Quadrimestrale di cultura civile

L’Unità d’Italia e l’economia

di Paolo Del Debbio / Docente di Economia ed etica della pubblicità, Università IULM di Milano

Le celebrazioni dell’Unità d’Italia nel 2011 sono un’occasione da non perdere per riflettere se, in questi primi centocinquanta anni, si sia realizzata anche un’unità economica del nostro Paese oppure siamo ancora un po’ indietro o molto indietro. È financo ovvio sottolineare che unità, in questo caso, non significa uniformità e non deve neanche significarlo; unità, in questo caso, semmai, significa che il Paese, secondo strade diverse, ha raggiunto, nel suo complesso, una certa unitarietà del livello di sviluppo economico. La risposta è, naturalmente, no: le divisioni tra Nord e Sud sono talmente note che non occorre neanche soffermarsi su di esse. Anche perché lo spazio di questo articolo non ce lo consentirebbe. Ci sono due punti fondamentali sui quali vorremmo proporre qualche riflessione: il primo riguarda lo sviluppo economico del Nord (nonché le relative politiche economiche), il secondo le politiche economiche nazionali per il Sud (che hanno predetto quanto dovevano). Sostenere le Regioni ricche Partiamo dal Nord. Negli anni è invalsa l’idea – magari non esplicitata con chiarezza, ma ugualmente cogente – che il Nord, e in special modo la Lombardia, fosse la regione ricca d’Italia che, in quanto tale, non aveva bisogno di aiuto perché poteva farcela da sola come, di fatto, era avvenuto. Non è così; almeno per quanto riguarda lo sviluppo economico. Non funziona. Le regioni ricche, soprattutto nel mondo economico globalizzato (ma l’Italia si trovò con problemi simili anche nel decennio post-unitario, basti ricordare gli accordi commerciali con la Francia) devono essere molto sostenute perché crescano di più e non possano essere considerate solo la cassa per le regioni povere perché – così facendo – perdono di competitività e alla fine, non sono neanche più in grado di aiutare le regioni povere. La ricchezza delle regioni ricche va incentivata, non repressa e depressa. La sua depressione + una depressione che nasce nel cuore della realtà produttiva che vede le difficoltà di fare, di intraprendere, di creare ricchezza e non ha risposte plausibili a tutto questo perché l’unica possibile, il contributo allo sviluppo dell’economia nazionale e in particolare delle zone depresse, non mostra risultati neanche apprezzabili in misura minima. Allora perché farlo? Perché intraprendere senza essere incentivati? Perché dover vivere circondati da una cultura sostanzialmente – almeno nei fatti – anti-industriale che non fa degli imprenditori degli eroi nazionali ma, al contrario, dei soggetti da spremere con finalità confuse, non trasparenti e molto incerte? La nascita e lo sviluppo straordinario, attorno al tema del federalismo anche fiscale, della Lega di Umberto bossi non ha forse origine in questa situazione? La penalizzazione di chi ce la può fare da solo, in una nazione, non aiuta chi da solo non ce la fa: l’impoverimento dei primi non si traduce in un automatico arricchimento degli altri. Anche laddove il prelievo fiscale nelle regioni ricche serva per attuare politiche di “sostegno” alle regioni più deboli, più povere. Questo dipende anche, se non principalmente, nella filosofia e nella pratica di quelle politiche di “assistenza” delle regioni povere, e questo lo vedremo tra poco occupandoci del Sud. Politiche di sviluppo Prima di queste considerazioni occorre farne un’altra: le regioni ricche italiane sono in deficit di competitività per il carico fiscale che grava sulle loro spalle. Esse sono rallentate, le altre non si sono sviluppate, nonostante il carico fiscale e nonostante il finanziamento attuato per anni facendo ricorso al debito pubblico. Doppio risultato negativo. Il Sud. Le politiche per lo sviluppo del Sud hanno funzionato male. I risultati, purtroppo, sono evidenti. Mentre al Nord l’errore è stato quello di non incentivare l’economia ricca, al Sud l’errore è stato (e in parte continua a essere) quello di travasare risorse e non tentare di attrarne, come è avvenuto con successo in altre regioni anche europee, che da depresse sono diventate rigogliose. Un esempio, se non il migliore, è quello della Welsh Agency che ha operato la trasformazione del Galles; lì si è fatto quanto in Italia non è stato fatto nei confronti del nostro Meridione. Ciò che in Italia non sono riuscite a fare le varie agenzie per lo sviluppo del Sud, con vari nomi, che si sono succedute negli anni, ciò che non sono riuscite a fare le varie casse per il Mezzogiorno, i vari ministeri e altre istituzioni a ciò collegate. Perché tutto ciò? Perché, come ormai hanno dimostrato anche i fallimenti della cooperazione internazionale, le risorse economiche e finanziarie date per lo sviluppo delle zone arretrate dello sviluppo si disperdono, non sono in grado di creare imprese che si reggano sulle proprie gambe e, quindi, non danno vita a qualcosa che poi si alimenti da solo cioè il meccanismo del mercato. Questo ha, invece, fatto l’agenzia gallese: ha creato le condizioni perché le imprese andassero nel Galles, si impiantassero lì perché trovavano convenienza a farlo. E così si è innescato un processo virtuoso. L’istituzione recente delle zone franche, in Italia, lascia ben sperare. È una azione che si muove in questa direzione, che si è rivelata, altrove, capace di dar vita a una vera e propria rinascita economica. Certo, si potrà dire, nel Galles non c’erano la mafia e la ‘ndrangheta. È vero ma c’era una situazione di depressione radicale e pressoché totale. Fare l’Unità d’Italia oggi Del resto cosa vuol dire oggi fare l’unità d’Italia se non consentire alle sue diverse parti, al suo Nord e al suo Sud, di poter esprimere tutta la forza che hanno? Quale altra possibilità non retorica può essere data al Sud se non quella di divenire terra che attragga a sé la ricchezza che può attrarre per molti motivi legati, non per ultimo, alle sue bellezze e ricchezze naturali? Cosa vuol dire, infine, sfruttare la sua posizione baricentrica nel Mediterraneo, se non divenire gradualmente un luogo di scambi commerciali attivo all’interno dei flussi delle merci, delle idee, delle persone? Il mercato, quando è regolato, può diventare un fattore di sviluppo non solo economico ma anche di talenti umani solo che si dia loro la possibilità di emergere. Attrarre risorse e far esprimere quelle del territorio è una filosofia semplice. Allora le risorse destinate al Sud sarebbero veramente una motorino d’avviamento e non un’inutile dispersione di energie che finirebbero per sparpagliarsi in mille rivoli senza alimentare il motore che, unico, può innescare uno sviluppo duraturo: la libera economia di mercato. Al Nord come al Sud.