Quadrimestrale di cultura civile

Scuola Euromediterranea: partire per ritornare

di Stefano Filippi / Giornalista de Il Giornale

Una ventina di giovani, partiti dai loro Paesi nei giorni in cui la tensione tra le due sponde del Mediterraneo cresceva. Le rivolte spontanee, le manifestazioni di piazza, gli scontri, la violenza: cambiamenti profondi nella politica e nell’economia, novità alle quali loro non vogliono essere estranei. Si è aggiunta anche la guerra in Libia, un conflitto che perdura sottotraccia, destabilizzando l’intera area nordafricana e mediorientale con il suo drammatico accompagnamento di disperati in fuga, clandestini in cerca di fortuna in Occidente, disposti a rischiare la vita per avere un domani. Questi giovani non fuggono da nulla, anzi: sono partiti per ritornare. In Italia hanno frequentato una scuola tutta particolare. Un «master» di imprenditorialità, stage di alta specializzazione in aziende italiane, distretti industriali avanzati, istituzioni pubbliche e private. Corsi nei quali porre le basi per diventare protagonisti del futuro e della crescita produttiva là dove vivono. È la Scuola Euromediterranea, istituita dalla Fondazione per la Sussidiarietà nel 2005 con il contributo della Camera di commercio di Milano, della Regione Lombardia e di Promos, con l’appoggio scientifico di Altis (Alta scuola impresa e società dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano). Lo scopo è creare una nuova classe dirigente che favorisca lo sviluppo dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Finiti i corsi, nel marzo 2011, la pattuglia di manager e imprenditori è tornata nei luoghi d’origine. L’Italia è bella, sono nate amicizie profonde, ma ognuno vuole partecipare a costruire il futuro del luogo dove è nato. Sono venuti da Egitto e Tunisia, Algeria e Palestina, Libano e Siria, Italia e Giordania, Israele e Paesi balcanici. Età media 27 anni. Tre religioni: cristiani, musulmani, ebrei. Chiedono democrazia, libertà, sviluppo sostenibile. Oltre alla lingua madre, parlano alla perfezione inglese, francese e molti anche l’italiano. Vogliono confrontarsi con una realtà vicina e non ostile, accettare la sfida del cambiamento, non sottrarsi ai nuovi rapporti tra i popoli senza soccombere a un destino di sottosviluppo e sfruttamento che li congelerebbe in una condizione di marginalità. Cinque anni di Scuola In queste cinque edizioni la Scuola Euromediterranea ha conquistato uno spazio importante: si sono coinvolti oltre 400 giovani tra imprenditori, manager e neolaureati provenienti da quindici Paesi del Mediterraneo; collaborano 150 aziende e istituzioni con visite, stage, testimonianze, incontri one to one; 170 business plan sono stati discussi e sono in fase di realizzazione nei settori di economia, diritto, management e cultura. È una cerniera socio-economica tra Nord Africa, Medioriente ed Europa continentale. «Alla base di questo progetto», ha spiegato Vincenzo Cotticelli, direttore generale della Fondazione per la Sussidiarietà, al secondo Forum economico e finanziario per il Mediterraneo, «c’è la convinzione che l’approccio migliore alla globalizzazione e alla multiculturalità sia la valorizzazione del capitale umano in ambito internazionale per avviare giovani manager e neolaureati all’attività imprenditoriale». Per l’edizione 2010-11 sono giunte 117 candidature e sono stati ammessi 105 studenti di quindici nazionalità. «La Scuola è strutturata in due fasi», chiarisce Luca Colombo di Altis, «il primo periodo si è svolto a distanza, è durato due mesi (nell’autunno 2010) e ciascun partecipante, nel proprio luogo di origine, attraverso il web, ha sviluppato una serie di competenze: il contesto di riferimento politico giuridico e commerciale, le aree di attività in cui è più facile la collaborazione tra le PMI del bacino mediterraneo, la conoscenza del sistema Italia, gli strumenti aziendali e finanziari a sostegno dell’attività imprenditoriale, la capacità di analizzare ed elaborare un business plan». I venti autori dei migliori business plan hanno avuto accesso alla seconda fase, che prevedeva un soggiorno di quattro settimane in Italia. Un mese a cavallo tra febbraio e marzo, ricco di lezioni ed esercitazioni pratiche (marketing, management, internazionalizzazione, logistica, sistema fiscale), con visite personali o di gruppo in aziende e distretti produttivi, incontri con partner istituzionali e finanziari. In questa edizione una settimana itinerante si è snodata tra Genova, Napoli, Salerno e Reggio Calabria. Visite organizzate dalle varie Camere di commercio in città a vocazione commerciale, affacciate sul Mediterraneo e più aperte a una collaborazione. Dei venti giovani selezionati, soltanto diciassette sono sbarcati a Milano: tre di loro non hanno potuto lasciare i rispettivi Paesi del Nord Africa. C’era chi voleva conoscere come avviare una società di navigazione. Chi commercia olio da coltivazioni biologiche o cibo halal per musulmani. Chi produce sapone con essenze curative. Chi investe nelle energie rinnovabili e nel riciclaggio dei rifiuti. Non accettano di essere incasellati nelle categorie disegnate da sociologi e giornalisti, negli sbrigativi luoghi comuni della «generazione social network». Sono giovani preparati, ambiziosi, che vogliono capire come funzionano i meccanismi di aziende, banche, burocrazie. Scommettono sulle proprie intuizioni imprenditoriali cercando di imparare da chi lo ha fatto prima di loro. Insieme verso le riforme Ghali Manoubi lavora al ministero della Pianificazione internazionale di Tunisi ma ha frequentato la Scuola Euromediterranea per capire come aprire a nuovi segmenti turistici (d’affari, congressuale, sanitario, sportivo) l’agenzia viaggi di famiglia, finora concentrata sulle crociere. «È stata un’occasione unica per capire l’esperienza italiana, la promozione dell’imprenditorialità e i meccanismi di funzionamento delle banche, indispensabili per chi gestisce un’attività. Incontrare giovani imprenditori di diversi Paesi è importante per approfondire i rapporti di cooperazione. Ho preso contatti con numerosi tour operator italiani e posto le basi per una collaborazione. È di grande utilità anche la testimonianza dei giovani manager italiani, soprattutto nel Sud, per capire i fattori di successo e fallimento. Ma è stata un’esperienza efficace anche per il mio lavoro al ministero: ho imparato tecniche di marketing e promozione per l’investitore estero. Tornerà utile nel momento di preparare le riforme qui in Tunisia». Un aspetto molto apprezzato è stato il lavoro di gruppo e l’unità che si è creata tra i partecipanti. «Avere amici nei diversi Paesi è uno dei benefit di questo programma», ammette Manoubi, «ne abbiamo approfittato per approfondire la conoscenza delle diverse situazioni e parlare di politica, business, internazionalizzazione e anche di religione, visto che c’erano ragazzi di diverse confessioni. Ci sentiamo ancora attraverso Skype o i social network. Questi rapporti mi aiutano a evitare i pregiudizi e capire le differenze. C’è bisogno gli uni degli altri: anche l’Italia ha bisogno di noi per allargare i suoi mercati e constatare che dall’Africa non arrivano soltanto barconi di clandestini». «Il punto forte della Scuola Euromediterranea è la praticità. Poca teoria e molti insegnamenti concreti, testimonianze dirette, visite nelle realtà produttive dove si vede come lavorare»: è entusiasta George Mina Wassef, che ad Alessandria d’Egitto lavora in una compagnia di trasporti via mare. «Il mio business plan riguardava l’espansione della società. Con un collega siamo stati ospitati a Trieste da un’agenzia di navigazione che ci ha fatto capire come funziona il grande porto di un Paese occidentale e ha corretto la nostra impostazione. Ognuno ne ha tratto beneficio, anche la compagnia triestina che pure aveva già un agente ad Alessandria. Anche nel Sud Italia ho incontrato interesse per le nostre realtà. È una regione che vuole crescere, migliorare le proprie condizioni, cercano investitori stranieri per svilupparsi». Un’esperienza senza precedenti Leila Habib ha 24 anni e da due e mezzo lavora nella filiale algerina di una società tedesca (sede a Monaco di Baviera) che opera nel riciclo e compostaggio dei rifiuti e implementerà la produzione di energie rinnovabili e la realizzazione di parchi ecologici. Il suo è un incarico di responsabilità: managing director. «In Italia ho imparato così tante cose che non saprei da dove cominciare», sorride. «Ho imparato a fidarmi poco di quello che dice la televisione sui diversi Paesi. Ho appreso come funziona il mercato italiano, le leggi, gli usi, il fisco, la burocrazia. È stato molto istruttivo il mix tra apprendimento e conoscenza diretta del territorio italiano. Il mio scopo era migliorare la capacità manageriale e cercare una partnership in Italia, oltre che capire le normative sui rifiuti. Il vostro è un mercato interessante per il mio settore». Il percorso professionale di Leila Habib, la più giovane tra i partecipanti alla fase B della quinta Scuola Euromediterranea, è particolare: ad Algeri ha fatto studi di marketing scoprendo poi che la finanza la affascinava di più. «Pensavo fosse un argomento arido e noioso, invece ho scoperto nuove opportunità che ho potuto approfondire. Ho conosciuto realtà che quasi ignoravo, in un mese in Italia ho fatto un’esperienza di cinque anni. Italia e Nord Africa sono molto vicine ma i mass-media non aiutano a capire come stanno davvero le cose, allontanano i popoli. Invece ai corsi è successo il contrario. C’erano ragazzi di diverse nazioni, tutti studenti o imprenditori, tra noi non c’era differenza di origine ma unità di domande e interessi. Ci siamo dati un aiuto reciproco che continua ancora, perché non abbiamo smesso di sentirci. Ho diviso la camera con una ragazza palestinese, ci siamo trattate più da sorelle che come studentesse. Abbiamo condiviso difficoltà e soddisfazioni. Un’esperienza senza precedenti. » È un mondo nuovo che si apre attraverso la Scuola Euromediterranea per gli imprenditori del domani. Un’esperienza di cooperazione e valorizzazione del capitale umano che spalanca l’Italia al Sud del mondo, a un’area – quella mediterranea – cui l’Italia è legata da motivi geografici, storici, economici e, con la crescita incontrollata dell’immigrazione, anche di ordine pubblico. Un modo originale, in qualche modo esemplare, per tessere relazioni con l’altra sponda del Mare Nostrum, slegato da logiche di pattugliamento militare, di pura partnership commerciale o di quieto vicinato, per evitare gli sbarchi dei disperati. La formazione di giovani imprenditori, e quindi l’investimento in capitale umano, sono considerati la chiave di uno sviluppo duraturo e non limitato alla semplice dimensione economica. Musulmani, ebrei e cristiani che studiano e lavorano assieme rappresentano un esempio di come la cooperazione internazionale sia fattore di pace e stabilità. Oltre la semplice idea del business Lo conferma Silvia Schenone, unica italiana nella pattuglia dei 17 giovani arrivati alla seconda fase della Scuola. Silvia, genovese, laureata in Scienze diplomatiche internazionali, ex assistente di un parlamentare europeo, è dottoranda all’università di Udine e si sta specializzando in discipline euromediterranee. Il suo «agri-business» si propone di sviluppare qualità, prodotto e commercio di olio d’oliva in Marocco. «Mai avrei pensato di avere imprenditori-tutor interessati ad aiutare la crescita di giovani. Questi corsi aprono a un futuro lavorativo che va oltre la semplice idea del business. Siamo stati presi sul serio, singolarmente, ciascuno con le proprie esigenze: quali idee sviluppare, che cosa è fattibile, per quali ragioni, come si può realizzarlo». Dalla diplomazia internazionale all’olio biologico magrebino: un bel salto. «Ho passato un anno in Marocco con una Ong», racconta Silvia Schenone, «dove è nata la passione per la cooperazione internazionale e il desiderio di aiutare la crescita di queste aree. Posso mettere a frutto la passione personale con le conoscenze acquisite in questi anni all’università, nelle istituzioni europee e in una piccola impresa. La Scuola Euromediterranea, cominciata mentre si diffondevano i segnali della Primavera araba, ha concretizzato e rafforzato questo patrimonio. Per me è stato particolarmente stimolante: ero l’unica occidentale a calarsi nel mondo nordafricano mentre tutti gli altri volevano capire l’Italia. Ed è stato molto istruttivo vedere realtà piccole e altre già avanzate, mettere assieme competenze diverse, far coincidere aspirazioni e progetti».