Da lungo tempo la questione del federalismo divide il Regno Unito dal resto d’Europa. Dai tempi della Thatcher, la Gran Bretagna critica i tentativi del continente, capitanati da Francia e Germania, di costruire un super-Stato europeo integrato; e difende una visione apparentemente alternativa, basata sull’allargamento e sul libero scambio. Ma poiché sia il modello franco-tedesco sia quello anglosassone hanno sostenuto la liberalizzazione economica (benché in misura variabile), hanno entrambi subìto il destino neoliberista che ha segnato quasi tutte le nazioni e le regioni europee negli ultimi trent’anni circa: una sempre maggiore concentrazione di ricchezza e centralizzazione del potere. Il fallimento dei modelli di Europa dominanti Benché si ritengano opposti l’uno all’altro, il modello franco-tedesco e quello anglosassone hanno più in comune di quanto vogliano ammettere; soprattutto perché entrambi puntano a creare un’Europa a propria immagine. E poiché sono entrambe unilaterali ed egemoniche, le due alternative saranno sicuramente rifiutate dagli elettori europei. Oltre che unilaterali ed egemoniche, le due visioni rivali per il futuro dell’Europa sono in realtà conniventi, come si evince con chiarezza dall’unica questione sulla quale c’è accordo universale: il mercato comune europeo inaugurato dall’Atto Unico del 1985. Al di là dei vantaggi economici delle regole condivise, ciascuno interpreta il mercato unico a modo suo. Per quanto francesi e tedeschi parlino di modelli sociali europei, il mercato unico ha condotto all’estensione delle forze di mercato a settori che prima si autoregolamentavano, a istituzioni intermedie e a relazioni sociali finora governate da vincoli di mutualità, reciprocità e fratellanza che superavano la logica dell’utilità e del contratto in direzione della gratuità e dello scambio di doni, come ha suggerito Papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate1. E per quanto gli anglosassoni parlino di flessibilità e sussidiarietà, il mercato unico rappresenta una spinta inesorabile verso l’uniformazione, l’omogeneità e il centralismo. Ben lungi dall’inaugurare una politica europea condivisa, il mercato comune europeo manifesta la connivenza tra i due approcci all’Europa oggi dominanti che collassano sotto il peso delle proprie contraddizioni interne. Il modello franco-tedesco è incapace di estendere la comunità a nuovi Stati membri, né può preservare le specificità delle singole realtà socioeconomiche europee di fronte alla globalizzazione. Neppure il modello anglosassone è in grado di tutelare le peculiarità delle diverse società europee, né di incrementare la produttività delle rispettive economie. Alle nuove minacce, come il cambiamento climatico, il terrorismo o la regolamentazione finanziaria, non si potrà rispondere attribuendo più poteri alla commissione non eletta e agli involuti processi decisionali dell’apparato burocratico di Bruxelles, come ha sinora prescritto il modello franco-tedesco. Il modello anglosassone non offre un’alternativa: intende sottrarre all’UE una parte dei suoi poteri, solo per restituirli ai governi delle singole nazioni, che sono centralizzati e burocratizzati non meno di Bruxelles. Il mantra anglosassone sulla necessità di preparare l’UE alla globalizzazione e la cieca fiducia nel fatto che gli Stati nazionali siano gli unici depositari della legittimità, lasciano trasparire il primato dell’economia sulla politica e dell’interesse delle singole nazioni su un progetto politico comune. Questa visione non potrà condurre a un’Europa più grande delle sue parti, né potrà tutelare le culture nazionali dai peggiori eccessi del mercato globale e della burocrazia statalista. Insomma, nessuno dei modelli riesce a ottenere il sostegno di maggioranza tra i cittadini europei, perché entrambi rifiutano di parlare alle esigenze del popolo. Il federalismo della sussidiarietà2 Sia la Gran Bretagna sia altri Stati membri dell’Unione Europea devono ora recuperare ed estendere le migliori tradizioni europee di sussidiarietà, fratellanza e partecipazione a una totalità che è più grande della somma delle parti. Qui il Regno Unito e il resto d’Europa possono davvero imparare gli uni dagli altri: come il Regno Unito trarrebbe giovamento da una radicale decentralizzazione economica e politica, fino al livello più basso praticabile, così anche il resto d’Europa potrebbe in parte venire modellato sull’ideale britannico dell’unione, per cui gli Stati nazionali accrescono la propria identità peculiare condividendo istituzioni e pratiche. Di conseguenza, l’intera UE potrebbe essere costruita sull’idea del “federalismo della sussidiarietà”: una distribuzione dei poteri tra l’UE e le singole nazioni, con garanzie giuridiche, abbinata a un programma politico di radicale decentralizzazione. Il contributo specifico del Regno Unito a una futura, rinnovata UE consisterebbe nel considerare ogni parte costituente dell’Europa come una regione all’interno di un più ampio ordinamento politico europeo con una pluralità di poli transregionali, anziché come uno Stato nazionale indipendente che deve cedere la sua sovranità a una singola entità centralizzata. In tutta Europa oggi è diffusa l’idea che l’UE debba essere resa più responsabile e trasparente attraverso la decentralizzazione. Ma la proposta di un “reimpatrio” dei poteri, da Bruxelles agli Stati membri, determinerebbe una concentrazione dell’attività decisionale al livello nazionale, contravvenendo alla promessa, fatta dalla destra come dalla sinistra, di una redistribuzione radicale dei poteri al livello locale. Invece di uno sterile appello al principio della sovranità nazionale, l’Unione dovrebbe adottare un atteggiamento positivo e perseguire l’imperativo della sussidiarietà esprimendosi in favore di una decentralizzazione a livello europeo, fino al livello più basso praticabile, comprese le istituzioni locali, le comunità e i quartieri. Per esempio, l’UE potrebbe rafforzare ed estendere il principio del mutuo riconoscimento di prodotti e servizi a un maggior numero di aree legislative che governano il funzionamento del mercato unico europeo. Questa iniziativa, associata ad alcuni standard minimi, potrebbe limitare e frenare l’eccessiva armonizzazione: una situazione perversa per cui la Commissione può legiferare (e di fatto legifera) sulla forma dei pomodori e sulla lunghezza delle banane (anche su richiesta di singoli Stati membri o sulla base di decisioni della Corte di giustizia europea). Premendo per una revisione delle leggi europee che favorisca il mutuo riconoscimento anziché l’armonizzazione, l’Unione può contribuire a promuovere una maggiore varietà e una competizione equa (in senso antimonopolistico), tutelando al contempo i produttori e i consumatori nazionali contro la corsa al ribasso della competizione. Oltre all’importante e ben finanziata politica regionale dell’UE, Paesi come la Gran Bretagna, che cercano di proporre un’alternativa a uno Stato federale centralizzato, potrebbero patrocinare una nuova politica locale dell’UE che possa fondere i principi condivisi con le pratiche specifiche delle singole realtà locali. Questa sarebbe una visione realmente coraggiosa per l’Europa, anziché dare semplicemente più poteri a Westminster e a Whitehall. Allo stesso tempo, il crescente euroscetticismo e i tentativi di restituire poteri agli Stati membri, a spese di un progetto comune, potrebbero essere mitigati sottolineando il potenziale ancora irrealizzato di un sostegno della Comunità allo sviluppo regionale e locale. Nel caso della Gran Bretagna, c’è un significativo sostegno, potenziale e reale, dell’UE alla modernizzazione delle infrastrutture cronicamente sottofinanziate, anche mediante prestiti dalla Banca europea degli investimenti, per grandi progetti come la rete ferroviaria Crossrail in costruzione a Londra. Oppure, le opportunità concrete di una politica industriale sostenuta dall’UE per stimolare il settore produttivo e industriale britannico: un altro impegno urgente per il prossimo Governo inglese. Inoltre, una rinnovata enfasi sul localismo contribuirebbe al recupero di una tradizione tipicamente europea; in effetti il principio di sussidiarietà – devolvere il potere al livello più basso praticabile – è ribadito in tutti i trattati dell’UE, e assume ancor più importanza nel Trattato di Lisbona. Appellandosi a questo principio-guida europeo, il Regno Unito può opporsi al tentativo di costruzione di un super-stato federale con una visione propositiva che sia in accordo con i Padri fondatori d’Europa (non ultimo Winston Churchill) e con la tradizione del cattolicesimo sociale da loro condivisa. Recuperare questa visione permetterebbe all’UE di ripudiare il federalismo centralizzato sul modello franco-tedesco in favore di una sorta di “federalismo della sussidiarietà”. L’Unione potrebbe così concentrarsi su ciò che sa fare meglio (per esempio le normative bancarie internazionali, la protezione dell’ambiente e soprattutto una politica comune su esteri e difesa), delegando i processi decisionali in altri ambiti al livello regionale e locale o, dove assolutamente necessario, ai governi nazionali. Molte altre ragioni economiche e politiche suggeriscono di sperimentare un nuovo approccio all’Europa: la storia mostra che i paesi filoeuropei come la Germania, la Francia e il Benelux stanno perdendo le illusioni sull’integrazione e l’allargamento europeo; e i nuovi Stati membri dell’Europa centrale guardano a Washington per l’orientamento geopolitico. In Gran Bretagna, fossilizzarsi su un volgare euroscetticismo non farà che rafforzare la richiesta di indipendenza del Partito nazionale scozzese, e potrebbe segnare la fine del Regno Unito. Inoltre, con il tempo, l’attuale atteggiamento dell’UE provocherà una forte divergenza di opinioni con i partner dell’Europa continentale, privando Londra dell’opportunità unica di influenzare l’Europa in collaborazione con i naturali alleati cristiano-democratici (e anche qualche cristiano-sociale) che attualmente detengono la maggioranza nelle istituzioni europee e nei 27 Stati membri. Trasformare l’Unione europea Varie consultazioni elettorali e referendum europei hanno mostrato che i cittadini d’Europa non diventano progressivamente più euroscettici. Si può supporre che la maggioranza degli europei sostenga un progetto politico più ampio: ma vogliono un’Unione diversa da quella che viene loro proposta. È proprio la ristretta visione economica dell’Europa, difesa dall’élite politica ed economica, quella che è stata rifiutata dal no francese e olandese alla Costituzione europea nel 2005, e dagli irlandesi nel primo voto sul Trattato di riforma di Lisbona nel 2008. Questo triplice rifiuto è stato interpretato come una dichiarazione di antieuropeismo; ma è vero semmai il contrario, perché queste reazioni esprimono il desiderio di preservare valori comuni minacciati dall’avventata modernizzazione ed espansione dell’Unione. Il modello economico anglosassone è osteggiato proprio per via della perdita di coesione sociale dell’Europa; e l’allargamento è osteggiato precisamente a causa della scomparsa di un’identità politica europea già condivisa. Finché questa identità non sarà riconosciuta e integrata in un progetto politico più vasto, che parli a tutti gli europei, l’Unione non potrà aderire alla globalizzazione modernizzante né continuare il proprio processo di espansione. In effetti sono già emersi i contorni di un’identità politica comune: gli europei sanno che gli Stati nazionali da soli non possono difendere la varietà dei loro stili di vita contro l’omologazione economica globale e l’uniformità della cultura americana. Di fronte all’opposizione interna ed esterna, sanno che solo una strategia politica europea comune può affrontare le sfide globali come il cambiamento climatico, la riduzione del debito e l’equità del commercio. Né un semplicistico ritorno alla ristretta politica nazionale, né una cooperazione selettiva tra gli Stati membri, possono condurre a questi obiettivi, desiderati da tutti e oggetto di molte speranze. L’Europa è, inoltre, la sola regione del mondo in cui i cittadini abbiano in qualche modo già superato l’idea di Stato nazionale. Il ritorno all’interesse nazionale e all’isolamento è caldeggiato solo agli estremi dello spettro politico, e finora non detiene la maggioranza: dove il nazionalismo è diffuso lo è per omissione, ovvero perché mancano istituzioni e pratiche condivise. Paradossalmente, è necessario dar vita a una versione più ricca e intensa di un progetto politico comune che sappia rivolgersi alla dimensione universale e particolare della cittadinanza europea. Ogni cultura vuole essere preservata e desidera lo stesso per le culture vicine: gli europei sanno che per raggiungere questo obiettivo devono cooperare. Per trasformare queste idee nella realtà che la popolazione europea desidera, è necessaria una decisa ristrutturazione politica. Attualmente, le tre principali istituzioni europee sono dominate dagli Stati membri, non dall’elettorato europeo. I membri del Parlamento europeo sono candidati scelti dai partiti nazionali; il Presidente della Commissione europea, benché confermato dal Parlamento, è nominato dai governi nazionali e presiede un’istituzione la cui vocazione storica era – e dovrebbe tornare a essere – un servizio civile reso ad alto livello da politici eletti che rendono conto del proprio operato; e la presidenza del Consiglio, l’esecutivo dell’UE costituito dagli Stati nazionali, attualmente è gestita da ogni Stato membro a rotazione e in futuro, in base al Trattato di Lisbona appena ratificato, sarà esercitata da un soggetto nominato dai capi di Stato e di Governo dell’Unione. In entrambi i casi, non c’è legame tra il Presidente e i cittadini europei, e questa configurazione non farà che rendere più acuto il deficit di democrazia nell’Unione. Una valida alternativa consiste nell’indire elezioni a livello europeo che scavalchino la politica dei partiti nazionali: anziché votare in ogni Paese per eleggere i rispettivi delegati a Bruxelles, i cittadini potrebbero votare per candidati che si presentino in federazioni di partiti a livello europeo. Così costituito, il Parlamento europeo potrebbe scegliere il Presidente della Commissione dalle sue file. Oltre alla riforma del Parlamento, l’Unione ha bisogno di una sorta di senato, i cui membri siano scelti dai parlamenti nazionali. È cruciale che in questo senato siano inclusi rappresentanti delle diverse professioni e tradizioni religiose (nonostante gli strenui tentativi del New Labour di abolirla, la Camera dei Lord britannica costituisce un ottimo esempio, centrata com’è sull’esperienza, l’etica e l’armonizzazione delle differenze). L’Europa avrebbe così un sistema bicamerale, che rappresenterebbe sia la volontà del popolo sia gli interessi dei Paesi, delle loro regioni costituenti, delle professioni religiose e di altre importanti tradizioni civiche. Infine, invece della presidenza nazionale a rotazione e di un Presidente designato (come prevede il Trattato di Lisbona), il Presidente del Consiglio europeo potrebbe e dovrebbe essere scelto con elezioni dirette. Questa carica potrebbe così ottenere una legittimità diffusa, in particolare evitando le accuse di scambi di potere e favoritismi. Un’Europa delle Regioni che promuova la partecipazione politica e le strutture civiche, unita a pratiche politiche di reciprocità in tutta l’Unione, contribuirà a creare un’identità comune. Un’Europa che parla alle esigenze locali otterrà il sostegno di tutti, e quindi sarà più forte a livello globale. Questa visione può sembrare utopistica, ma Lisbona non sarà l’ultima parola. Dopo un decennio di rapido allargamento e la rinazionalizzazione di un certo numero di competenze, l’Unione ha urgente necessità di un progetto politico solido. Il federalismo della sussidiarietà, unito a un sistema bicamerale e ad altre riforme, può fondere alcune delle migliori tradizioni britanniche ed europee, trasformandole a vantaggio di entrambe le parti. 1 Cfr. Luigino Bruni e Stefano Zamagni, Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica, Il Mulino, Bologna 2005. 2 Sulla nozione di federalismo della sussidiarietà cfr. il mio articolo apparso nella rubrica Comment is free del “Guardian” il 12 ottobre 2009, http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/oct/12/cameron-conservatives-european-unioneurosceptic. Alcune argomentazioni di questo paragrafo si rifanno a quell’articolo
Regno Unito: le nazioni in un ordinamento europeo
di Adrian Pabst / Docente di Politica, Università del Kent, GB
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