Per parlare dell’identità del popolo polacco non possiamo non partire da quel movimento che era nato per difendere gli ideali di libertà e di democrazia che il popolo non aveva mai abbandonato, nonostante i cinquant’anni di regime sovietico: Solidarnos’c’. Gli scioperi nella città baltica di Danzica e in altri luoghi del Paese, nell’estate 1980, portarono alla nascita del primo sindacato indipendente dell’Europa orientale. Dopo essere stato dichiarato illegale dalla legge marziale introdotta dal generale Wojciech Jaruzelski, il sindacato lottò nella clandestinità finché, nel 1989, riuscì a portare i comunisti a negoziare la transizione pacifica verso la democrazia che diede inizio al crollo delle dittature nei restanti Paesi satelliti della scomparsa Unione Sovietica. Punto di svolta A mano a mano che le speranze di prosperità diminuivano, aumentavano le organizzazioni sindacali, sostenute da un’“intellighenzia“ politicamente impegnata. La trionfale visita di Papa Giovanni Paolo II nella sua terra natale nel 1979 aumentò enormemente il fermento politico. L’organizzazione e l’articolazione dei movimenti sindacali divennero superiori a quelle del demoralizzato Governo comunista e, nel 1980, la forza dello Stato non bastava più contro i suoi oppositori. Le iniziali richieste di aumento degli stipendi assunsero ben presto una rilevanza politica ed economica di carattere più generale. Le delegazioni dei lavoratori polacchi si riunirono nel sindacato Solidarnos’c’, guidato da Lech Walesa. Solidarnos’c’ ebbe un effetto dirompente sull’intera società polacca, arrivando a contare dieci milioni di affiliati nei suoi primi mesi di vita, un milione dei quali venivano dai ranghi del Partito comunista. Dopo essere stati soggetti alle limitazioni del potere per più di una generazione, i polacchi si lanciarono in una spontanea e caotica sorta di democrazia. Sebbene il Governo avesse concesso ai lavoratori il diritto di organizzarsi e il diritto di scioperare, si creò un clima di tensione difficile da gestire: la legge marziale fu introdotta nel 1981, Solidarnos’c’ fu bandito e i suoi leader arrestati, compreso Walesa. Le brutalità della legge marziale furono progressivamente abbandonate ma Solidarnos’c’ fu costretto al ruolo di organizzazione clandestina fino al 1989. Nel giugno 1989 furono indette elezioni semi-libere e Solidarnos’c’ riuscì a far eleggere una grande maggioranza dei suoi sostenitori nella camera bassa del Parlamento e ottenne il controllo dell’intera camera alta, in modo tale da riuscire a ottenere il primo Governo non comunista nella regione, sotto Tadeusz Mazowiecki. Walesa divenne presidente nel 1990. Qualche anno fa, mentre si celebravano i 25 anni della nascita di Solidarnos’c’, Lech Walesa ha attribuito a Giovanni Paolo II l’ispirazione di questo movimento. «Ci ha chiesto di fare una rivoluzione, non ha chiesto un colpo di Stato. Ha suggerito piuttosto che dovevamo definire noi stessi», disse Walesa. «Allora la nazione polacca e molte altre si sono svegliate», ha sottolineato ancora. Walesa, insignito nel 1983 del Premio Nobel per la Pace, ha dichiarato che la visita di Giovanni Paolo II in Polonia nel 1979 ha dato ai polacchi il coraggio di ribellarsi ai leader comunisti del Paese. «Indipendentemente da ciò che oggi si pensa o dal prezzo che abbiamo pagato allora, siamo riusciti a chiudere un’epoca di divisione, di blocchi e di frontiere, aprendo la via a un’era di globalizzazione», ha aggiunto nel suo discorso. Nessuno oggi in Polonia ha dubbi che la visione del Paese ispirata da Papa Giovanni Paolo II sia stata quella giusta, quella che ha condotto verso la libertà. Nel mese di settembre di quest’anno, ho partecipato alle celebrazioni per commemorare il ventesimo anniversario del Governo Mazowiecki, il primo Governo non comunista dell’est Europa. Solidarnos’c’ ha trionfato a quel tempo, perché abbiamo agito insieme, uniti nella solidarietà. È stato un anniversario particolare perché ha marcato l’inizio del collasso del sistema totalitario in altri Paesi dell’Europa centrale. È stato il primo segnale che ci ha fatto comprendere che era possibile far cadere il muro che divideva l’Europa. Sono uno scienziato e ho iniziato la mia attività politica negli anni Ottanta proprio all’interno del sindacato Solidarnos’c’, che si è battuto per la libertà, per i diritti umani e civili. Ho presieduto il primo congresso di Solidarnosc. La lotta per i diritti umani e civili è quindi da sempre al centro della mia attività politica. Per un’Europa moderna Al di là della cortina di ferro, il grido per le strade era uno solo: «Non ci può essere libertà senza solidarietà». Oggi possiamo affermare: «Senza solidarietà non ci può essere comunità». E neppure un’Europa moderna e forte. Le parole e le opere di Giovanni Paolo II in quel periodo e lungo tutto il suo pontificato, sono la dimostrazione di come l’identità polacca coincide con la vera identità europea. L’Unione europea e il mondo occidentale rappresentano il luogo naturale in cui il popolo polacco vede realizzato il proprio ideale di vita. Un luogo di libertà, indissolubilmente legato alla storia cristiana della Polonia. L’identità polacca coincide con quell’ideale che è il vero e unico sentimento unificante dei popoli europei. Il comune orizzonte al quale sessant’anni fa hanno guardato i padri fondatori dell’Europa unita, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi. A dimostrazione di ciò, basti un esempio. Giovanni Paolo II ha definito la cancellazione dalla Carta Europea di qualunque genere di riferimento diretto a Dio come «antistorica e offensiva nei riguardi dei padri della nuova Europa». È una frase detta da un Papa, che ha quindi una valenza globale, vale per tutti. Ma in questo caso è anche la frase di un cittadino polacco, in nome del popolo polacco. La Costituzione della Repubblica della Polonia è infatti l’unica carta costituzionale di uno Stato membro dell’Unione europea in cui si fa riferimento a Dio. Il valore simbolico di un’elezione Quando l’Europa è emersa dalla Seconda guerra mondiale, è stata immediatamente divisa in due dalla cortina di ferro. È un dato di fatto che i Paesi dell’ovest, pur essendo stati su fronti diversi durante la guerra, si sono poi ritrovati sullo stesso fronte, per costruire un futuro comune. La breccia è stata l’accordo del 1950-51, e poi i Trattati di Roma nel 1957. Da quel momento si sono seduti allo stesso tavolo. Ma il vero cambiamento qualitativo è avvenuto con la caduta del muro, perché fino ad allora le due metà dell’Europa si erano sviluppate in modo completamente diverso e si erano riprese dalla guerra in modo diverso. È per questo che l’apertura della cortina di ferro ha un’enorme importanza simbolica. In una certa maniera, proprio nell’anno in cui si festeggiano i vent’anni dalla caduta del muro, la mia elezione a Presidente del Parlamento europeo può essere vista in quest’ottica: io rappresento i Paesi che stavano dall’altra parte. La mia elezione è il simbolo del sogno della nostra generazione che ha lottato con tutte le proprie forze per realizzare l’unità del nostro continente. Ci sono ancora differenze nel livello di sviluppo, nella storia dei nostri Paesi, ma non sono più il fattore dominante. Il fattore dominante oggi è la nostra unione. Non c’è più una vecchia e nuova Europa, ma una sola Europa unita che ha bisogno dei tutti i nostri sforzi e di tutte le nostre energie per riuscire. Abbiamo una responsabilità enorme, quella di scrivere la storia europea finalmente insieme.
Polonia: protagonista di un orizzonte comune
di Jerzy Karol Buzek / Presidente del Parlamento europeo
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