La bandiera italiana, l’idea stessa di una nazione italiana, deriva da Napoleone e dalla sua vittoriosa campagna in Italia contro l’impero d’Austria. Quella campagna salvò la Francia rivoluzionaria e posò le basi dell’impero napoleonico. Napoleone stesso era di famiglia toscana emigrata in Corsica, un’isola che solo dopo la sua nascita è diventata francese. Ma Napoleone, pur certamente di “etnia”, “nazione”, italiana, si sentiva totalmente francese ed è ancora uno dei simboli stessi della Francia. In questi pochi fatti c’è tutta l’ironia, il paradosso e la debolezza della stessa idea di “nazione” che dopo la Rivoluzione francese si diffuse da Parigi in Europa nel XIX secolo e che ora assilla ogni angolo del mondo. In giro per il globo ci sono oltre cento movimenti di autodeterminazione nazionale. Se tutti avessero successo, la geografia politica del mondo cambierebbe radicalmente, il numero degli Stati raddoppierebbe e certamente sarebbero in corso almeno cento conflitti, più o meno sanguinosi, visto che i confini degli Stati e della gente non sono mai quelli che vorrebbero i capi delle varie “nazioni”. Il paradosso e l’orrore degli Stati-nazione è iscritto nel DNA politico e culturale della nostra Italia moderna. Qui verrei a un piccolo esempio. La figura di spicco della nuova identità della nazione albanese Girolamo De Rada nasceva nel 1814 in un paese della Calabria, San Demetrio Corone. De Rada nel 1848 fondò il primo giornale in assoluto in lingua albanese “L’Albanese d’Italia”. Con questo si consacrò padre non solo della lingua albanese, ma dell’idea stessa dell’Albania moderna , che poi circa un secolo e mezzo dopo fu all’origine dello sfascio della Jugoslavia, iniziato appunto con i moti autonomisti degli albanesi del Kosovo. La famiglia di De Rada era nel Sud Italia da almeno tre secoli. Per avere un metro di paragone l’America ha poco più di due secoli di storia, quindi De Rada era oggettivamente più “suditaliano” di quanto oggi qualunque americano sia appunto “americano”. Eppure Girolamo, sospinto dai moti di identità nazionale italiana dell’Ottocento, cercò e trovò una sua identità diversa, albanese appunto. Ma il sogno poetico ideale di De Rada che soluzione politica avrebbe potuto trovare? Quello di una “pulizia etnica”, cacciare gli albanesi del meridione in Albania? Ma sarebbe stato come una deportazione nazista. Oppure ricavare una zona indipendente-autonoma degli albanesi del meridione? Ma questo non avrebbe avuto limiti territoriali, dato che i paesi albanesi sono sparsi a macchia di leopardo in mezzo Sud Italia. La soluzione pratica, semplice e brutale fu, prima e dopo l’Unità d’Italia, la persecuzione degli irredentisti albanesi e, in varie ondate, la proibizione dell’insegnamento dell’albanese nelle scuole. L’Italia, fondata politicamente nel 1861, doveva “fare gli Italiani”, come si disse al tempo, e quindi doveva creare una identità linguistica italiana. I bersaglieri piemontesi combattevano contro gli insorti meridionali (i “briganti”) muovendosi con gli interpreti, perché c’era e c’è molta più differenza tra il piemontese e il calabrese, per esempio, che tra il piemontese e il francese da una parte, e il calabrese e lo spagnolo, dall’altra. Quindi solo pensando ai dialetti – per oltre un secolo di storia patria la prima lingua degli Italiani – ci sarebbero più ragioni di vedere Torino soggetta a Parigi e Cosenza provincia di Madrid. Ma la storia decise altrimenti, e in questo già complicatissimo calderone cultural linguistico non c’era spazio per la variante quasi assurda dell’albanese. Così De Rada venne cancellato dalla storia d’Italia e oggi da noi nessuno lo conosce, mentre i suoi testi si leggono nei sussidiari di Tirana! Contorsioni storico-ideologiche Queste contorsioni storico-ideologiche proveranno l’ingiustizia della tradizione storica che fa diversi pesi e diverse misure a seconda dell’obiettivo politico che si propone. Ma esse provano ancora di più l’assurdità del sogno di “nazione”, di cui oggi come italiani siamo certo figli, ma che oggi più che mai non possiamo continuare a rimescolare, perché ci troveremmo unicamente coperti di fango. La tradizione cristiana del perdono oggi servirebbe a tirare una linea su quello che è stato il passato e sulle sue ingiustizie, perché tutte le ingiustizie create dalla formazione degli Stati “nazionali” fino ad ora non possono essere riparate creando nuove ingiustizie con nuovi Stati nazionali. Né si può praticamente tornare ai vecchi Stati prenazionali, perché quelli sono morti e i morti resusciteranno solo nel giorno del giudizio universale; e se qualcuno prova a resuscitarli prima, con arti magiche, gli esseri che si alzano dalle tombe sono zombi, i mostri più orribili dell’immaginario moderno. Inoltre dall’idea di nazione è facile, ed è capitato più volte, scivolare nel nazionalismo, perché poi non tutte le nazioni sono uguali e la storia del Novecento è lì a misurare in milioni di morti il dramma delle nazioni e del loro nazionalismo. Quindi perseguire nell’idea di nazione è imprudente, rischiosissimo; tornare allo status quo ante le nazioni è assurdo. L’unica è accontentarsi della certo poco poetica realtà attuale, cercando di risolvere i problemi concreti in maniera altrettanto concreta. La soluzione offerta è prosaica, poco entusiasmante, ma in realtà dietro le idee di nazioni ci sono spesso, forse sempre, questioni molto pratiche che muovono e sono mosse dagli ideali nazionali. La questione meridionale Quindi occorre andare nel dettaglio delle varie questioni “nazionali” e per capirne il senso profondo forse è opportuno rifare un tuffo nella storia patria, ora che l’Italia è tornata a guardare al principio dell’unità nazionale. Dopo alcuni anni di oblio negli ultimi mesi è riemersa con forza la questione meridionale. In realtà essa è al centro dell’identità stessa dell’Italia. L’Italia moderna, quella vera, madre dell’Italia attuale, si è fatta con l’annessione del meridione, con lo sbarco dei mille di Garibaldi. Quella spedizione, sostenuta dagli inglesi per ampi motivi geostrategici, diede un’altra dimensione al progetto di espansione sabauda che, da allargamento territoriale di un piccolo regno tipo Belgio con capitale a Torino, si trasformò nell’invenzione di un nuovo grande Stato europeo. Quella spedizione significò la fine dell’influenza francese sullo stivale, che durava almeno dai tempi Napoleone, ed era testimoniata dalla presenza delle truppe di Parigi a difesa della Roma papalina, e dall’uso del francese proprio in quel Regno di Savoia che aveva guidato l’Unità d’Italia. La distruzione del Regno pontificio, elemento di continuità politica e ideale con l’impero romano, e per secoli freno all’unità politica dell’Europa e dell’Italia, era per la Londra anglicana e “anti papista” uno degli altri convenienti risultati dell’iniziativa garibaldina e savoiarda. Ma millenni di divisioni non si dimenticano con un’alzata di spalle o poche fucilate di mille “esagitati“ in camicia rossa. Così la nuova Italia fu subito tormentata dalla questione che prese il nome di “meridionale”. Con il passare dei decenni, fino a oggi, la questione ha preso varie facce: quella dell’insurrezione nella guerra del brigantaggio, subito dopo l’Unità nel 1860; quella della massiccia espulsione, con l’emigrazione, della gente in America dopo la fine di quella guerra contro i briganti. Usando un termine attuale, la pulizia etnica di oggi è l’emigrazione di ieri, visto che almeno metà dei meridionali fu mandata all’estero per limitare la pressione sociale e politica in quelle nuove aree di conquista. Negli stessi anni la Prussia protestante assorbì il resto della Germania cattolica, senza troppe guerre interne o espulsioni. Questo successo di Berlino – oltre alle schiaccianti vittorie militari contro Austria (1864) e Francia (1870) – contribuì a eccitare la hubris tedesca specie se confrontato con l’insuccesso italiano. In Italia la questione meridionale prese un nuovo tono dopo la Prima guerra mondiale, con tentativi di sviluppo in loco pilotati da Roma, e una continuazione più limitata della politica di espulsione-emigrazione. Arrivarono le politiche di sviluppo, le casse del mezzogiorno, l’emigrazione stavolta “solo” verso il Nord Italia, insomma tutte le ricette buoniste e non semplicemente repressive applicate nei decenni precedenti. Esse tenevano conto che i meridionali erano una macchina di consensi, di voti, quelli cruciali nel dopo Seconda guerra mondiale, che avevano fermato la vittoria elettorale dei comunisti. Circa un secolo dopo la fine della guerra al brigantaggio, negli anni Ottanta del Novecento, Umberto Bossi fondò con la Lega un movimento separatista del Nord. Esso altri non era che l’ammissione della sconfitta del progetto di unificare l’Italia e una messa in discussione profonda dell’ideale di nazione italica, proponendo l’idea di una nazione padana distinta da quella ereditata dal Risorgimento. In altre parole, Bossi parlava, e parla, sempre di questione nazionale e questione meridionale, ma in altre forme, dicendo: «Non ci si può fare niente, siamo diversi, bisogna separarsi». I dettagli della separazione possono essere discussi, ma in realtà sono, appunto, dettagli, perché quello che Bossi ha fatto è stata un’operazione garibaldina alla rovescia. Ha riconosciuto il fallimento dell’unità, dell‘idea sottostante di nazione italiana e ha posto il problema che l’Italia doveva, e deve, essere rifondata su altre basi che non fossero quelle del vecchio, ingenuo sogno di Garibaldi. Il presidente della Regione Siciliana che nei mesi scorsi ha guidato la “rivolta” del Sud contro il Nord, e che per ironia della storia si chiama con un nome “leghista”, Lombardo, ha sancito dopo decenni di insulti leghisti che, sì, questo matrimonio non si “aveva da fare” e che ora bisogna ricominciare da capo. Ripensare l’Unità d’Italia Il punto è questo ed è fondamentale: non ci si può mascherare dietro l’idea di nazione, bisogna ripensare profondamente l’Unità d’Italia, bisogna riaffrontare la questione meridionale. Ma questo problema non può essere tema di una nuova elaborazione ideale sul concetto di nazione italiana o padana o meridionale o qualunque altra. Esso implica che per l’Italia sono necessarie forme statuali diverse, soluzioni politiche particolari, come sono quella del federalismo fiscale, delle gabbie salariali (comunque le si vogliano chiamare), nell’ambito di un mondo che si è fatto più grande, che non sopporta i pesi piccoli, e di un’Italia, oggi peso medio, che è parte dell’Unione europea. Cosa sarà dell’Italia (o delle Italie) nel futuro, è una delle questioni da approfondire in un mondo dove l’asse strategico si è spostato sul Pacifico e dove emergono ipernazioni come la Cina o l’India, da oltre un miliardo di abitanti. Però questo non ha niente a che vedere con l’idea e l’ideologia di nazione. Certo, rimane la sostanza storica che millenni di diversità, nelle varie parti di questa espressione geografica che chiamiamo Italia, non possono essere annullati ignorandoli. È da qui che bisogna partire, o ripartire. Infine c’è l’oggi immediato. I problemi concreti sono quelli di sviluppo. Il Sud è arretrato, non in sintonia con il Nord. Ciò perché manca imprenditoria, o perché è emigrata al Nord (problema sociale) e perché c’è una cultura feudale che ha infestato anche il Nord, e si manifesta nella mafia. Il principio è che il “capobastone“ è padrone del territorio, perché ha la forza di imporsi, non lavora, non produce e viene pagato. La logica culturale è quella del vecchio feudatario. Tentativi sono stati compiuti in passato, ma non si è mai fatto nulla nell’ambito di una strategia finalizzata a sradicare questa idea feudale, che è il vero impedimento alla crescita economica e politica dell’Italia meridionale. La nuova economia non feudale, imprenditoriale, deve affermarsi contro la vecchia economia feudale. Il semplice sradicamento del potere feudale dei “capibastone“ senza sostituzione di cultura sociale ed economica, cioè crescita dell’economia di mercato, come si chiama in Cina, dell’impresa moderna, porta solo alla ricrescita del feudalesimo, rafforzato dalla crisi temporanea. Per questo occorrono politiche di incentivi per gli investimenti e premi per le imprese che fanno profitti. Ciò si può fare nell’ambito di una o due Italie. Ma certo se il Sud comincia a crescere economicamente, il Nord avrà un interesse a stare unito e il Sud a staccarsi. Questi sono problemi storici, culturali, economici e sociali simili a quelli agitati dai nazionalismi di tutto il mondo. Possono essere risolti nell’ambito di uno Stato o nella separazione in due, tre entità di quello Stato originale, ma l’indipendenza di un pezzo di Calabria o di Cina o di Tibet non è né può essere realmente un valore in sé. Di certo c’è un valore di stabilità e una pulsione che si mettono in contrasto quando si agita il delicato tema della nazione. Raramente uno Stato accetta di spaccarsi senza scontri, a dispetto del suo regime politico più o meno democratico. Inoltre, raramente l’arrivo di una nuova “nazione” indipendente nella comunità internazionale è accolto senza creare gravi turbamenti agli equilibri politici dei vicini. Questo oggettivamente milita contro il principio delle varie lotte di indipendenza. D’altro canto, il Romanticismo, come aveva trovato un elemento eterno nel sogno dell’amore “romantico”, così aveva individuato un sentimento profondo con l’idea vaga di nazione. Essa richiama l’idea di identità, di famiglia, di gruppo, di clan che cerca di proteggersi in un insieme con cui noi ci identifichiamo, ci riconosciamo e dove siamo riconosciuti. È radicata nell’idea sacrosanta, profondissima, della famiglia, del focolare, delle persone che parlano la stessa lingua, condividono la stessa cultura e principi, e collaborano per vivere insieme e difendersi da attacchi esterni. In altre parole come c’è un romanticismo eterno, l’amore dell’uomo e la donna, che va oltre quello storico dell’Ottocento, così l’ideologia di nazione fa appello a un idea vera di gruppo, più o meno allargato che dà identità, vita e protezione. Il “richiamo del piffero” del nazionalismo È quindi estremamente difficile sottrarsi al “richiamo del piffero“ del nazionalismo quando il “pifferaio“ nazionale di turno soffia le sue note. Con buona pace di Marx, il quale si illudeva che l’identità operaia trovata nelle catene di montaggio di tutto il mondo sarebbe stata più forte dei gruppi “nazionali”, tante guerre tra Stati – combattute dopo Marx – provano che l’ideologia nazionale è ben più forte di quella classista e internazionalista. In effetti, al di là delle fole operaiste, i movimenti comunisti hanno fatto spessissimo appello ai miti nazionalisti per agitare le folle verso la rivoluzione. In questo il nazionalismo ha funzionato molto meglio dell’analitico Marx. Ciò è stato vero in Unione Sovietica, che ha ribollito i vari nazionalismi centro asiatici contro gli zaristi, e poi ha fatto la stessa cosa usando il nazionalismo russo contro gli invasori nazisti. È stato vero per tutte le rivoluzioni comuniste nel terzo mondo, dal Vietnam a Cuba, dove il sogno vero per il popolo era quello dell’emancipazione nazionale, non l’utopia comunista in terra. Ciò è vero al punto che forse si dovrebbe ripensare il Novecento come il secolo non solo delle battaglie dei totalitarismi, ma anche delle guerre dei nazionalismi, che hanno generato quei totalitarismi. D’altro canto uno Stato ha bisogno anche di un supporto ideale per restare unito, e nei due secoli scorsi l’idea di nazione è stata la scorciatoia più efficacie per procurare questa idea funzionale allo Stato. Solo in alcuni casi, come quello dell’America per la sua stessa natura, si è trovato un mito fondante per lo Stato che non fosse quello di nazione, basato sull’idea di una comunanza di etnos. In tutto questo c’è il pericolo vero, profondissimo dell’idea di nazione proprio per il fascino irresistibile che essa esercita su ciascuno di noi e che sembra esistere in eterno, al di là delle varie, specifiche condizioni storiche e politiche che di volta in volta soffiano sull’idea di questa nazione, per esempio l’Italia, o di quell’altra, per esempio la Padania o il Meridione. PS. Ringrazio Lao Xi per le discussioni avute insieme.
L’idea di nazione tra particolarismo e ideale
di Francesco Sisci / Giornalista, corrispondente de La Stampa a Pechino
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