Quadrimestrale di cultura civile

Presenti perché certi. Intervista a monsignor Martinelli

di Giovanni Innocenzo Martinelli / Vicario apostolico di Tripoli

L’esistenza come certezza in una situazione di estrema incertezza come la guerra civile in Libia. A documentarla sono innanzitutto i quasi tremila stranieri cristiani, quasi tutti medici e infermiere, che hanno deciso di non abbandonare il Paese in preda a un conflitto senza apparenti vie d’uscita. Ma anche l’impegno della Chiesa per la verità, in un momento in cui i media internazionali sembrano avere abdicato a questo ruolo. Il vescovo Giovanni Innocenzo Martinelli, da 40 anni in Libia e da 26 vicario apostolico di Tripoli, racconta che cosa sta avvenendo nella capitale sotto le bombe, alla luce del titolo del prossimo Meeting di Rimini: E l’esistenza diventa una immensa certezza. In che modo la testimonianza dei cristiani a Tripoli è stata una certezza in questi mesi di guerra? Trovo il titolo del Meeting di quest’anno particolarmente significativo e, siccome ho una stima particolare per le vostre iniziative, mi piace vedere la settimana riminese alla luce di questa amicizia con il popolo libico, che in questo momento soffre in modo particolare. Prima del conflitto, la Chiesa in Libia comprendeva migliaia di persone giunte qui per lavoro da tutte le parti del mondo, e in particolare dalle Filippine, dall’India e dall’Africa nera. Ora purtroppo la comunità cristiana si è ridotta di molto per motivi di sicurezza. Soprattutto chi aveva famiglia ha ritenuto opportuno ritornare al suo Paese. È rimasto un gruppo che direi «eroico», composto in buona parte da infermiere, medici e operatori sanitari filippini, rimasti per scelta negli ospedali di Tripoli e delle zone più calde come Misurata, Iefren e Zintan. Persone che continuano a vivere il rapporto con gli ammalati pur nelle crescenti difficoltà, lasciando meravigliata la popolazione musulmana. È una presenza che rende un’immensa certezza anche l’esistenza degli stessi libici. Un’immensa certezza di amicizia, principale risorsa grazie a cui il conflitto può essere risolto. Facendoci scoprire con il tempo l’importanza di un dialogo che supera i pregiudizi religiosi costruendo rapporti di grande solidarietà. In che modo la presenza dei cristiani diventa visibile nella Libia in guerra? Ogni venerdì i circa 2.500-3mila operatori sanitari cristiani si ritrovano per la Messa, trascorrendo quindi insieme il giorno di festa in Libia. Questa realtà ci documenta come sia possibile ricreare un clima di solidarietà e di amicizia, che prima della guerra si era sperimentato, anche se non in una forma così evidente. E tutto questo all’interno di un dramma di guerra, di violenza, di sofferenze, di privazioni, tra evacuazioni, fughe, paura e incertezza per il domani. La situazione sotto le bombe è particolarmente difficile per gli immigrati, ma noi viviamo con la gente, cerchiamo di essere solidali, ascoltiamo e osserviamo. In mezzo a tanta disperazione abbiamo raccolto numerosi segni di solidarietà e di speranza. E questi ultimi rappresentano l’espressione concreta, vissuta con profonda letizia, di quella che è una grande esperienza di fede. Proprio come dice il titolo del Meeting: E l’esistenza diventa un’immensa certezza. Che cosa vi dicono i libici in queste settimane? Tanta gente è sorpresa, e ci chiede: «Perché non siete partiti?». Nei primi giorni di guerra, quando eravamo in pericolo, abbiamo ricevuto diverse telefonate di amici e conoscenti. Le nostre suore lavorano in un centro per handicappati, e tra il direttore, gli assistenti sociali e i medici rimasti si è creata una vera e propria solidarietà per svolgere al meglio il lavoro. Tra i problemi quotidiani c’è quello delle code ai distributori di benzina, che durano fino a 48 ore. E spesso il sacerdote o la suora si vedono cedere il posto dalle persone del luogo, che ci fanno passare avanti per facilitare il nostro compito. Anche ai posti di blocco, ormai numerosi a Tripoli, i militari ci trattano con grande rispetto. L’altro giorno un beduino armato mi ha chiesto i documenti, chiedendomi da dove venissi. Quando gli ho risposto «dal Vaticano», subito mi ha lasciato passare nel modo più cortese, dicendomi: «Si accomodi, che il Signore la benedica». Sono tutti dei segni, piccoli ma concreti, che ci dicono dell’importanza di un’esistenza che diventa una certezza anche per gli abitanti di Tripoli. Esistenza e certezza che abbiamo dovuto sostenere in tutti i modi, perché all’inizio molte donne libiche venivano a chiederci: «Padre, fate in modo che le bombe non cadano più. I nostri bambini non dormono la notte e viviamo nel terrore che colpiscano le scuole». Mentre alcuni giorni fa un altro gruppo di donne è venuto per dirci: «Grazie per le vostre preghiere, ne sentiamo l’effetto». Il cammino della solidarietà si sviluppa attraverso quello della fede: essere insieme per fare esperienza della fede, nella certezza che Dio ci guida verso un futuro migliore. Per ora è solo un seme, ma del resto che cos’è la Chiesa in Libia? Un piccolo gruppo e una realtà straniera. Ma questi fatti ci danno la certezza che non siamo inutili. Quali sono stati i suoi sentimenti personali in questi mesi di guerra? Umanamente, ho sentito molto in me il grido di Gesù: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato». Non capivo il perché di questa violenza, di questa aggressione, di queste tenebre, e non vedevo quando tutto ciò potesse finire. Ma con il tempo mi sono reso conto che la risposta era la stessa di questi sofferenti, immigrati o rifugiati, che vivevano sulla loro pelle una guerra che li aveva costretti ad abbandonare le case. Vedere ciò mi ha dato la serenità per dire: «Ci sono anche loro, un popolo intero che sta soffrendo, e la sofferenza alla luce della fede non è mai inutile ». E questo mi ha dato la certezza che prima o poi questa sofferenza avrebbe fecondato la speranza. In guerra la verità finisce quasi sempre per essere stravolta. È avvenuto così anche in Libia? Innanzitutto la guerra è stata una grande ribellione contro la verità. C’è stata un’aggressione, non dobbiamo dimenticarlo. Se nella nostra Costituzione si afferma che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», è evidente che la guerra è stata un oltraggio alla verità. È stata inoltre un’umiliazione per il popolo libico, che credeva nell’amicizia dell’Italia, soprattutto negli ultimi tempi, e si è visto tradito dalla sua aggressione. Forse la povera gente non ha compreso che quella dell’Italia era solo un’amicizia d’interesse, ma chiunque in Libia ha un minimo di cultura capisce di essere stato strumentalizzato per il petrolio. Il suo impegno nell’affermare la verità l’ha spinto ad andare controcorrente. In virtù di che cosa l’ha fatto? La verità appare con il tempo, ma dipende anche dalle persone. I media internazionali hanno raccontato delle cose impossibili anche solo da pensare, calunnie inventate solo per poter portare avanti i propri scopi. Adesso invece, con il tempo, sta riaffiorando il volto della verità attraverso le testimonianze delle persone che hanno subìto, ascoltato, visto, e adesso hanno il coraggio di parlare. Ci sono già delle testimonianze scritte, che spero possano venire presto alla luce, per rendere ragione alla verità storica. Non dico che si debba rendere ragione a una corrente politica piuttosto che a un’altra, ma alla verità come espressione del popolo che vive, soffre e fa esperienza. I ribelli hanno dichiarato che la ricerca di una soluzione politica da parte di Gheddafi è la dimostrazione della sua debolezza. È davvero così? No, questo è assolutamente falso, e neanche la Nato lo ha capito. L’Occidente ha iniziato subito i bombardamenti, senza cercare minimamente la strada del dialogo. È stato detto che era impossibile: non è vero, perché a Tripoli non è mai stato fatto un passo concreto, né prima né durante la guerra, per cercare di ritrovare la pace. Speriamo che sia compiuto adesso, perché è sempre più evidente che il dialogo è necessario ma anche possibile. Con il tempo stanno emergendo anche le notizie sugli abusi commessi dai ribelli. Come li valuta? Inizialmente queste accuse erano rivolte soltanto a Gheddafi. È vero che c’erano dei momenti o delle espressioni che potevano dare adito a queste critiche, però nessuno si è mai chiesto che cosa stesse facendo l’altra parte. Le violazioni sono venute infatti da entrambi gli schieramenti. Sicuramente tutto è iniziato dalla mancanza di rispetto dei diritti civili da parte di Tripoli. Ma da lì si è subito entrati in guerra, senza poter valutare esattamente quali accuse fossero vere e quali false. Che differenza c’è tra il desiderio di certezza e l’incapacità di cambiare? I contesti culturali sono quanto mai diversi, e psicologicamente l’uomo vuole innanzitutto la sua sicurezza, nel contesto sociale, umano e politico. La storia della Libia non è antica, ma nei 40 anni trascorsi dalla rivoluzione a oggi ha cercato di costruire un certo benessere. È vero che ci sono state delle ingiustizie, che hanno originato la rivolta. Ma nell’attuale situazione di guerra, è davvero difficile comprendere come è possibile garantire la giustizia. La Libia ha bisogno di giustizia e di certezze, ma non sono i piani sociali occidentali che possono dare una risposta al problema. Sono soltanto i libici che in modo libero, con la loro cultura e i loro valori, anche suggeriti dall’Islam, possono e devono ritrovare l’identità umana, sociale e religiosa di questo Paese. Ma la Libia è davvero un Paese con una identità? Non esiste un’identità libica, ma un’identità arabo-musulmana nel contesto sociale libico. Finora ci sono stati alcuni movimenti religiosi che hanno fecondato il Paese, ma la storia della Libia deve ancora essere costruita, nel rispetto delle due identità di Tripoli e Bengasi. Sicuramente Tripolitania e Cirenaica hanno molte somiglianze, anche se non si può dire che esista un’unità. Ma gli ultimi 40 anni hanno contribuito a realizzare un cammino di comunione profonda tra le due parti, e questo cammino non può essere cancellato. Forse deve essere colmato per quello che non è stato fatto, per le ingiustizie perpetrate. Quindi, se c’è questa possibilità di compiere un cammino sociale giusto, la Libia può ritrovare un’unità nella società, nella cultura, nella religione, nella tradizione del suo Paese. Le tribù possono giocare un ruolo positivo, o sono solo un fattore di disgregazione? La Libia non ha un’identità nazionale, se non attraverso l’unità delle kabile o tribù. Le tribù sono aperte e portate al dialogo, che si è sviluppato nei secoli attraverso gli europei che hanno intessuto rapporti con la Libia. Le tribù possono essere quindi una grandissima ricchezza per il Paese e non, al contrario, un fattore di divisione. Bisogna quindi aiutarle rispettandone le diverse identità e le tradizioni in cui sono radicate, in modo che diventino il vero fermento di comunione e di unità. La guerra in Libia è anche un modo con cui l’Occidente cerca di frenare lo sviluppo dell’Africa? Spero che non sia così, perché sarebbe squalificante per la civiltà europea e, se si può definire così, dell’Occidente cristiano. Che cosa si aspetta dall’Unione europea per il futuro? Mi auguro che l’Europa voglia contribuire alla pace in Libia e non alla divisione del Paese. Questo, innanzitutto, significa fermare i bombardamenti ed evitare di favorire soltanto una parte, cercando invece di aiutare entrambe a integrarsi; in modo che possa essere rispettata la tradizione del Paese e la responsabilità nella gestione delle ricchezze e delle culture locali. I ribelli però hanno detto che loro non vogliono il dialogo… Sono prese di posizione che devono essere affrontate dall’Occidente con spirito di amicizia. È vero che i ribelli hanno sofferto, che non vogliono saperne di Gheddafi, ma sono comunque persone legate alla Libia in molti modi e che hanno rapporti di consanguineità con la Tripolitania. Occorre quindi che da questa parte (quella di Gheddafi, ndr) ci sia umiltà nel riconoscere i tanti sbagli commessi, e da parte dei ribelli ci sia la capacità di perdonare e di ricominciare.