Quadrimestrale di cultura civile

Alzare lo sguardo sul volto dell’altro

di Giuseppe De Rita / Sociologo ed editorialista de Il Corriere della Sera

Degli eventi che sono ancora in corso nella sponda opposta del Mediterraneo, quello che più colpisce è la sorpresa che hanno provocato anche negli osservatori più attenti, evidenziando una impreparazione generale rispetto a tutto quello che è accaduto dalla Tunisia in poi e che sta cambiando i vari Paesi situati sull’altra riva del mare. È questo un aspetto sul quale vale la pena concentrare la riflessione: dai report delle tante banche d’affari e degli organismi internazionali, ai siti web di ogni tipo, al boom di Facebook, siamo sommersi da un pieno di informazioni di ogni tipo che non è comunque riuscito a salvarci dal ritrovarci privi di reale informazione su quello che accadeva. Ecco il paradosso del momento: un pieno di informazione indotto dagli infiniti flussi che genera il suo opposto, un vuoto di informazione reale. È una situazione molto diversa da quella cui fino a non molto tempo fa eravamo abituati: infatti un tempo le informazioni erano sicuramente minori, ma altrettanto sicuramente più dense nei contenuti e veicolate per canali strutturati, da quelli diplomatici a quelli militari, a quelli del grande giornalismo che fosse d’inchiesta o degli inviati radicati nelle realtà locali. Oggi siamo nell’era dei canali orizzontali, del web – così importante nelle rivolte arabe – del turismo di massa, dei migranti che vanno e vengono, degli studenti ecc. eppure tutti questi canali hanno inspiegabilmente generato un vuoto di informazione rispetto alla realtà locale che ha improvvisamente preso una rincorsa inaspettata. Il cambiamento quindi ci viene addosso, e diventa per noi improvviso, lasciandoci interdetti, perché non ne sapevamo nulla, nessuno ha sentito gli scricchiolii dei vari regimi, e nessuno è riuscito a prevedere quello che stava per accadere. Quindi, una prima contraddizione va segnalata e merita una riflessione su come i flussi informativi così proliferanti e celebrati per la loro abbondanza, non hanno poi prodotto conoscenza, ci hanno lasciato incapaci di capire realtà che, pure, erano a stretto contatto con noi, non solo geograficamente ma anche in termini di quantità di flussi informativi in transizione da una parte all’altra. Oggi possiamo dire che non basta celebrare i flussi informativi orizzontali, la loro moltiplicazione, se poi non si dispone di procedure di decodificazione e lettura adeguate, che consentano di massimizzare il valore dei contenuti. Italia Paese mediterraneo In relazione al rapporto con il Mediterraneo, con l’altra sponda del mare, vale la pena capire cosa il Mediterraneo è per noi italiani, come lo pensiamo, visto che, da indagini realizzate dal Censis, emerge che noi italiani ci sentiamo tanto europei quanto mediterranei, e attribuiamo al nostro Paese un’identità addirittura più mediterranea che europea. Sono i più giovani e i più istruiti a condividere questo sentire comune, in netta controtendenza con una retorica che pure nel tempo si è imposta: quella dell’Italia che deve guardare all’Europa a trazione nordista, continentale, dove il meridione e il suo mare, il Mediterraneo, sono sinonimo di arretratezza, di un passato decadente. In realtà il Mediterraneo per gli italiani è molto più di una espressione geografica, è un luogo della memoria, del sentimento, anche di una storia condivisa, sebbene incasellata nella versione cristallizzata della bellezza naturale e paesaggistica o ancora in quella di un’area con un grande storia alle spalle, culla della civiltà, mentre è molto meno radicata la percezione di un’area in cui oggi convivono una pluralità di culture e meno ancora quella di un’area con una diversificazione socioeconomica tra le due sponde, che non può che generare i flussi migratori che si conoscono. Ecco il punto, quindi: oggi il flusso proliferante di informazione, da quella scritta a quella per immagini, non ci ha detto la realtà delle cose perché non riesce a scalfire l’approccio di sorvolo verso quelle realtà, che guardiamo con occhi distratti o pregiudizialmente strutturati di turisti, salvo poi rimanere interdetti quando la realtà tende a imporsi quasi con la forza con cui i barconi arrivano direttamente sulle nostre spiagge. Il risultato del soggettivismo Il fatto è che in questi anni, smarriti dentro il crescente solipsismo di una soggettività avvitata nella logica dell’imporre se stessa in ogni ambito – fino ai suoi esiti più ambigui – di una morale a misura di singolo, non riusciamo a costruire, a elaborare, dialogo o collaborazione, perché non riusciamo a investire energie, interessi, attenzione sull’alterità, ad alzare lo sguardo sul volto dell’altro. Ripiegati su noi stessi nel nostro presente, nella finitezza del tempo corrente, non riusciamo ad alzare lo sguardo oltre una orizzontalità che diventa un campo piatto. Finiamo per adattarci a una società dell’indistinto, più ancora che liquida, dove è difficile riuscire a definire il quadro e i contorni in cui si muove la dinamica sociale. Le reazioni a questa dinamica sono appunto quelle delle piccole certezze, dei rinserramenti nei microcosmi individuali, nel presentismo e, in casi estremi non così infrequenti, in soggettività identitarie, a volte fittizie, comunque rassicuranti. Non è una forzatura dire che questo è l’esito sostanziale della lunga cavalcata soggettivista che ha progressivamente spazzato via vincoli e limiti, una dinamica paradigmaticamente rappresentata dalla crisi delle figure archetipiche del padre, dell’insegnante o del sacerdote, di quelle figure che rappresentavano la legge, l’autorità, le regole. In fondo tutto è stato ricondotto al soggetto, all’io che decide, ai miti che ne sono venuti, dal consumismo al mai sotto padrone che ora non tirano più, e lasciano il soggetto sempre più solo, fragile e consapevole di questa fragilità. Da qui paura e incertezza come cifra del vivere sociale, che rendono difficile l’investimento sulla relazionalità. Da questa situazione, però, non si uscirà con il ripristino dall’alto, verticale di nuove certezze, così come è illusorio pensare che si possa puntare tutto reimponendo la legge nelle forme in cui tradizionalmente si operava nei vari ambiti. Sarà invece un processo lungo, lento, per vie orizzontali, di uscita da questa situazione; e questo processo include anche un lungo e lento apprendistato a una nuova relazionalità, man mano che ci si disubriaca dalla soggettività autoreferenziale. È questo il punto che conta anche nella relazionalità con l’altra sponda del Mediterraneo, di cui ci siamo accorti di conoscere poco o nulla nel mentre i canali che un tempo ci consentivano di averne cognizione oggi sono prosciugati. L’integrazione oltre lo spaesamento Siamo una comunità di persone convinte che una maggiore integrazione tra i Paesi della sponda nord e sud del Mediterraneo sia una cosa positiva perché può portare benefici economici e commerciali anche al nostro Paese; ma una nuova relazionalità non potrà venire dalla strutturazione della politica estera o da strategie sistemiche di penetrazione dei mercati, piuttosto sarà l’esito della moltiplicazione dei rapporti minuti, diretti, quelli che già oggi coinvolgono quote crescenti di italiani, e che si svolgono nella quotidianità delle tante attività. L’intensità e il contenuto di questi rapporti dipenderà fortemente anche dalla nostra capacità di andare oltre le fragilità soggettive, quello spaesamento che in questa fase condiziona il nostro vivere individuale e di comunità. Quelle del Maghreb sono società giovani, altamente alfabetizzate, lacerate tra voglia di entrare nella modernità e il rancore per essere costrette ai margini; noi oggi gli offriamo il rapporto con società sfibrate dal trionfo del soggetto, e allora la crescente relazionalità con esse potrebbe essere, quasi paradossalmente, un acceleratore del cambiamento reciproco, purché si prenda la sfida del cambiare senza chiusure. Promuovere la relazionalità a ogni livello è, in questa fase, un passaggio cruciale per evitare quei rinserramenti che, in entrambe le sponde del Mediterraneo, sono foriere di mutamenti regressivi.