Quadrimestrale di cultura civile

Modello di new governance, cioè di sussidiarietà

di Lester M. Salamon / Docente di Scienze politiche e Direttore del Centro per gli studi sulla società civile, Johns Hopkins University di Baltimora, Maryland, USA

Estratto dall’intervento al convegno internazionale “Istruzione e formazione professionale: il caso scuola Oliver Twist. Educarsi per educare”. Como, Scuola Oliver Twist, 9 novembre 2009. Per me è un enorme onore essere qui di fronte a voi per celebrare questa nuova scuola costruita da Cometa per formare giovani nelle discipline dell’artigianato. Riconosco che questo è un momento estremamente importante per Cometa, forse un momento addirittura “sacro“, ma sacro anche per lo sviluppo delle politiche sociali e formative della Lombardia e dell’Italia. Sacro non solo in termini religiosi, non avrei l’autorità per parlarne, ma anche da un punto di vista secolare. Non voglio parlare di quello che è, ma di quello che la scuola Oliver Twist rappresenta, almeno per come l’ho capita io. La scuola Oliver Twist incarna tutti gli elementi di un nuovo modello di risoluzione dei problemi pubblici, ha le chiavi per affrontare le sfide del nuovo secolo, secondo il modello che ho definito “new governance“. Se vogliamo affrontare seriamente il problema sociale, dobbiamo andare oltre il paradigma del conflitto, oltre all’idea che i rapporti tra i settori della società (stato, impresa e terzo settore) siano conflittuali tra loro. Dobbiamo allora muoverci verso il paradigma della partnership che riconosce esplicitamente la collaborazione e che si adopera per perfezionare nuovi strumenti di azione pubblica attraverso nuovi modi di coinvolgere il settore pubblico e privato in uno sforzo congiunto. Siamo in un Paese cattolico e in un luogo ispirato da un eminente teologo cattolico come don Giussani, e ho pensato di elaborare i miei pensieri secondo i tre livelli su cui, secondo me, questa scuola opera. La potenza della carità Il primo livello è quello della prospettiva dei suoi creatori, i fondatori di Cometa e molti di voi che avete sostenuto Cometa. La scuola Oliver Twist è innanzitutto un atto di carità, la manifestazione dello spirito del dare che rappresenta la volontà delle persone e il libero arbitrio di migliorare la vita degli altri. Questo è un impulso umano potentissimo. Papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate ha descritto la carità, o l’atto del dare, come la forza motrice principale per lo sviluppo autentico di ogni singola persona e di tutta l’umanità. Una forza straordinaria che fa sì che le persone si adoperino in un impegno generoso e coraggioso nel campo della giustizia e della pace. Possiamo trovare diverse spiegazioni all’origine di questo impulso. Per alcuni le origini possono essere di tipo divino. Questo principio è presente in modo potente nel cristianesimo e, in particolare, nel discorso di Gesù sul monte: «Fai agli altri quello che vorresti che facessero a te»; poi è stato tradotto in termini moderni anche nella vita e nel lavoro di don Giussani, fonte spirituale e di ispirazione dell’intero esperimento di Cometa. Questo principio è stato articolato anche nel capitolo XIX del Vecchio Testamento, nel Levitico, dove Dio dice a Mosè di riferire al popolo ebraico di non prendere tutto il raccolto e di non spogliare del tutto le vigne, ma di lasciarle per i poveri e per gli stranieri. La carità o “Zakat” è anche uno dei cinque pilastri dell’Islam. È una caratteristica comune in quasi tutte le religioni conosciute al mondo e anche i non credenti celebrano questa tensione, ovvero l’obbligo che gli esseri umani hanno non solo verso se stessi, ma anche verso gli altri. Questo impulso ad agire di propria iniziativa per aiutare gli altri è vivissimo nel terzo settore e introduce altri due elementi, apparentemente in contraddizione l’uno con l’altro: da una parte l’impegno radicato verso la libertà e l’iniziativa individuale e dall’altra parte il concetto, ugualmente fondamentale, che tutti noi viviamo in una comunità e abbiamo la responsabilità di andare oltre noi stessi e adoperarci per il bene dei nostri simili. Questi elementi sono particolarmente presenti nel terzo settore, dove una serie di istituzioni sociali si dedicano alla mobilitazione dell’iniziativa privata per il bene comune. Cometa è una di queste istituzioni, questa scuola e i suoi figli ne sono un esempio: insieme essi indicano cosa può essere fatto con lo spirito di carità nella forma di gestione del terzo settore. Questo è il primo messaggio che la scuola Oliver Twist ci comunica: la potenza della carità e il ruolo speciale del terzo settore. I limiti della carità Il secondo messaggio che questa scuola trasmette è un messaggio sui limiti della carità. Due di questi limiti richiedono e meritano la nostra attenzione, non perché siano barriere per questa scuola, ma perché questa scuola ci indica come superare tali ostacoli. Il primo limite è la minaccia del paternalismo che spesso la carità può rappresentare: può spesso creare dipendenza e favorire il clientelismo. La carità, infatti, non stabilisce un diritto all’assistenza come fa la legge, al massimo può stabilire un privilegio conferito da un donatore a un ricevente, per questo il beneficiario è messo in una posizione in un certo modo asservita rispetto al donatore. La carità corre così il rischio di deresponsabilizzare le persone nell’atto di dare aiuto. La carità così concepita dà la possibilità poi di sviluppare un sistema di distribuzione di un euro per persona, come nel principio democratico “one man one vote”, e questo ci fa correre il rischio di deresponsabilizzare le persone. Per evitare questi rischi, bisogna fare attenzione affinché riceventi e donatori siano messi sullo stesso piano. Come ci ricorda Benedetto XVI: «Dobbiamo vestire i panni dei riceventi, di chi riceve, perché tutti siamo riceventi della carità di Dio, anche se siamo erogatori di carità agli altri». Lo stesso pensiero è indicato nell’Esodo, dove si legge di non trattare male uno straniero perché «anche noi siamo stati stranieri nella terra di Egitto». Adesso vi chiederete: tutto questo cosa ha a che fare con la scuola Oliver Twist? A mio parere, il significato profondo del dare, per una scuola, è che per poter avere un effetto desiderato abbiamo bisogno della collaborazione anche del ricevente della carità e non solo del donatore. Un dono significa un’opportunità; sta poi al beneficiario cogliere l’opportunità. L’atto di carità, dunque, deve essere associato a un atto di responsabilità perché abbia effetto, e il fatto che questa scuola formi artigiani lo rende ancora più vero perché per essere un artigiano non serve solo competenza ma bensì eccellenza. Questo io l’ho visto come esperienza personale nella scuola d’arte dove ha studiato mio figlio a Baltimora, una scuola molto selettiva, dove i criteri di selezione sono basati su risultati artistici e non accademici, proprio perché nell’arte ci vuole l’eccellenza questa scuola registra i migliori risultati accademici di tutta la città. Quindi il secondo messaggio della Scuola Oliver Twist è l’importanza di promuovere un senso di responsabilità nei beneficiari della carità e di instillare un senso di umiltà nei donatori come antidoto alla dipendenza che la carità, se ingenuamente operata, può creare. Un approccio nuovo C’è, però, un altro limite alla carità che dobbiamo riconoscere: il problema dell’insufficienza. Nonostante gli incoraggiamenti di ogni tradizione religiosa, nonostante tradizioni secolari di solidarietà, la carità da sola non può dare un livello di sostegno sufficiente per poter far fronte alle normali difficoltà della vita moderna. È quindi necessario integrare i contributi volontari della carità con i contributi non volontari prodotti dai sistemi fiscali. Nel mio Paese, che risulta fra i più caritatevoli nel mondo – ma forse questo non è neppure così esatto –, le donazioni di beneficienza rappresentano meno del 2% del reddito personale e questo è a malapena sufficiente per far andare avanti le organizzazioni non profit. L’88 % del loro reddito deriva da altre fonti, non dai contributi volontari. Potremmo ricordare le parole di un osservatore americano alla fine del XIX secolo: «La legge è il veicolo attraverso il quale anche i ritardatari si aggiungano alla marcia della civiltà» (Amos Warner). Questo aspetto introduce il terzo significato della Scuola Oliver Twist: un messaggio per la società nel suo senso più vasto, un messaggio sulla necessità di un nuovo modello di risoluzione del problema sociale per il ventunesimo secolo. Il cuore di questo messaggio è incarnato nell’esperienza della Scuola Oliver Twist. Alla base di questa scuola ci sono stati un atto di carità, un’iniziativa privata, ma anche il Governo regionale della Lombardia che ha contribuito a sostenere le sue attività. In altre parole, la Scuola Oliver Twist offre un approccio nuovo al problema pubblico, proponendo un modello che abbraccia la collaborazione e la cooperazione tra vari settori della società. Questo modello io lo definisco come “new governance”, qui in Italia, e in Lombardia in particolare, lo definite “sussidiarietà orizzontale”. Ma per capire il significato di questo nuovo modello riflettiamo un attimo su come sono stati dipinti tradizionalmente i rapporti tra i vari settori della società. Come dicevo prima, per gran parte della storia in Europa e anche negli Stati Uniti, il settore non profit è sempre stato osservato attraverso un prisma ideologico, che ha sottolineato il conflitto intrinseco tra il terzo settore e lo Stato. Questa idea ha sostenuto il pensiero conservatore anglosassone dal XVIII fino agli inizi del XX secolo e ci sono echi di questo concetto anche nella famosa lettera enciclica Quadragesimo anno di Papa Pio XI, dove si prevede una divisione delle responsabilità sociali. Successivamente il sociologo Robert Nisbet ha dato la sua definizione “moderna“ al conflitto tra non profit e governo. «La lotta vera nella modernità – come ci dice Nisbet – non è tanto tra lo Stato e l’individuo, ma tra lo Stato e il volontarismo». L’immagine che emerge è quella di una società fatta come una torta mille foglie, con diversi strati: lo strato di vaniglia, di cioccolato, con i vari settori che sono responsabili delle diverse funzioni e con delle barriere incomunicabili che dividono un settore dall’altro. Secondo questa visione, la crescita dello Stato moderno ha sacrificato la libertà umana e ha stretto il settore non profit impedendogli di svilupparsi. Non sorprende quindi che l’attenzione per il terzo settore sia sorta all’inizio degli anni Ottanta o alla fine degli anni Settanta, quando l’idea del non profit ha finalmente preso piede sull’arena internazionale con le elezioni di Margaret Thatcher nel Regno Unito e di Ronald Reagan in America: si puntava a ridurre il ruolo dello Stato. Il terzo settore e la filantropia hanno quindi rappresentato un elemento di rottura, un nuovo ruolo e una nuova possibilità di evoluzione del conflitto tra Stato e non profit. In questo modello inizia a imporsi il terzo settore ma, allo stesso tempo, l’intervento del governo è ancora prevalente e ci sono poche opportunità per la sfera non profit. Intorno a queste idee si è poi sviluppato un mito sociale molto forte: l’America aveva sposato il modello basato sul settore volontario, ma poi se ne è allontanata, soprattutto durante il “New Deal” e poi durante la “Great Society” negli anni Sessanta, e quindi, come diceva Reagan: «Abbiamo fatto in modo che il governo portasse via delle cose che invece una volta potevamo fare noi volontariamente». E in questo modo sia l’Europa sia l’America hanno costruito un modello di welfare dove si sono sacrificati i principi di iniziativa individuale e di libertà. In assenza di una evidenza empirica è stato possibile dunque sposare queste teorie che sembravano avere un senso, c’era una logica alla loro base. C’era però una falla in queste teorie: quando abbiamo iniziato con le nostre ricerche empiriche sul terzo settore negli Stati Uniti abbiamo notato che la crescita dello Stato welfare non aveva diminuito il terzo settore, non lo aveva ristretto, come suggerivano i neo-liberisti, anzi! La “Great Society” nell’America degli anni Sessanta aveva in realtà promosso la crescita della realtà non profit come non mai nella storia statunitense. E la stessa cosa è successa negli Stati europei come Germania, Paesi Bassi, Belgio, Irlanda, dove si erano appunto create delle partnership di assistenzialismo, con il settore non profit come co-protagonista. Ad esempio, la prima grande organizzazione non profit americana, la “Harvard College”, durante i primi duecento anni di esistenza era stata sostenuta da una tassa, la “college corn”, che corrispondeva alla quarta parte di uno staio (contenitore di cereali dell‘Ottocento). Inoltre, circa il 60% del reddito delle charities newyorkesi arrivava dai sussidi pubblici. Una terza via per il non profit È stata trovata così una terza via per affrontare e risolvere il problema pubblico, diversa dal modello del governo dominante e del terzo settore dominante. La nuova strada da percorrere propone un modello di partnership tra governo e aziende non profit. Per tornare alla metafora di prima, invece di una torta mille foglie, dove ogni settore è separato e diviso dagli altri, pensiamo a una torta dove tutti gli ingredienti si intersecano gli uni con gli altri e dove comunque i diversi sapori restano distinti e identificabili. Possiamo quindi interconnettere governo, mondo delle aziende profit e non profit in mille modi e in nuovi modi efficaci. Dobbiamo allora celebrare questa nuova scuola come un modello di evoluzione civile. Cometa e la Scuola Oliver Twist incorporano benissimo il modello di risoluzione del problema pubblico in maniera collaborativa e la Regione Lombardia è emersa come leader in Italia nel promuovere questo modello. Nonostante tutti questi progressi, questo rimane un modello difficile da capire, non è ancora stato teorizzato e deve dunque fare ancora ulteriori progressi. Cerchiamo allora di capire quali sono i passi da compiere per dare la spinta a questo nuovo modello, non solo nella Lombardia e in Italia, ma anche nel resto del mondo. I sette miglioramenti necessari Vorrei prendere in prestito l’immaginario dei sette peccati capitali e trasformarli in quelli che possono essere i “sette miglioramenti necessari” per poter far decollare definitivamente questo modello di politica sociale. 1. Innanzitutto serve fare un lavoro concettuale, dobbiamo formulare una immagine più chiara e più positiva di società a tre settori. Credo che il governo della Lombardia abbia davvero fatto progressi nel tentativo di articolare e definire questa situazione, in particolare utilizzando il termine “sussidiarietà orizzontale“. Io sono attratto da questo termine, ma sono anche un po’ preoccupato dal suo bagaglio politico, perché appunto può riecheggiare una rigida separazione tra i ruoli sociali, mentre invece nell’utilizzo che ne ha fatto la Regione Lombardia non vi è separazione, bensì collaborazione, condivisione di responsabilità tra settore pubblico e non profit. Il termine “new governance” che io utilizzo evidenzia che ci sono molteplici istituzioni che si impegnano per la risoluzione dei problemi pubblici, non solo quelle governative. 2. Affinchè questo modello sussidiario funzioni, le organizzazioni non profit devono essere viste come partner non soltanto nell’erogazione dei servizi finanziari pubblici ma anche nell’esecuzione dei progetti. 3. La “new governance” per poter funzionare ha bisogno di una capacità organizzativa. Il non profit deve diventare un sistema di erogazione per sistemi finanziati pubblicamente. Quindi il governo deve investire nei sistemi di formazione, nelle attrezzature, nelle tecnologie perché le organizzazioni non profit possano assolvere la loro funzione come partner. 4. Gli attori del governo devono essere molto consapevoli degli effetti degli strumenti economici che utilizzano per finanziare il non profit. Il governo della Regione Lombardia ha posto molta importanza sul lato della domanda (pensiamo alla Dote). La Dote tuttavia può rappresentare un rischio per il non profit, perché può far gonfiare i costi, dal momento che si mettono risorse economiche in un mercato che non produce. 5. Il quinto aspetto è la necessità di un terreno finanziario di sviluppo per gli erogatori del non profit (per esempio, dare loro la possibilità di accedere ai mercati) 6. Il sesto fattore è la necessità di una ri-educazione dei funzionari pubblici. Il ruolo del governo nel modello di “new governance“ è fondamentale, eppure sostanzialmente mutato rispetto al passato. Occorre passare da competenze di gestione a competenze utili a istituire nuove reti operative. Sono necessarie capacità di persuasione, abilità nel trattare e negoziare piuttosto che nel comandare e controllare. 7. Infine, affinché questo sistema possa funzionare, gli operatori del non profit hanno il dovere di riconoscere la legittimità delle richieste del governo e della comunità con cui collaborano. E questo lo devono fare con un elevato grado di trasparenza per poter essere responsabili e operare in modo responsabile. Quindi, quello che la scuola Oliver Twist rappresenta è la vera essenza dell’idea di “new governance”. Innanzitutto incorpora lo spirito del dare, un’iniziativa privata per il bene comune; in secondo luogo rappresenta la responsabilità personale di fronte ai beneficiari; in terzo luogo, rappresenta la nozione di un nuovo concetto di collaborazione. Mi congratulo con chi di voi ha avuto la genialità di mettere insieme tutti questi sforzi e questi concetti per il bene futuro e vi ringrazio nuovamente per avermi concesso di partecipare e tenere questo discorso.