Quadrimestrale di cultura civile

Il modello lombardo visto dal Regno Unito

di Phillip Blond / Direttore di ResPublica, Londra

Le ragioni di un interesse Vi sono diverse ragioni alla base del nostro interesse per la Lombardia e il suo modello di sviluppo che, pur ovviamente non perfetto e quindi non privo di mancanze, riteniamo possa fornire indicazioni interessanti anche per il Regno Unito. Non si tratta evidentemente di trasferire meccanicamente un modello economico che si è sviluppato in situazioni storiche, sociali e strutturali diverse, ma di confrontarsi con altre esperienze per trarne indicazioni utili anche per la nostra situazione. In questo senso, l’insegnamento che possiamo trarre dall’esperienza lombarda è molteplice. Un primo versante è l’inclusione nel modello lombardo di aspetti che altre varianti del capitalismo normalmente non prendono in considerazione. Un esempio è la capacità di integrare piccole e medie imprese in reti, formali e informali, che consentono loro non solo di sopravvivere ma di essere competitive in un’economia globalizzata come quella odierna. Ciò contrasta con le normali teorie anglosassoni secondo le quali questo tipo di aziende dovrebbe sparire in quanto inefficiente. In effetti, la struttura dell’economia britannica potrebbe essere definita «a clessidra», con grandi protagonisti al vertice e molte aziende individuali alla base (circa il 78% delle imprese britanniche è composta da questa tipologia senza impiegati), con al centro un numero relativamente limitato di PMI (pubbliche e medie industrie). Sta però emergendo anche nel Regno Unito un diffuso desiderio – che sembra coinvolgere tutte le parti politiche – di riequilibrio di questa situazione, che dia più spazio alle economie regionali e che crei maggiore opportunità di crescita per le PMI, generando così un ambiente più favorevole per queste imprese e per le possibilità connesse di aumento dell’occupazione. Un fattore che rende in prospettiva più applicabile alla situazione britannica l’esperienza lombarda rispetto, per esempio, a quella tedesca, è che in quest’ultima si sono rese necessarie, dopo la fine della guerra, una struttura federale, con una certa dose di intervento statale, e la tendenza alla specializzazione settoriale, elementi alieni dalla mentalità britannica. Invece, la Lombardia utilizza un approccio più basato sulla società che sull’intervento dello Stato, per creare un’economica relazionale per i suoi cittadini e le loro imprese. Un esempio di capitalismo alternativo Osservando più a fondo l’esperienza lombarda, emergono tre elementi la cui mancanza sta alla base della insufficiente crescita del livello centrale della citata «clessidra »: l’esistenza di reti di supporto, l’educazione a imparare e una filosofia per guidare l’azienda. Molte delle PMI britanniche, invece, escludono questi fattori, perché si credono in competizione con imprese simili, e quindi rifiutano le reti di supporto, o non considerano la formazione perché ne sono incapaci o non sanno neppure individuare i propri reali bisogni. Inoltre – e più importante ancora, forse per l’incapacità di avere una visione ampia della società – molte di queste imprese non riescono a stabilire relazioni con lo Stato, con altre imprese, con le banche e con i cittadini. In altri termini, il cosiddetto «modello lombardo» sembra offrire ciò che il libero mercato promette: una diffusa imprenditoria di massa, una prosperità che viene realmente dal basso e, come già accennato, una forma di capitalismo associativo, forse il dato più importante, che reintroduce a livello macroeconomico concetti quali cooperazione, relazioni e reciprocità, particolarmente importanti dopo il crollo del settembre 2008. Propone, cioè, un diverso tipo di capitalismo fondato sul mercato, non tanto un «mercato sociale» che ricomprende o «sconta» valori non economici all’interno di un sistema di valori economici, ma piuttosto un sistema che include l’economia dentro una visione più ampia del tipo di società che si persegue. La Lombardia ha creato una forma di capitalismo che pone in una relazione autentica l’economia con i valori sociali, in cui questi ultimi vengono incrementati dal successo della prima. Alcuni dati statistici sulla regione possono suffragare quanto finora detto. La Lombardia, considerata uno dei quattro «motori economici d’Europa» – insieme alla regione del Rodano-Alpi in Francia, la Catalogna in Spagna e il Baden-Württemberg in Germania – è la regione italiana più popolosa e più competitiva dal punto di vista economico. La sua superficie, 24000 km quadrati (circa come il Sud-Ovest inglese), è pari all’8% del territorio nazionale e la sua popolazione, attorno ai 9,7 milioni di abitanti, rappresenta circa il 17% di quella italiana. Più di un quinto del PIL italiano è dato dalla Lombardia, che ha anche il reddito pro capite più elevato, pari a 30.000 euro. La Lombardia ha sviluppato una moderna economia dei servizi, in particolare a Milano, ma ha mantenuto anche una forte base industriale e agricola. Attualmente, il 99,7% delle imprese lombarde sono PMI, che impiegano il 64% della forza lavoro della regione. D’altro canto, in Lombardia è nato il 40% delle società multinazionali italiane e 800 di esse hanno la loro sede centrale nella regione, a conferma della sua struttura economica integrata. Alcuni fattori significativi dell’esperienza lombarda Il sistema bancario locale Questa particolare struttura economica centrata sulle PMI, tipica non solo della Lombardia ma in generale dell’Italia, ha influenzato anche il sistema finanziario, a partire dal vertice, dalla Banca d’Italia, che mantiene una presenza radicata sul territorio: in Lombardia vi sono sei uffici distaccati della Banca, strumenti importanti per il monitoraggio dell’andamento delle economie locali e il controllo della finanza locale, in cui sono rilevanti le piccole banche. Le banche locali, banche di credito cooperativo, banche popolari, casse di risparmio, sono essenzialmente caratterizzate dal loro rapporto con il contesto economico in cui operano, spesso limitato a una o più province e solo in casi non molto numerosi con un raggio interregionale. Il rapporto tra queste banche e le imprese loro clienti è spesso basato sulla conoscenza diretta e personale dell’imprenditore e della sua storia, per cui si tende in fondo a finanziare più la persona in cui si ha fiducia, piuttosto che la stessa idea imprenditoriale. D’altro canto, anche per l’imprenditore il rapporto con la banca diventa personale e fiduciario, fino a considerarla la «banca di famiglia». Il risultato è una forte fidelizzazione dell’imprenditore e della sua azienda. È interessante notare che le banche locali hanno avuto successo specialmente nel Nord Italia, dove esse contano per il 39% dei prestiti, contro il 29% del dato nazionale (2007). I distretti industriali Il fenomeno dei distretti industriali, cioè della concentrazione nella stessa area di piccole imprese operanti nello stesso settore, ha avuto origine nel boom economico seguito alla fine della Seconda guerra mondiale ed è una caratteristica dell’economia italiana. I distretti italiani rappresentano delle vere comunità di imprese, collegate in una rete di conoscenza, per la produzione di un particolare prodotto o gruppi di prodotti legati tra loro. La loro nascita non è frutto di una politica industriale proveniente dal centro, ma dalla concentrazione spontanea di imprese e di specifiche conoscenze, capacità, esperienze e tradizioni. Le imprese dei distretti normalmente si concentrano su un solo aspetto o su una singola fase del processo produttivo, mentre altre imprese si occupano degli aspetti di marketing e vendita dei prodotti finiti e altre forniscono i servizi necessari alle imprese che operano nel settore. È raro invece trovare nei distretti grandi imprese integrate per l’esecuzione dell’intero processo produttivo. Il governo regionale lombardo nel 2001 identificò 16 distretti industriali, diventati ora 27, il numero più elevato tra le regioni italiane. Nel 2001, secondo le stime del governo regionale vi erano in Lombardia 123.506 imprese manifatturiere, localizzate per il 33% nei distretti. Si stimano in più di 300 i Comuni coinvolti nei distretti lombardi, che spaziano dal tessile, ai prodotti metallici, alla produzione di scarpe, alla lavorazione del legno e alla produzione di mobili, ai materiali elettrici e ai prodotti elettronici, alla gomma e alla plastica. Le reti di impresa: i consorzi Un altro tipo di «rete tra imprese» ha contribuito fortemente allo sviluppo delle PMI italiane: i consorzi, associazioni tra imprese con uno stato giuridico proprio e distinto da quello delle imprese associate. Le funzioni di questi enti possono essere diverse e riguardare la fornitura di servizi, il coordinamento delle attività delle imprese associate, o attività di rappresentanza o di vero e proprio lobbying presso le istituzioni governative locali e centrali. Un ruolo importante dei consorzi in alcuni settori è la conservazione e difesa di produzioni tradizionali. Nel campo alimentare, alcuni consorzi hanno raggiunto anche una visibilità internazionale, come il Consorzio del Prosciutto di Parma, o quello del Grana Padano. Particolarmente significativa per le PMI è l’esperienza consortile nel campo finanziario, attraverso i Confidi, che forniscono garanzie sui prestiti alle PMI loro consociate: in Italia vi sono più di 700 Confidi che coprono più del 20% delle imprese italiane. Di origini medievali, oggi questi consorzi sono regolati per legge e hanno come scopo specifico l’aiuto alle piccole imprese, singolarmente deboli, a ottenere credito dalle banche e a condizioni più favorevoli. Le garanzie, che possono arrivare anche all’80% del prestito richiesto, e le accurate valutazioni di rischio fornite alle banche dai Confidi permettono a queste di ridurre i propri rischi e di concedere credito alle piccole imprese più facilmente e a migliori condizioni. Il sistema bancario inglese, invece, è caratterizzato dalla concentrazione, infatti le prime tre banche forniscono quasi i tre quarti dei prestiti alle PMI. Molto meno presenti sono organizzazioni tipo Confidi, con la loro capacità di facilitare le relazioni personali e il flusso di informazioni tra imprese e istituzioni finanziarie. Le modalità più impersonali di valutazione del rischio sono una delle ragioni delle difficoltà che le PMI inglesi affrontano nell’ottenimento di finanziamenti. L’importanza della famiglia La famiglia ha uno status quasi mitico nella società italiana e questo è vero anche per l’economia del Paese, in particolare per le PMI delle regioni industriali del Nord, come la Lombardia. La piccola impresa e la famiglia sono state descritte come una sorta di simbiosi che costituisce un resistente e potente motore economico. Le imprese familiari lombarde sono caratterizzate dalla concentrazione dei ruoli di proprietà, controllo e gestione in una sola o poche persone della stessa famiglia. La situazione cambia con la crescita dell’impresa e delle sue dimensioni, con la progressiva introduzione di risorse direttive dall’esterno, cui vengono progressivamente trasferiti poteri di esercizio, fino a raggiungere le dimensioni di una grande azienda con una complessa organizzazione manageriale, spesso con la presenza di holding finanziarie. In quest’ultimo stadio, la presenza del fondatore o della famiglia proprietaria si distacca dalla gestione corrente, mantenendo però una forte presenza nella conduzione strategica dell’azienda. I rapporti di fiducia e conoscenza personale rimangono molto importanti, a dimostrazione che l’economia lombarda è strutturata in primo luogo attorno alle persone e alle famiglie, piuttosto che sull’impresa per se stessa. Vi è una diffusa convinzione che la vita dell’impresa non debba essere necessariamente separata e indipendente da quella del suo proprietario. Infatti spesso il nome del proprietario e quello della società coincidono. Peraltro i benefici di questa struttura di impresa non sono limitati all’Italia. Nel Regno Unito, le ricerche dell’Institute for Family Business dimostrano che le imprese familiari tendono a ottenere migliori risultati, a essere più stabili e hanno anche una maggior presenza di donne al vertice dell’azienda. Inoltre, si stima che concorrano per un 10% al totale delle entrate fiscali dello Stato. Tuttavia nel Regno Unito la proprietà familiare d’impresa sta diminuendo, di pari passo con il rapporto con il territorio e il senso di responsabilità verso le realtà locali. Conclusioni L’analisi finora fatta delle caratteristiche del modello lombardo non è evidentemente esauriente, né sono state esaminate fino in fondo tutte le opportunità, ma anche le problematiche, che esso propone. Tuttavia, ritengo che sia stato comprovato l’assunto che dall’esperienza lombarda si possano trarre preziose indicazioni e suggerimenti per il Regno Unito, anche perché un approccio filosofico simile lega tale esperienza al concetto di Big Society. Il principio di sussidiarietà, che informa di sé il modello lombardo, mostra infatti una forte somiglianza con la filosofia che sta dietro la Big Society. La differenza risiede nel fatto che la Big Society è più un tentativo di evoluzione dal basso, mentre la sussidiarietà si direbbe partire da una devoluzione dall’alto, ma le due visioni sono notevolmente coerenti. Perciò, il modello lombardo offre una via inesplorata, sia pratica che concettuale, di aiuto alla realizzazione del concetto britannico di Big Society. Abbiamo definito «capitalismo relazionale» ciò che caratterizza l’esperienza lombarda, fondata su reti, relazioni e rapporti molteplici, tra cittadini e non profit; tra non profit, impresa sociale e Stato; tra imprese e gli altri protagonisti della vita economica e, infine, all’interno dell’impresa stessa e tra le imprese. I vantaggi di questo tipo di capitalismo sono indubbi: stimolo alla crescita economica, apertura del sistema economico a una partecipazione più generalizzata, ritorno a valori autentici nell’economia, maggiore indipendenza e responsabilizzazione delle realtà locali, modalità di creazione della ricchezza più diversificate e quindi più solide, sostegno dell’economia e della società a livello locale insieme a quello nazionale o globale, diffusione della ricchezza tra i vari settori, con la creazione di una economia solida e pluralistica, in grado di sostenersi e svilupparsi da sola. La Big Society, rendendo lo Stato più comunitario e partecipato, può essere la strada ideale per portare i benefici di un capitalismo relazionale anche nel Regno Unito. (Traduzione e adattamento dall’inglese di Dario Chiesa)