Quadrimestrale di cultura civile

Gestire l’incertezza rende stabili i sistemi

di Carlo Pelanda / Globis, University of Georgia, Athens, USA

In Europa dovremmo investire più risorse per aumentare la tolleranza degli individui all’incertezza oppure per aumentare il grado di certezza nel sistema? In materia ci è utile una supersintesi di massima astrazione. Definite come sistema un’entità che ha un confine con un ambiente e che è governata da procedure di controllo il cui scopo è quello di mantenere la configurazione voluta del sistema stesso di fronte a qualsiasi evenienza, interna o esterna. Prendete l’immagine di un omeostato, per esempio. Un semplice calcolo, che chiunque può fare, mostra che la varietà degli eventi possibili nell’ambiente è sempre superiore alla varietà dei controlli esercitabili dal sistema. Pertanto non sarà mai certo che il sistema possa correggere una situazione per mantenere la configurazione voluta. Come si può fare per rendere totale la certezza in un sistema? Solo rendendo pari la varietà dei possibili eventi con quella dei controlli. Tale condizione è raggiungibile solo rendendo infinita sia la prima sia la seconda. Così si sarebbe sicuri che un qualsiasi evento nell’ambiente esterno o interno troverebbe una risposta ordinatrice da parte del sistema. Ma un sistema con varietà infinita di funzioni di controllo sarebbe un non-sistema in quanto coinciderebbe con l’ambiente senza avere un confine con esso. Pertanto, la condizione di esistenza di un sistema implica una vulnerabilità intrinseca incomprimibile all’imprevisto. In sintesi, il sistema a certezza totale non è una categoria della realtà, pur oggetto concepibile dalla metafisica. Chi desidera approfondire l’uso di questa convenzione analitica può fare riferimento a un mio libro del 1984, Teoria della vulnerabilità. Ma il tema è oggetto classico di ricerca della cibernetica (scienza del controllo/governo). A quale soluzione si è arrivati? La quarta cibernetica, dagli anni Ottanta, suggerisce di disegnare i sistemi caricandoli di più funzioni adattative e autonome. A livello di sistemi tecnologici ciò significa aumentare la ridondanza dei controlli e la gestione informativa dei cicli operativi. A livello di sistemi socio-tecnici significa ricorrere di meno alle organizzazioni gerarchiche e di più a quelle orizzontali dove più componenti partecipano a mantenere ordinato, o in configurazione voluta, il sistema complessivo. Non si è risolto il problema di fondo della vulnerabilità intrinseca, e non lo si risolverà fino a che non verrà concepito un sistema a capacità auto-evolutiva infinita, ma si sono trovati nuovi metodi per mantenere i sistemi tecnici e socio-tecnici entro un elevato grado di prevedibilità, cioè di certezza. Nei sistemi sociotecnici (aziende, eserciti ecc.) ciò è stato ottenuto migliorando le capacità delle componenti di contribuire all’ordine complessivo del sistema. Meno con mezzi coercitivi del passato e sempre più via qualificazione intellettuale delle persone. Ai nostri fini, questo dato suggerisce che la strategia vincente è quella di investire sia sulle funzioni di stabilità complessiva di un sistema sia sulla capacità delle persone di renderlo stabile gestendo incertezze locali. Il sistema riduce la sua vulnerabilità/incertezza a un minimo relativo migliorando continuamente sia le sue funzioni di controllo «in alto» sia la partecipazione convergente delle componenti «in basso». La novità storica, in relazione ai modelli organizzativi meccanicisti-gerarchici in vigore fino agli anni Cinquanta, è la scoperta dell’importanza «del basso» e dei limiti delle configurazioni gerarchiche dei sistemi. Ciò, appunto, comporta una strategia di riduzione dell’incertezza che investa di più, per costruire la capacità «in basso» di tollerarla, scaricando così dal compito la funzione di controllo ordinativo centrale. Se si vuole, questa conclusione è la variante in linguaggio sistemico del Principio di Sussidiarietà. Le traiettorie dei sistemi sociali Ma nella mia attività di ricerca – Teoria dei sistemi applicata ai fenomeni economici e politici per trarne modelli supersintetici utili per scenari e strategie – ho trovato il seguente problema. Al crescere della complessità il sistema perde capacità ordinative sia in alto sia in basso e queste non riescono a essere ripristinate con semplici miglioramenti lineari della governance in alto e della convergenza in basso. La storia mostra che tutti i sistemi (civiltà, modelli politici ed economici, nazioni ecc.) che l’hanno frequentata nascono, maturano e muoiono. Molti di questi si avviano alla morte/declino dopo essere implosi per perdita di coerenza interna. Ciò fa sospettare che nella traiettoria di aumento di complessità di un sistema sociale ci sia un punto dove le componenti di questi e il suo sistema di controllo non riescono a rinnovare le condizioni che fino a quel momento hanno portato il sistema stesso in espansione o lo hanno mantenuto in equilibrio; e che questo problema possa essere risolvibile solo inserendo una discontinuità organizzativa nel sistema. Considerazione che regge l’ipotesi – ovvia, ma difficile da modellizzare – che i sistemi sociali vadano in crisi perché, a un certo punto, la loro organizzazione non si rinnova e si adegua alla nuova complessità. Temo che la società occidentale sia arrivata a questo punto. La domanda crescente di «certezze» da parte della popolazione residente nelle democrazie ricche è il sintomo della crisi. Per contribuire a evitarla, la strategia giusta, secondo me, è quella di mettere in grado gli individui di tollerare maggiore incertezza e non quella di offrire loro una certezza, soprattutto economica, impossibile. Ma quale potrebbe essere la giusta proporzione tra rielaborazione del modello complessivo e rielaborazione delle capacità e attese individuali in relazione al grado di certezza/incertezza? La strategia migliore sarebbe quella di forzare nelle democrazie un riequilibrio delle responsabilità economiche tra Stato e cittadini spostandone di più sui secondi. Negli anni Settanta, infatti e, soprattutto, in Europa, è evoluto un modello di welfare che finanzia le garanzie indipendentemente dalla crescita e che, per carico di vincoli e fiscale, deprime la crescita stessa. Tale modello fu ritenuto sostenibile perché negli anni Sessanta e Settanta c’era una crescita anomala dovuta al boom post-bellico. Per questo si inventarono garanzie economiche indipendenti dal costo e dall’effetto depressivo, perché si riteneva che la crescita stellare sarebbe durata per sempre. Non solo, l’Impero americano impegnato nel confronto strategico con l’Unione Sovietica decise di aumentare la coesione del fronte occidentale, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, con una peculiare formula di assistenzialismo strategico: aprire il mercato interno alle esportazioni degli alleati, ma senza richiedere reciprocità. In tal modo gli alleati ebbero la possibilità di aumentare la ricchezza nazionale via export con meno pressione sulla riforma di efficienza dei modelli interni che poterono restare protezionisti. La Cina si infilò in questa architettura asimmetrica del mercato internazionale. E l’asimmetria durò anche dopo la Guerra fredda perché le nazioni esportatrici, europee e asiatiche non riuscirono più a riformare i modelli interni protezionisti ormai carichi di «diritti acquisiti», per dirla all’italiana, nonostante la pressione sempre più disperata a farlo da parte di un’America stremata che non riusciva a reggere più tutta l’economia globale. Alla fine l’America si è trovata costretta a far crollare il dollaro per costringere gli altri a modificare i modelli economici troppo dipendenti dall’export. Ora tale mutamento sta avvenendo, aumentato, ma non causato, dalla crisi del debito e dalla conseguente priorità del rigore, e nelle democrazie europee risulta impossibile finanziare le garanzie economiche di massa e i protezionismi sociali, sia per il blocco del ricorso al deficit sia perché la crescita, dopo la rottura della locomotiva americana, non è più sufficiente. Più incertezza verso la certezza La soluzione, in teoria, è semplice: ridurre le garanzie eccessive trasferendo più responsabilità economica agli individui, cioè il dovere di provvedere a se stessi, tagliando i costi degli apparati pubblici e, conseguentemente, le tasse. In altri termini, il riequilibrio globale richiede più crescita interna in ogni nazione, e minore dipendenza dal ciclo della domanda globale retto dall’America, via detassazione e liberalizzazione. Ma ciò implica un aumento dell’incertezza in relazione alle certezze, pur illusorie, del welfare protezionista di tipo europeo, di quello consociativo asiatico, per esempio in Giappone e Corea del Sud. Tale problema potrebbe essere risolto da un nuovo modello di welfare europeo che non toglie garanzie, ma le sposta caricando di più l’investimento per rendere più abili nel mercato gli individui, riducendone i costi e gli effetti depressivi. Poiché la politica non offre una tale innovazione, le popolazioni delle nazioni in impoverimento chiedono il mantenimento delle vecchie certezze illusorie. E trovano offerte politiche populiste che peggiorano il fenomeno. Lo scenario è complicato dal fatto che la Cina, sebbene le sue élite abbiano compreso che devono cambiare modello spostando la crescita più sull’interno che sull’esterno, fa molta fatica a cambiare per insufficienza strutturale del suo sistema economico. E l’America, appunto, tira giù il dollaro per salvarsi, ma scassando l’economia planetaria. In sintesi, per ridurre l’incertezza nell’economia globale bisognerebbe aumentare le capacità degli europei di tollerare più incertezza e di sopravvivere nel mercato competitivo. Nei Paesi emergenti, con popolazioni che tollerano massimi di incertezza tipici delle condizioni di povertà, bisognerebbe, invece, investire di più sulle certezze di sistema (legali, welfare, sanità ecc.) per stabilizzare la tendenza di costruzione di un capitalismo di massa. Cosa che aumenterebbe il contributo di tali nazioni alla domanda globale, precursore di stabilità complessiva e riduzione di vulnerabilità alle crisi. Queste considerazioni servono a far vedere, pur qui per cenni, che in ogni momento storico un sistema, sia esso una nazione o il mercato globale, deve avere una configurazione dove ci sia una certezza sufficiente in alto e in basso una forte capacità di gestire l’incertezza. E che la certezza relativa va costruita in modo dinamico, per esempio la trasformazione delle garanzie redistributive del modello europeo in investimenti sulla competenza degli individui per renderli più attivi e autonomi. Ma va registrata la difficoltà della politica a cambiare modello, perfino a pensarlo, e la tentazione di rispondere con false offerte di certezze alla domanda di sicurezza della popolazione in ansia. Infatti, al momento, è probabile che sarà la crisi e non un nuovo disegno, purtroppo, a modificare il sistema complessivo. In conclusione, la risposta alla domanda iniziale è: in Europa dovremmo mettere in grado i cittadini di tollerare più incertezza per ricostruire la certezza nel sistema complessivo.