioni di euro – la metà dei quali corrispondono a indennizzi per responsabilità civili –, cui si devono aggiungere altri 34,4 milioni per le conseguenti pensioni straordinarie pagate alle vittime; e per danni alle cose 310,9 milioni di euro, cifra che include una partita molto importante – 286,7 milioni – che corrisponde a quanto pagano i consumatori di energia elettrica per compensare la chiusura della centrale nucleare di Lemóniz. A questi costi diretti del terrorismo si devono aggiungere quelli derivati dal mantenimento di un importante apparato di sicurezza per prevenirlo e combatterlo. Uno studio realizzato dai periti dell’Audiencia Nacional permette di valutare questi costi per la sicurezza, per lo stesso periodo, in 343,7 milioni di euro all’anno. Pertanto, le conseguenze dirette del terrorismo nazionalista dell’ETA durante il periodo citato sono costate un totale di 697,4 milioni di euro l’anno per le vite spezzate, le distruzioni causate e la necessità di combatterlo con mezzi polizieschi e giudiziari. Tre quarti di questa cifra si possono attribuire alle azioni che hanno avuto luogo nei Paesi Baschi, il che significa che l’economia di questa regione ha subito un danno che equivale all’1,2 per cento del suo PIL. Ciò significa che i costi diretti del terrorismo sono stati 25 volte maggiori delle risorse destinate al suo mantenimento. Anche così la cifra rimane relativamente modesta, come quella dell’1,1 per cento del PIL stimato per la Colombia. D’altra parte, considerando il periodo posteriore alla messa fuori legge di Batasuna, si può notare che, tra il 2003 e il 2008, le cifre sono cambiate in modo davvero sostanziale. La distribuzione dei costi diretti del terrorismo mostra così un notevole calo dei danni materiali – che sono scesi fino al 40 per cento del periodo anteriore grazie alla diminuzione del costo differito di Lemóniz – e invece un forte incremento dei costi per la sicurezza – che si sono moltiplicati per 1,5. Di conseguenza, questi ultimi hanno impegnato un po’ più dei tre quarti del totale, mentre i primi hanno ridotto la loro incidenza fino al 18 per cento. I danni alle persone e le pensioni delle vittime hanno invece mantenuto inalterata la loro influenza sui quelli che sono i costi totali. Nell’insieme, in quest’ultimo periodo, i costi diretti del terrorismo hanno raggiunto una somma di 680,1 milioni di euro, di poco ridimensionata rispetto al periodo anteriore, poiché a causa dell’aumento dei costi per la sicurezza non si è potuto sostenere l’impatto finanziario della violenza dell’ETA, benché sia stata meno forte che in precedenza. Questi costi, per quanto concerne i Paesi Baschi, sono stati equivalenti allo 0,9 per cento del loro PIL, di tre decimi inferiori rispetto a quelli sopra citati per gli anni 1993-2002. Tuttavia la ratio fissata rispetto alle risorse impiegate dall’ETA per i suoi finanziamenti è aumentata in modo notevole, fino a raggiungere un valore del 90,6. I costi indiretti del terrorismo Dobbiamo però andare oltre questi costi diretti o quelli derivati dall’economia predatrice. Quando il terrorismo si installa nella società e diventa un suo elemento permanente, quando i suoi attacchi si svolgono con una certa regolarità, allora si genera un’incertezza continua che abbassa le aspettative degli imprenditori e, di conseguenza, influisce negativamente sui loro piani di investimento e, attraverso di essi, sulla produzione del valore aggiunto. L’economia allora si allontana dal suo livello potenziale di crescita e non arriva a produrre tutto quello che da essa ci si potrebbe aspettare. Tutti i cittadini, simpatizzanti o no di coloro che praticano la violenza, finiscono per subire questo effetto indiretto del terrorismo, poiché la minore crescita corrisponde a un livello di reddito personale più basso di quello che si potrebbe raggiungere in assenza di conflitti. Gli studi sui Paesi Baschi in cui si è affrontata la questione7 indicano che il terrorismo e la situazione politica conflittuale della regione sono fattori che hanno influito negativamente sulle decisioni di investimento degli imprenditori, e allo stesso tempo li hanno spinti a trasferire le loro attività. Questi due elementi hanno fatto sì che, come hanno dimostrato i professori Myro, Colino e Pérez, gli investimenti produttivi reali si siano allontanati progressivamente dal loro livello potenziale, di modo che, se negli anni Settanta il loro ammontare era del 30 per cento inferiore a questo livello, nel decennio successivo il differenziale è salito al 40 per cento, e negli anni Novanta fino all’80 per cento. In altri termini, il terrorismo ha causato una notevole carenza di investimenti nei Paesi Baschi, dato che i suoi effetti sono stati devastanti per la produzione. Così quest’ultima è cresciuta molto meno rispetto al suo livello potenziale. Conseguentemente, durante i due periodi che abbiamo utilizzato come riferimento (1993-2002 e 2003-2008), nell’economia basca si è sacrificato, secondo le stime citate e nelle medie annuali, il 21,3 per cento del PIL regionale, nel primo caso, e il 19,1 per cento nel secondo. In totale, il valore della produzione persa, come risultato del terrorismo nazionalista in questi tre quinquenni, supera i 150.000 milioni di euro. Una perdita per i Paesi Baschi che tuttavia ha influito su tutto l’insieme dell’economia spagnola, perché l’attività che si è spostata da questa regione ad altre Comunità Autonome ha indubbiamente favorito la crescita di queste ultime. È un risultato simile a quello ottenuto dai professori Abadíe e Gardeazábal, anche rispetto al caso basco; o da autori che, come Gupta e Collier, in numerosi studi pubblicati rispettivamente dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale8, hanno analizzato contemporaneamente esempi di diversi paesi funestati da conflitti terroristici; o, infine, a quello che, in riferimento alla Guinea Equatoriale e al terrorismo di Stato, ha riportato il professor Juan Velarde nel suo pionieristico saggio sull’Economia del terrore9. Da un altro punto di vista, quel che abbiamo detto significa che se, tra il 1993 e il 2002, i costi diretti generati dal terrorismo nazionalista basco hanno superato di 25 volte le risorse impiegate dalle organizzazioni inquadrate nelle trame dell’ETA, come abbiamo indicato precedentemente, nel caso dei costi indiretti il rapporto sale a 313 volte. E tra il 2006 e il 2008 queste proporzioni salgono a 90 volte per i costi diretti e 140 per quelli indiretti. In definitiva, nei Paesi Baschi il terrorismo è diventato un fenomeno persistente e di intensità variabile sul lungo periodo; e ciò ha causato perdite importanti nella crescita economica. Queste perdite hanno rappresentato il principale costo economico del terrorismo supportato dalla società nel suo complesso. Conclusioni Giungiamo così a un epilogo sull’economia del terrorismo. L’economia di guerra nei Paesi Baschi ha portato a una perdita di ricchezza che supera abbondantemente il costo diretto della morte e della distruzione. È un dissesto di notevoli dimensioni, che riproduce l’esperienza vissuta in molti Paesi in cui hanno operato diverse organizzazioni terroristiche in modo continuato e per parecchi anni. Il terrorismo è, per questo, oltre che un problema politico, un problema economico di primaria importanza, cui si dovrebbero dedicare più sforzi intellettuali e materiali, tanto per comprenderlo quanto per combatterlo. 1 Si veda M. Kaldor, Le nuove guerre: la violenza organizzata nell’età globale, Carocci, Roma 2001; “Haz la ley y no la guerra: la aparición de la sociedad civil global”, in M. Castells e N. Serra, Guerra y paz en el siglo XXI. Una perspectiva europea, Tusquets, Barcelona 2003; e La sociedad civil global. Una respuesta a la guerra, Tusquets, Barcelona 2004. Inoltre, risulta molto interessante l’importante opera di H. Münkler, Die Neuen Kriege, Rowohlt, Hamburg 2002. 2 Si veda M. Buesa, “War and terrorism: the predatory war model”, in M. Buesa e T. Baumert (a cura di), The Economic Repercussions of Terrorism, Oxford University Press, Oxford [2010, in corso di stampa]. 3 M. Buesa, La finanzas de ETA. Economía y política del terrorismo nacionalista en el País Vasco. Alcuni dati preliminari di questo lavoro si trovano in M. Buesa, Consecuencias económicas del terrorismo nacionalista en el País Vasco, Instituto de Análisis Industrial y Financiero de la Universidad Complutense de Madrid, Documento de Trabajo, n. 53, 2006 [http://www.ucm.es/info/cet/ documentos%20trabajo/consecuenciaseconomicas53.pdf]. 4 Si veda M.E. Pinto, A. Vergara e Y. la Huerta, “Costos generados por la violencia armada en Colombia, 1999–2003”, in Archivos de Economía, n. 277, Departamento Nacional de Planeación, República de Colombia, Bogotá 2005 [http://www.dnp.gov.co/PortalWeb/EstudiosEconomicos/ ArchivosdeEconom%C3%ADa/1998/tabid/457/Default.aspx]; e E. Trujillo e M. Badel, “Los costes económicos de la criminalidad y la violencia en Colombia, 1991–1996”, Archivos de Macroeconomía, n. 76, Departamento Nacional de Planeación, República de Colombia, Bogotá 1998 [http://www.dnp.gov.co/Portal- Web/EstudiosEconomicos/ArchivosdeEconom%C3%ADa/2005/tabid/446/Default.aspx]. 5 Cfr. H. Münkler, Die Neuen..., cit.
Spagna: il costo economico del terrorismo
di Mikel Buesa / Docente di Economia, Università Complutense di Madrid
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