Quadrimestrale di cultura civile

Ante gradus. La sorgente della creatività

di Mariella Carlotti / Insegrnante

Secondo la tradizione, nel IX secolo il ciabattino Sorore, avendo pietà dei pellegrini che attraversavano Siena lungo la via Francigena, cominciò ad ospitarli a casa sua: nasce così uno dei più antichi ospedali d’Europa, il Santa Maria della Scala. La storia di Sorore, per quanto leggendaria, ha certamente un valore emblematico: un’opera nasce dal movimento di un’io, dalla commozione di una persona. Ma il nome dell’antico ospedale è una traccia più certa sulla sua origine: l’opera nacque ante gradus ecclesiae, davanti alla scala della Chiesa. Se infatti questa è la sua collocazione geografica – l’ospedale di Santa Maria è di fronte alla scalinata del Duomo di Siena – ne indica anche l’origine ideale. L’Ospedale infatti nacque certamente per volere dei canonici della Cattedrale, come luogo di ospitalità dei bisognosi della comunità cittadina e dei pellegrini della Francigena. «La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes)», scriveva Danielou. È questa scoperta del valore infinito di ogni persona che il Cristianesimo ha reso cultura. E così l’ospedale di Santa Maria della Scala si aprì nel tempo a tutti gli uomini che avevano bisogno. Cominciò come xenodochium, cioè come luogo di accoglienza dei pellegrini, degli stranieri che arrivavano a Siena da tutta Europa, percorrendo la Francigena. Lo sviluppo dell’Ospedale e il ricco patrimonio che ne garantiva l’esistenza dilatarono i suoi scopi assistenziali: all’ospitalità dei pellegrini, si aggiunse quella dei poveri, degli ammalati, dei vecchi. Il Santa Maria si prese presto cura anche dei gettatelli, i bambini che per svariate ragioni venivano abbandonati e che nell’Ospedale trovavano un luogo di accoglienza e di educazione. La prima attestazione di tale accoglienza è del 1238, e sessant’anni dopo, nel 1298, venne realizzata la casa per l’infanzia abbandonata, con facciata sulla piazza, sulla quale si legge un’epigrafe che attesta che tale struttura poteva accogliere fino a 300 bambini. I figli dell’ospedale trovavano così non solo un tetto e una mensa, ma anche la possibilità di una cura e di un’educazione, in quei secoli non comune. Infatti ricevevano un’istruzione ed erano avviati a un mestiere: alle ragazze si garantiva un matrimonio dignitoso, grazie a una buona dote, i ragazzi a vent’anni lasciavano il Santa Maria con una somma, in parte guadagnata e in parte donata, che permetteva loro di avviare un’attività. Il legame con l’Ospedale non veniva però meno con la loro uscita, ma la comunità ospedaliera rimaneva normalmente per i gettatelli il punto di riferimento per tutta la vita, in qualche modo la loro famiglia. Fin dall’inizio nell’Ospedale operava una comunità di laici consacrati molto variegata, con molti stati di vita e gradi diversi di dedizione. Innanzitutto, tra gli oblati del Santa Maria, si distinguevano i frati «di dentro» e quelli «di fuori»: i primi vivevano nell’Ospedale, soggetti alla vita comune, i secondi, pur avendo donato la loro persona e i loro beni all’opera, del cui governo erano come gli altri corresponsabili, continuavano a vivere nelle loro case, mantenendo anche, se sposati, gli obblighi coniugali. C’era chi viveva questa oblazione in età giovanile e chi – coniugi che avevano ormai esaurito i compiti storici della loro condizione o vedovi – offriva al Santa Maria della Scala il proprio servizio e le proprie sostanze negli ultimi anni della vita. Agli oblati si affiancavano «volontari» che offrivano gratuitamente il loro servizio ai poveri: il Santa Maria diventò la grande opera caritativa della città. In essa prestarono il loro servizio tanti grandi santi senesi. Nell’ospedale c’erano poi persone salariate o mantenute in cambio di servizi, in cui il confine tra lavoro e vocazione alla carità era spesso labile. La comunità del Santa Maria si ramificava così nel tessuto senese, con uomini e donne provenienti da tutti gli strati sociali e anche stranieri, arrivati dalla via Francigena che, per un periodo più o meno lungo, permanevano nel servizio all’ospedale. Ripercorrendo la storia dell’Ospedale, molto interessante appare il rapporto dell’opera con la Chiesa e con il Comune, in due momenti decisivi per la sua fisionomia. Il rapporto con la Chiesa Alla fine del XII secolo si acuì un contenzioso tra gli oblati del Santa Maria e i canonici della Cattedrale, che rivendicavano il diritto di gestione dell’Ospedale, contro l’autorità del capitolo della comunità ospedaliera. Protagonista del conflitto fu l’allora rettore dell’Ospedale: la sua storia personale e l’autorevolezza con cui interpretò il suo compito alla guida del Santa Maria meritano di essere raccontati, come un brano di storia chiarificatore. Incontrato di Giovanni era un laico sposato, di profonda religiosità, in rapporto da tempo con l’Ospedale: il lunedì di Pasqua del 1193, lui e sua moglie Teodora decidono di rendere radicale e definitiva la loro appartenenza al Santa Maria, offrendo all’opera le proprie persone e tutti i beni. Incontrato diviene subito rettore, riuscendo a ottenere l’intervento del Papa per dirimere il contenzioso con i canonici. Papa Celestino III nel 1194, con due privilegi, indirizzati ai «poveri di Cristo dimoranti nell’ospedale» concede al Santa Maria la protezione apostolica, la tutela dei beni posseduti e soprattutto la libertà agli oblati di sceglierne liberamente il rettore. La comunità del Santa Maria vedeva così riconosciuta la libertà della sua iniziativa caritativa: tale libertà sarà la radice del grande sviluppo dell’opera nei due secoli successivi. Il rapporto con il Comune Nel XIII e XIV secolo, si apre l’interessante capitolo del rapporto tra l’Ospedale e il Comune: inizialmente quest’ultimo avvertì come proprio compito la difesa della grande opera di carità. I podestà di Siena nel giuramento d’ufficio proclamavano solennemente: et iuro bona et res et iura Hospitalis Sancte Marie ante gradus et possessiones ipsius difendere et mantenere [e giuro di difendere e conservare i beni, i patrimoni e i diritti dell’Ospedale di Santa Maria davanti alla Scala e i suoi possedimenti] 1. La difesa dell’opera, a cavallo tra XIII e XIV secolo, fu sempre più sentita come controllo: nel 1309 si dà ordine che sulla facciata dell’Ospedale vengono apposte le insegne comunali, dalla seconda metà del Trecento i rettori vengono in qualche modo imposti dal Comune. Nel 1433 il capitolo «viene definitivamente soppiantato da una commissione mista, composta di sei savi eletti dal consiglio del popolo e da sei frati scelti dal rettore [...]. Sarà proprio questo nuovo ‘capitolo’ ospedaliero l’espressione più alta di una identità istituzionale [...] mutata: quella di un Ospedale che non si identifica più con la sola comunità di coloro che a esso avevano offerto la propria persona e le proprie sostanze, ma piuttosto si riconosce ormai in un ente pienamente inserito tra le diverse articolazioni istituzionali in cui, nel contesto cittadino, si esprimeva la dimensione politica del pubblico»2. Lo sviluppo architettonico Anche la struttura architettonica dell’Ospedale riflette la stessa caratteristica della sua composita comunità: il Santa Maria non fu infatti mai interamente progettato, ma crebbe inglobando un pezzo di città, attraverso donazioni. Entrando nella sua labirintica struttura, si riconosce ancora una via della Siena medioevale, inglobata nel complesso e coperta con volte. L’ingrandimento della struttura ospedaliera va di pari passo con la crescita del suo patrimonio immobiliare e fondiario, derivato dai lasciti degli oblati e dei cittadini di Siena. Le rendite dei numerosi immobili cittadini assicurano un gettito finanziario notevole, ma sono soprattutto le vaste proprietà agricole che assicurano la ricchezza dell’Ospedale. Questo permise ogni giorno di dare elemosine ai poveri e di preparare per loro tre volte alla settimana un banchetto. Il Santa Maria, per governare questi vasti possedimenti e difendere cose e persone che nelle campagne medioevali erano esposte a scorrerie e saccheggi, organizzò una rete di fattorie fortificate, le grance, come centri di direzione dei lavori agricoli, immagazzinamento dei raccolti e riparo della popolazione rurale. La carità si fa bellezza L’Ospedale divenne in tal modo la più grande azienda agricola e la più ricca istituzione della Repubblica di Siena, tanto che sviluppò anche un’attività bancaria, elargendo prestiti ai privati, ma anche allo Stato. «Il più grande Ospedale […] diveniva la più grande azienda della Repubblica, con le sue grance, centri di produzione agricola e di allevamento, sparse con oculata prudenza politico-economica nel territorio […] lo Spedale era grande proprietario immobiliare in città e un centro finanziario da far impallidire i privati: i suoi forzieri salvarono più di una volta la Repubblica dalla bancarotta quando il livello di indebitamento pubblico divenne così alto da non dare più affidamento ai creditori.»3 La carità si fece bellezza: gli artisti senesi decorarono le volte, le pareti, perfino le copertine dei registri dell’Ospedale e le ampie sale si riempirono di musica e di poesia. All’inizio del Trecento, venne steso lo statuto in volgare dell’Ospedale e nel 1440 il rettore e la comunità sentirono l’esigenza di fissare, con un grande ciclo d’affreschi nella vasta sala d’ingresso, il Pellegrinaio, l’origine e lo scopo della grande opera. Tre pittori senesi, tra i quali il più noto è il Vecchietta, affrescarono gli otto grandi lunettoni della vasta sala: sulla parete sinistra i quattro «fotogrammi » più significativi della secolare storia del Santa Maria; sulla parete destra quattro grandi scene documentano la sua opera. Nella parete di sinistra, le scenografie e i costumi delle solenni composizioni ricreano il senso di un’epopea storica, confinante con la leggenda e fortemente idealizzata; nella parete di destra irrompe il realismo del presente. Le vaste sale dell’Ospedale, fedelmente riprodotte, si popolano dei derelitti quotidianamente ospitati e se prima gli oblati erano rappresentati deferenti alle grandi autorità della storia, qui si chinano a soccorrere il bisogno dei poveri sconosciuti alle cronache ufficiali. La grandezza di una comunità sta proprio in questa capacità di tenere insieme la memoria di una storia e il gusto per un’operosità nel presente: così si evitano sterili nostalgie e inconsapevoli attivismi. È la coscienza della propria origine che alimenta continuamente il fuoco di una creatività presente. A questa medievale «compagnia di opere» è dedicata la mostra della Compagnia delle Opere al Meeting di Rimini 2011 (curata da Marco Barbone e Mariella Carlotti, ndr). La mostra ne ripercorre la storia e l’opera, attraverso la riproduzione degli affreschi del Pellegrinaio. Saranno in mostra quattro registri originali dell’Ospedale nelle cui copertine sono dipinte scene della vita dell’opera. Il quarto registro chiude la mostra: sarà in una teca aperto alle pagine del testamento del Vecchietta, il pittor dell’Ospedale, uno dei grandi maestri del Rinascimento senese, autore del primo affresco del Pellegrinaio. Il pittore destina tutti i suoi averi al Santa Maria e sigla il suo testamento con l’immagine, in lamina d’oro e china, di Cristo risorto. La creatività nasce da uomini come il Vecchietta che sentono Cristo Risorto come il loro nome: è questa certezza che genera opere. 1 Il costituto del Comune di Siena dell’anno 1262, 1897, I, 21. 2 M. Pellegrini, L’Ospedale e il Comune, in Arte e Assistenza a Siena, Pisa 2003, p. 39. 3 M. Ascheri, Siena centro finanziario, gioiello della civiltà comunale italiana in Le Biccherne di Siena. Arte e Finanza all’alba dell’economia moderna, Retablo-Bolis, Roma 2002, p. 18.