Ha colto tutti di sorpresa quella che, per usare uno slogan massmediatico, è stata riduttivamente definita come la «primavera araba». Chi avrebbe mai pensato che nel periodo del post-post guerra fredda, spentasi da poco l’eco dei fasti celebrativi del ventennio dalla caduta del Muro di Berlino, una nuova, impenetrabile cortina si sarebbe interposta fra i Paesi ad di qua e quelli al di là della sponda Sud del Mediterraneo: una cortina d’acqua, di mare, non meno dannosa e violenta di quella cortina di ferro che tanta incidenza ha avuto nelle relazioni internazionali dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. La piazza araba si è sollevata e il Mediterraneo è in rivolta, a onta di quella cortina di mare subdolamente creata da un’indifferente e indolente Europa che ha strumentalmente piegato ai suoi inconfessabili interessi la «sindrome dell’Islam» rivelatosi, poi, meno fondamentalista di quanto gli Stati Uniti abbiano voluto dare a intendere pur di assumere il ruolo di «gendarme» del mondo. E mentre il Mediterraneo è solcato da nuovi venti di libertà, l’inane Europa rimane sgomenta e del tutto incapace di assumere il ruolo che la sua posizione geografica e la sua storia richiederebbero, agendo con scomposte e disordinate reazioni, da un canto, di tiepida solidarietà verso le rivolte popolari e, dall’altro, con irripetibili dichiarazioni di improbabili capi di governo che, con malcelato imbarazzo, a stento nascondono il disappunto per il venir meno dello status quo e dei regimi autoritari che tutti, nessuno escluso, hanno sostenuto per anni. Ed è proprio in questa circostanza che va individuato il punctum dolens della «questione mediterranea»; nel dubbio, cioè, che l’Europa, nei fatti, non abbia mai voluto una diffusione dei principi di democrazia e la penetrazione di una cultura del rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo ma abbia preferito quel «che tutto cambi affinché nulla cambi» di gattopardiana memoria, rendendo possibile, dopo il compimento di un processo di decolonizzazione più apparente che reale, l’instaurazione, nelle «ex» colonie, di regimi autoritari, consapevoli baluardi a difesa degli interessi dell’Occidente al quale garantivano un accesso privilegiato alle loro risorse energetiche. Stando così le cose, dunque, grande è stata la sorpresa dell’arrogante Occidente per il seguito che ha scatenato il dignitoso e liberatorio gesto del giovane erbivendolo Mohamed Bouazizi, suicidatosi pubblicamente nella piazza dinanzi al palazzo del governatorato. Sono scesi in piazza, giovani e meno giovani, per urlare il fallimento dell’Islam politico e la loro voglia di normalità; sono scesi in piazza inneggiando alla democrazia e alla libertà in un impeto catartico senza Islam, senza bandiere verdi e senza Allah e Maometto; nel nome, non di una religione asseritamente fondamentalista, ma di un legittimo desiderio di costruzione autonoma del percorso storico, politico e sociale del Nord Africa contemporaneo. Un cambiamento necessario per l’Europa L’attuale scenario, dunque, rende necessaria una riflessione sulla situazione e sui possibili, futuri risvolti nelle aree interessate oltre che un serio ripensamento della politica degli Stati europei nei confronti degli Stati della sponda Sud del Mediterraneo. Il processo di trasformazione è appena all’inizio e presenta particolari caratteri di ingestibilità sia sotto il profilo politico che sotto il profilo istituzionale. Del tutto impensabile – oltre che inammissibile sotto il profilo della coerenza a quei principi di democrazia e di rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali cui dicono di ispirarsi gli Stati europei – sarebbe il voler continuare con gli atteggiamenti tenuti fino ad oggi da questi stessi Paesi. Nondimeno, nell’attuale clima politico europeo caratterizzato da una vuota tolleranza e da un pericoloso regresso morale e intellettuale, la «questione mediterranea » può strumentalmente essere utilizzata da gruppi reazionari che speculano sulle paure dei cittadini la cui sensibilità morale appare ormai irrimediabilmente stordita, soprattutto dalla assenza di umanità e dall’ignoranza della disinformazione massmediatica quando, al contrario, i cittadini europei dovrebbero essere resi edotti sulle opportunità che possono derivare da un intensificato scambio interculturale e politico con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Le colpe della politica Ma quali sono le colpe della politica degli Stati d’Europa, responsabili, a cagione della loro vicinanza geografica, in maggior misura, della politica imperialistica statunitense, del malcontento delle popolazioni della sponda Sud del Mediterraneo? Due sono essenzialmente le colpe dell’Europa: da un canto, l’assenza di lungimiranza derivante da un malinteso senso di superiorità e, dall’altro, per dirla con Vittorio Emanuele Orlando, la «cupidigia di servilismo» verso la politica statunitense e le sue più o meno fondate manie di sicurezza. Un premessa si rende necessaria; benché ciascuno degli Stati del Nord Africa in cui si sono verificate le recenti rivolte presenti peculiari caratteristiche, l’analisi che si propone in questa sede intende affrontare la questione sotto il profilo geopolitico e trattare unitariamente la «questione mediterranea» dal punto di vista dell’osservatore europeo, per mettere in evidenza quanta parte hanno avuto nei tragici accadimenti di cui si discute, le miopi e utilitaristiche politiche degli Stati europei. L’Unione europea (ormai è sotto gli occhi di tutti) costituisce una realtà tutt’altro che univoca, che agli occhi della Comunità internazionale ha perso ogni credibilità sia sotto il profilo della diffusione dei principi di democrazia, sia sotto il profilo della promozione dei diritti e delle libertà fondamentali della persona. I governi degli Stati europei, chi più e chi meno, a una politica diretta a colmare il divario culturale ed economico degli Stati della costa meridionale del Mediterraneo, hanno preferito mantenere una politica ambigua e compiacente nei confronti dei regimi autoritari e tutt’altro che democratici instauratisi in quelle aree sin dalla «fine» del colonialismo. Il discorso è abbastanza semplice e non necessita di particolari capacità di analisi politica per essere affrontato. Infatti, il germe dell’attuale rivolta va rinvenuto nelle modalità in cui si è realizzato il processo di decolonizzazione; processo che, in ragione degli aiuti finanziari concessi dalle ex madrepatrie agli Stati africani di neo indipendenza, ha comportato, da parte di questi ultimi, l’esercizio di una sovranità più apparente che effettiva. Un po’ come è successo fra gli Stati europei e gli Stati Uniti in virtù del Piano Marshall. L’indiscriminato sfruttamento delle risorse energetiche di cui abbondano i detti Stati e l’arricchimento dei loro leaders autoritari, ha determinato il conseguente impoverimento delle popolazioni locali. In tale contesto, gli Stati europei non avevano fatto i conti con il crescente malcontento delle popolazioni locali e con il conseguente crescente fenomeno dell’immigrazione; fenomeno, aggravato dalla crisi economica globale, che gli Stati europei erano del tutto impreparati ad affrontare e che i politici nordafricani hanno strumentalmente utilizzato come arma di ricatto nei confronti degli Stati europei. Nel frattempo, al problema dell’immigrazione, si è aggiunto il problema, vero o presunto che fosse, della sicurezza, legato al detto fenomeno immigratorio e ai noti eventi dell’11 settembre 2001. Dopo gli attacchi dell’11 settembre la cooperazione europea con gli Stati del Nord Africa ha avuto a oggetto più le questioni relative alla sicurezza e alle misure di prevenzione e repressione del terrorismo che non le questioni relative alla cooperazione economica e commerciale. Tuttavia, il punto debole delle misure relative alla sicurezza, va individuato nel fatto che, per un verso, le questioni relative alla sicurezza e quelle relative all’immigrazione sono state trattate alla stessa stregua, come se quello di immigrato fosse sinonimo di musulmano (fondamentalista) e, dunque, di terrorista. Per altro verso, la politica europea con i Paesi del Mediterraneo non si è mai orientata secondo una prospettiva realisticamente euromediterranea, e si è limitata ai non meglio specificati dialoghi politici, partenariati economici o suggestivamente «strategici» di cui al fallito Processo di Barcellona. Nell’attuale scenario geopolitico internazionale, gli Stati membri dell’Unione europea non si sono ancora resi conto del fatto che il sistema politico internazionale oggi è chiamato a rispondere alle nuove esigenze e alle differenti logiche imposte dalla sempre più prepotente emersione di nuovi attori nello scenario geopolitico e a fare i conti non soltanto con i differenti criteri da cui partono questi ultimi nelle relazioni internazionali, ma anche con l’emergere di nuove realtà sociali nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, e di una fascia di popolazione giovane con la quale occorrerà fare i conti. Un altro punto essenziale consiste nella necessità di scardinare la radicata convinzione che musulmano significhi perciò stesso integralista e terrorista; un approccio razionale alle questioni geopolitiche, sconsiglia di «leggere» i fenomeni socio-politici e religiosi, attraverso la lente deformata e deformante dell’emotività e suggerisce di fare appello al senso della realtà, non solo ai fini della individuazione di soluzioni o strategie possibili, ma anche al fine di una miglior comprensione di quel che sta accadendo sulle coste meridionali del Mediterraneo. Uno dei principali dati che si rileva è che la crescita economica di determinati Paesi sta pian piano erodendo il ruolo tipicamente egemone assunto dall’Europa e questa instancabile ascesa che sta conducendo a una sorta di deeuropeizzazione dei rapporti internazionali, sarà destinata a produrre, nel medio e lungo periodo, una graduale sostituzione della sfera di influenza internazionale di questi Paesi, in fase ascendente, su aree del mondo che fino a ieri erano sottoposte esclusivamente alla sfera di influenza europea. Nuovi attori della politica internazionale Per quanto difficile possa essere fare delle previsioni certe sui futuri sviluppi della «questione mediterranea», va detto che ai fini del rinvenimento di una soluzione accettabile, gli Stati europei dovrebbero cambiare totalmente il loro modo di affrontare la questione e ridefinire la loro posizione nel Mediterraneo anche alla luce del ruolo economico e, quindi, politico che sta via via assumendo, a tacer d’altro, la Repubblica Popolare Cinese. In altri termini, se è ben vero che le questioni legate al terrorismo, alla sicurezza, alla democrazia e al rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali sono tutt’altro che banali, va da sé che il loro uso strumentale da parte dell’Europa costituisce ben altro che un deterrente per altri emergenti e importanti attori della politica internazionale. È come dire che, mentre la politica degli aiuti economici degli Stati occidentali è sempre legata alla questione del rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, la politica cinese strumentalizza a proprio uso e consumo proprio quelli che, agli occhi degli occidentali, sono i punti deboli degli Stati africani: la questione del mancato rispetto dei diritti umani che, per la Cina, diventa un dettaglio del tutto trascurabile e anzi ne fa la base del suo successo e della sua espansione economica (e politica) nel continente africano. È del tutto evidente, poi, che quella cinese è un’autentica strategia di politica estera con l’obiettivo di elevare il livello di dipendenza delle economie mediterranee africane e che l’interesse cinese non è mosso da motivazioni di carattere ideologico ma trova il suo fondamento nelle stesse motivazioni che in passato hanno spinto le potenze occidentali verso il processo di colonizzazione; né più e né meno, dunque, che una ben precisa strategia politica ed economica: lo sfruttamento delle materie prime e il posizionamento dei governi in uno stato di soggezione e di subordinazione economica e, di conseguenza, politica. Con questo non si vuol dire che sia deprecabile il tentativo, da parte europea, di una maggior diffusione della cultura del rispetto dei diritti umani e di ammodernamento e democratizzazione delle Istituzioni e degli standard economici dei Paesi del Nord Africa; si vuol dire però che una politica degli aiuti meno condizionata e soprattutto più rispettosa delle realtà locali, potrebbe più facilmente condurre a risultati maggiormente produttivi nel campo delle relazioni internazionali e della politica estera. Nel contesto delineato, dunque, risulta all’evidenza la necessità di una non più rinviabile inversione di tendenza e di un radicale ripensamento della politica europea nel bacino del Mediterraneo; una politica che parta dal presupposto che non esiste una cultura che sia ontologicamente superiore ad altre e che prenda coscienza di uno degli attuali paradossi individuabile nel fatto che la civiltà europea, rinchiusa nel culto quasi idolatrico di se stessa, oltre a esportare democrazia e libertà, esporta anche un modello le cui linee portanti si basano esclusivamente sul soddisfacimento delle esigenze del mercato, del consumismo più sfrenato, sullo sfruttamento su vasta scala degli istinti più bassi e dei sentimenti più poveri. La «piazza» araba si è svegliata, i giovani musulmani sono in rivolta contro i loro regimi autoritari e contro quell’opera di contrabbando e di mistificazione politica e culturale che li vuole tutti fondamentalisti e tutti terroristi; l’Europa, dal canto suo, farebbe bene a squarciare la nuova cortina non dimenticando che il momento attuale richiede, più che in passato, non solo la capacità di adattarsi ai ritmi dei repentini cambiamenti in atto nella sponda Sud del Mediterraneo, ma anche la capacità di adeguare le sue alleanze e le sue strategie alle esigenze delle popolazioni locali.
Epigrafi mediterranee
di Anna Lucia Valvo / Professore di Diritto dell’Unione europea, Università Kore di Enna
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