Nell’anno in cui si celebra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Legacoop festeggia i suoi 125 anni di attività. Un traguardo che è testimonianza della lunga storia dell’idea cooperativa, nata a metà del XIX secolo, e che conferma la sua capacità di misurarsi con i grandi cambiamenti sociali, economici e culturali; la sua capacità di essere coerente e in grado di rispondere ai bisogni e alle aspettative degli individui, delle persone, nel cambiamento e nell’evoluzione delle condizioni storiche e sociali. La storia del mutualismo, uno dei principi cardine dell’esperienza cooperativa, si è poi caratterizzata per l’ulteriore evoluzione nella comprensione, da parte dei cittadini, della possibilità di condividere e, perciò, di superare la già sicuramente positiva attitudine alla solidarietà per giungere a una scelta ancora più impegnativa, quella della condivisione. Ci sono, cioè, dei cittadini che decidono, insieme, di condividere le proprie scelte, le proprie condizioni di vita, di lavoro, di tutela della propria famiglia e del proprio reddito, attraverso una modalità, quella appunto mutualistica e cooperativa, che oggi fa della condivisione la sua specifica condizione. È chiaro che questo tipo di approccio si misura, in primo luogo, con l’idea di una società più equa, che distribuisca in maniera equilibrata la ricchezza a tutti coloro i quali concorrono a produrla. Una società più equa significa una società che consente a ogni persona di scegliere liberamente e di avere le condizioni e le opportunità di realizzare se stessa dentro questo contesto; che offre una possibilità di libera scelta sul piano culturale, religioso, sociale, ma anche sul piano economico, della propria professione, della opportunità di muoversi dentro il contesto sociale e di migliorare la propria condizione. La forma societaria cooperativa ha cambiato le sue attitudini in ragione dei cambiamenti della società e dell’economia e si è misurata con i problemi che, nell’arco di oltre due secoli, l’hanno vista protagonista della vita di questa nazione. In questo momento il problema che l’Italia ha di fronte è, essenzialmente, un problema di ordine democratico, che fa riferimento al come i cittadini siano in grado di partecipare alla vita pubblica, dal momento che i meccanismi della politica si sono logorati e non riescono più a esprimere in maniera efficace la relazione tra la volontà dei cittadini e l’azione politica di governo della comunità. Si è realizzata nel tempo, peraltro, una profonda proliferazione dei sistemi di intermediazione, per cui la relazione tra i cittadini, i loro bisogni economici e sociali, la loro volontà, vengono largamente intermediati da una serie di soggetti istituzionali, sociali, associativi, organizzativi che allungano la «filiera» della relazione e rendono difficilmente decifrabile il rapporto tra la volontà e i bisogni del cittadino e gli esiti finali. C’è quindi anche un problema, se vogliamo, di ricostruzione della relazione tra il cittadino e l’interesse collettivo, il bene comune, attraverso un meccanismo più diretto di partecipazione, di presa di responsabilità. Un’esigenza che c’era anche prima e che è particolarmente attuale adesso, nel momento in cui il Paese sta drammaticamente facendo i conti con gli effetti della crisi. L’epoca del mito delle miracolose virtù del libero mercato sembra essere definitivamente tramontata sotto i colpi della crisi più violenta del secondo dopoguerra, che ha accresciuto ulteriormente le disuguaglianze sociali e minato la fiducia delle persone nel proprio futuro. Per questo è necessario costruire un nuovo paradigma di economia e di società, dove ci sia più equilibrio tra individuo e comunità, tra attività economiche e non, tra iniziativa pubblica e privata. Una nuova idea di futuro Occorre pensare a un futuro dove la società non è la somma di individui isolati, ma è fatta di persone che costituiscono comunità; e la società è la comunità delle comunità. Una società che veda i cittadini continuamente protagonisti e responsabili della vita democratica e della crescita civile ed economica, attivi non solo nel momento elettorale. Al di là di come si voglia definire questa rinnovata attenzione al ruolo dei cittadini e della società – in Gran Bretagna si parla di Big society, in Germania di Economia sociale di mercato, negli Stati Uniti di Beni comuni – un elemento sembra sempre più chiaro: la sola chiave economico-individualista non è in grado di rispondere in modo efficiente ed efficace alle domande di «democrazia, equità, crescita, welfare» e la stessa difficoltà la incontra il binomio Stato-mercato. Ecco, allora, che appare opportuno pensare di costruire un nuovo equilibrio che punti a un nuovo «protagonismo sociale». Il che non significa assumere un atteggiamento che mette in conto un ridimensionamento del ruolo pubblico e dello Stato che, con le politiche pubbliche, ha l’obbligo di garantire l’esigibilità dei diritti fondamentali dei cittadini. Così come, d’altra parte, non si intende mettere tra parentesi le funzioni del mercato nella misurazione dell’efficacia e dell’efficienza nella allocazione delle risorse. Ciò che serve è un pensiero del «dopo-crisi», perché molto di ciò che sosteneva il pensiero «pre-crisi» è andato fuori uso e non è più utilizzabile. In concreto, bisogna sicuramente cambiare le regole di funzionamento dei mercati globali e gli strumenti di controllo, e definire una nuova governance globale; ma tutto ciò non sarà sufficiente se non si riuscirà a produrre le condizioni per una nuova «cittadinanza attiva», per un nuovo protagonismo sociale, se non si farà crescere la pianta di un’economia sociale di mercato imperniata su un nuovo compromesso tra capitale e lavoro, tra funzione dello Stato e del mercato, su una nuova relazione tra interesse individuale e benessere comune, su un nuovo equilibrio tra presente e futuro. Un nuovo edificio, insomma, che può trovare solide fondamenta anche nei principi e nei valori che hanno ispirato e fatto crescere le cooperative dall’Unità d’Italia a oggi. Perché questo obiettivo si realizzi, perché si possa affermare, appunto, un nuovo protagonismo sociale, è necessaria un’infrastruttura organizzativa che consenta ai cittadini di partecipare, di prendersi carico di una parte delle responsabilità necessarie a garantire un buon funzionamento sociale e un’equa distribuzione delle opportunità. Cittadini e bene comune È dentro questo contesto che Legacoop lavora alla realizzazione di progetti che traducano in reali opportunità le proprie scelte di principio e i valori che sono alla base dello sviluppo dell’esperienza cooperativa nel corso della sua lunga storia. Mi riferisco alle «cooperative del sapere», con le quali miriamo a promuovere l’occupazione tra i giovani laureati che vogliono puntare sulle proprie capacità, investire sulle loro competenze professionali per costruirsi il futuro. E, ancora, al progetto per la promozione delle «cooperative di comunità», con la convinzione che la paura e il pessimismo indotti dalla crisi vadano combattuti, in primo luogo, cercando di dimostrare che non è per nulla vero che l’unica cosa che si può fare è aspettare. Anzi, è proprio questo il momento per agire, per scommettere sulle proprie capacità, per inventarsi qualche cosa che faccia cambiare ciò che non ci piace, per risolvere i problemi che ci assillano. Questa proposta, che punta sulla disponibilità dei cittadini ad assumere l’iniziativa, a farsi carico di una parte dei problemi collettivi e a collaborare per la loro soluzione, cerca anche di rispondere alla sempre più evidente difficoltà delle pubbliche amministrazioni ad affrontare, per carenza di mezzi, una parte sempre più consistente dei bisogni che si sviluppano nella società. Pensiamo, in concreto, a cooperative tra utenti per la realizzazione e gestione dei servizi essenziali che la ridotta dimensione di queste piccole comunità non renderebbe più economicamente sostenibili; cooperative per la gestione dei cosiddetti «alberghi diffusi» e il recupero di borghi abbandonati; cooperative per realizzare e gestire insieme impianti fotovoltaici; cooperative per la valorizzazione di prodotti e mestieri in via di abbandono. Bisogna fare in modo che anche i cittadini che si trovano in una di queste situazioni che ho sommariamente elencato abbiano un’opportunità, possano trovare una risposta ai loro bisogni. Allora, di fronte alla volontà dell’essere e all’incertezza di questo futuro, dove la crisi ha messo in discussione molti dei paradigmi e molte delle logiche che storicamente avevano rappresentato, o cercato di rappresentare, la migliore risposta (in particolare un equilibrio tra lo Stato e il mercato, dove il pubblico e il privato si dividevano il compito di produrre la ricchezza e distribuirla), si ripropone con grande forza questo bisogno di condivisione, di assunzione di responsabilità, di protagonismo diretto dei cittadini nella vita delle comunità. È per questa ragione che oggi la forma societaria cooperativa può essere ancora moderna e adeguata ad affrontare i bisogni delle comunità. Su questo fronte, peraltro, la scelta che le Centrali Cooperative hanno fatto di dare vita all’Alleanza delle Cooperative Italiane e quindi all’idea di lavorare per la costruzione di una unica grande organizzazione di rappresentanza delle cooperative italiane, corrisponde esattamente a questo bisogno. Da un lato, risponde alla volontà di semplificare l’intermediazione delle relazioni tra i cittadini e le cooperative e gli altri soggetti sociali ed economici e, dall’altro lato, alla necessità di svincolare completamente la forma cooperativa da appartenenze ideologiche e politiche, da funzioni, logiche e domande che non le erano proprie e di consegnarla pienamente attiva e agibile alla società. Perché la forma societaria cooperativa ha questa specifica caratteristica: è un bene della comunità, della collettività, che sviluppa al meglio le proprie condizioni e produce il miglior risultato quando la società decide di utilizzarla per affrontare e risolvere i propri bisogni, per dare risposta alle proprie aspirazioni e aspettative. L’idea che coltiviamo è appunto proprio quella di una forma societaria cooperativa che possa essere pienamente agibile e pienamente utilizzabile dalla società, per rispondere alle aspettative dei cittadini e per risolvere i loro problemi. Insomma, dare un contributo per vincere le sfide che le comunità si trovano a dover affrontare.
Rispondere alla sfida guardando al bene comune
di Giuliano Poletti / Presidente di Legacoop
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