A metà degli anni Settanta, nel clima di un acceso dibattito che – tra bombe demografiche e teorie sui limiti dello sviluppo – aveva animato la Conferenza di Bucarest1 e dato avvio al primo «Piano mondiale d’azione sulla popolazione», solo poco più di 400 milioni di africani, di cui un quinto in Paesi affacciati sul Mediterraneo, trovavano spazio in un pianeta popolato da circa 4 miliardi di persone. La vecchia Europa sopravanzava il «Continente nero» di ben 250 milioni di abitanti e anche il confronto tra le due sponde del Mare Nostrum attribuiva ai popoli del Nord una netta supremazia in termini di consistenza numerica: 132 milioni di europei a fronte di 82 milioni di africani. A distanza di quasi quarant’anni, le posizioni sono oggi alquanto cambiate: l’Africa, spintasi poco oltre il miliardo di abitanti, ha superato di ben 300 milioni l’Europa e anche tra le due rive del Mediterraneo il primato dei Paesi della sponda Sud è ormai un dato di fatto. Il percorso e i fattori che hanno portato a questa nuova realtà sono ben noti, così come lo sono sia i mutamenti strutturali che hanno accompagnato la dinamica demografica, sia le problematiche che essi generano. Tuttavia, il punto sul quale conviene attentamente riflettere in questa sede non riguarda il passato, bensì gli scenari che ci aspettano nei prossimi decenni e, in particolare, l’eventualità che alletradizionali fonti di squilibrio cui da tempo ci siamo assuefatti – dalle guerre alle calamità naturali, alle sommosse sino ai contrasti etnici e religiosi – si possa aggiungere il contributo del cambiamento demografico. Non tanto a seguito di condizioni di stress sul piano numerico – in fondo di esplosione demografica si parla da decenni e talvolta anche a sproposito – quanto per l’effetto di talune trasformazioni qualitative: prime fra tutte quelle legate alle variazioni nella struttura per età della popolazione. Se, infatti, la crescita a livello mondiale e gli aspetti differenziali che la contraddistinguono non colgono impreparata l’opinione pubblica – la prospettiva di avere sulla Terra 8,3 miliardi di abitanti nel 2030 e l’idea che tra di essi più di un miliardo e mezzo vivranno in Africa sono dati ormai largamente condivisi – non altrettanto sviluppato appare il dibattito sulle «caratteristiche» della crescita che ci aspetta. In particolare, sarebbe interessante indirizzare il ragionamento non tanto, o non solo, sul vincolo che la crescita numerica porterebbe allo sviluppo del Sud del mondo, ma anche sul fatto che «il tipo di crescita» che il continente africano ha davanti a sé avrebbe elementi che, ove adeguatamente sfruttati, potrebbero persino rappresentare un fattore di sviluppo. Il sorpasso dell’Africa sull’Europa D’altra parte, se andiamo a vedere la storia degli ultimi trent’anni – quelli che per l’appunto hanno segnato il sorpasso dell’Africa sull’Europa – ci accorgiamo come la dinamica demografica di forte incremento vissuta dal continente africano non abbia tuttavia impedito un ancor più forte incremento del suo prodotto interno lordo (PIL) e dello stesso PIL pro capite. Su 39 Paesi africani (i più importanti e con dati disponibili) oltre la metà hanno segnalato nell’ultimo trentennio una variazione positiva del PIL pro capite superiore di almeno 50 punti percentuali alla corrispondente crescita della popolazione. Per un quinto di tali Paesi la velocità di incremento dell’indicatore economico ha sopravanzato per più di 200 punti percentuali quella del corrispondente indicatore di sviluppo demografico. Ma allora – viene da chiedersi – che ne è delle teorie di Malthus (e dei suoi moderni discepoli) se il continente indicato a modello del freno demografico allo sviluppo non rispetta le regole? Certo – si potrà obiettare – che quando si è in presenza di piccoli numeri, come era indubbiamente il reddito negli anni Ottanta per molti dei Paesi in oggetto, anche incrementi assoluti relativamente modesti danno la sensazione di un forte sviluppo. Così come si dirà che non vanno trascurati i casi, circa un quarto dei Paesi considerati, in cui la maggior velocità di crescita della popolazione determina una differenza negativa. Resta il fatto che, abituati all’immagine (di maltusiana memoria) della contrapposizione tra crescita esponenziale della popolazione e andamento lineare delle risorse, un grafico come quello riportato qui di seguito per il complesso dell’Africa sub-sahariana (figura 1), se anche non annulla la dimensione problematica della demografia del Sud del mondo, lancia almeno un segnale di speranza. Se a questo aggiungiamo i dati del recente Rapporto OCSE 2011 – che hanno portato alcuni media a titolare «L’Africa corre più della crisi»2 – da cui si rileva un tasso di crescita del PIL nel continente africano, superiore al 5% annuo dal 2003 al 2008 e ancora stimato al 4,8% per il 2010, non possiamo che prendere atto di come, nonostante il peso di un’umanità che – come ci hanno ripetuto all’infinito – cresce troppo in fretta, la parola «sviluppo» non è affatto assente nel vocabolario del Sud del mondo. La valorizzazione del capitale umano Una volta ridimensionato lo stereotipo del fardello demografico, proviamo ora a capire se, e a quali condizioni, le dinamiche della popolazione oltre a non essere sempre e necessariamente un vincolo potrebbero anche trasformarsi in un punto a favore dei popoli che le determinano e ne sono coinvolti. In tal senso i dati sulla struttura per età risultano particolarmente eloquenti. Mentre sanciscono le macroscopiche differenze di vitalità, tra un’Europa dove gli anziani hanno già sopravanzato i giovani e un’Africa dove questi ultimi sono tuttora ben undici volte più numerosi, mettono altresì in evidenza un rapporto tra anziani e popolazione in età attiva, che da 1 a 16 per il complesso dell’Africa (essendo 1 a 13 per quella del Nord) scende a 1 a 4 nella vecchia Europa e risulta persino più basso nella sua fascia mediterranea. È quindi dal dato sulla popolazione in età attiva che conviene avviare la riflessione circa la sfida per la valorizzazione del capitale umano nei paesi del Sud del mondo, unica strategia capace di mantenere condizioni di equilibrio negli scenari che vanno configurandosi. A ben vedere le premesse non mancano. Tra il 2010 e il 2030 del circa mezzo miliardo di unità che si aggiungeranno al totale degli africani, ben 2/3 sarà rappresentato da soggetti in età lavorativa, e nel Nord Africa tale proporzione sarà ancora più elevata (77%). Mentre oggi in Africa il rapporto di dipendenza, o di carico sociale3, è di 78 persone a carico (per lo più giovani) per ogni 100 soggetti in età attiva, si prevede che nell’ambito della componente che si aggiungerà nei prossimi vent’anni, il suddetto rapporto sarà sceso a 50. Non vi è dubbio che un tale allentamento del carico sociale – che viene visto come se fosse un «dividendo demografico»4 maturato per la favorevole coincidenza di un calo tendenziale della componente giovanile non ancora accompagnato da un aumento di quella anziana – si configura nei termini di una vera e propria grande occasione di sviluppo per il continente africano. Un’opportunità che, per essere colta, richiede tuttavia la sussistenza (o meglio la realizzazione) delle condizioni – economiche, sociali, politiche, infrastrutturali – necessarie per mettere a frutto l’abbondante capitale umano che si renderà sempre più disponibile in loco. È evidente che per giungere a condizioni che consentano alla popolazione africana di incassare il «dividendo demografico» sarà indispensabile uno sforzo – e un costo certo non indifferente – sul fronte di una vera cooperazione da parte dei Paesi del Nord del mondo, prima fra tutti l’Europa. Quale responsabilità? Non va però dimenticato, e le recenti esperienze in Nord Africa ce lo hanno chiaramente ribadito, che l’alternativa ai costi di azioni mirate alla salvaguardia degli equilibri mondiali – ma anche a rispondere a un dovere sul piano etico – consiste nel lasciare che tutto proceda nel segno dell’arrangiarsi da sé. Nell’illusione che, così come la versione della bomba demografica sul piano dei «numeri» non è esplosa con effetti dirompenti, anche la sua variante qualitativa, connessa agli effetti della struttura per età, potrebbe passare sulla testa dei Paesi ricchi senza alcun significativo danno. Ma anche in questo caso, un attento esame dei dati dovrebbe aiutarci a prendere consapevolezza e costringerci a sentirci responsabili della reale portata degli scenari e dei problemi che si affacciano nel nostro futuro. A tale proposito vale la pena di ricordare, dati alla mano, come già nell’ultimo ventennio l’Africa sub-sahariana abbia complessivamente esportato altrove circa 15 milioni di abitanti 15-49enni e come, analogamente, il Nord Africa abbia pagato un tributo di 4 milioni di giovani emigrati. In prospettiva, nel prossimo ventennio, si segnala l’esigenza di fronteggiare, nel complesso dell’Africa, un surplus tra potenziali ingressi e uscite dal mercato del lavoro che sarà nell’ordine di venti milioni di unità annue, per il 90% localizzato nei Paesi della regione sub-sahariana. È realistico immaginare che, in assenza di qualsiasi azione volta ad accelerare lo sviluppo locale, la valvola di sfogo di una tale pressione sia unicamente l’emigrazione? E poi, verso quali Paesi? Se anche si mette in conto il deficit annuo di circa 2 milioni di unità prospettato per l’Europa, come si può pensare che il gioco dei vasi comunicanti possa realisticamente arginare una pressione dal Sud come è quella che potrebbe ventilarsi? Per altro espressa da popolazioni – giovani, sempre più istruite e con una crescente parità di genere – che hanno piena consapevolezza dell’esistenza di «un altro mondo». In realtà la dura legge dei numeri offre valide argomentazioni per ricordarci che la sfida che viene dal Sud va necessariamente affrontata attraverso strumenti che promuovano lo sviluppo nello stesso Sud. E se è vero che qualche segnale incoraggiante sul piano della dinamica economica sembra si stia registrando, è anche vero che molto ancora va fatto per valorizzare pienamente il capitale umano del continente africano. È solo attraverso adeguate forme di investimento e con efficaci iniziative di formazione – anche sviluppando e organizzando in modo funzionale il fenomeno delle migrazioni circolari – che il «dividendo demografico» potrà venire finalmente riscosso a beneficio di coloro che ne hanno legittimamente titolo. 1 Per un resoconto critico si veda: B. Colombo, La Conferenza di Bucarest sulla popolazione e il Piano mondiale d’azione, «Scienze», 79, marzo 1975. 2 Si veda: Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2011, p.11. 3 Definito come rapporto (per 100) tra il numero di soggetti potenzialmente a carico, i giovani (0-14 anni), gli anziani (65 e +), e il numero di quelli in età lavorativa (15-64 anni). 4 D. Bloom, D. Canning, J. Sevilla, The Demographic Dividend, Population Matter, United Nations Population Fund, RAND, Santa Monica ß2003.
Un’opportunità che viene dal Sud
di Gian Carlo Blangiardo / Professore di Demografia, Università degli Studi di Milano-Bicocca
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