«Viaggiavo in automobile quando vidi in lontananza qualcosa che sembrava un cappello da indio posato sulla sabbia. Mi fermai e mi avvicinai a piedi. Nascosto sotto il cappello stava seduto un indio, dentro una cunetta scavata sulla sabbia per proteggersi dal vento. Davanti a sé aveva un grammofono dalla tromba contorta e scrostata. Il vecchio girava in continuazione la manovella (evidentemente il grammofono aveva la molla rotta) e ascoltava un disco (aveva solo quello) così consumato che non si vedevano più i solchi. Dalla tromba uscivano, in un fruscio roco, interrotto da frequenti crepitii, i frammenti di una canzone latinoamericana: Rio Manzanares, dejeme pasar. Benché l’avessi salutato e gli fossi rimasto accanto a lungo, il vecchio non mi prestava la minima attenzione. ‘Padre’, gli dissi infine, ‘qui non c’è nessun fiume’. ‘Figlio’, rispose dopo un po’, ‘il fiume sono io e non riesco a oltrepassarmi’. Non disse altro…» (R. Kapu ci ski, La prima guerra del football). Molti anni fa, durante un incontro fra amici economisti, mi venne da dire – non ricordo esattamente il contesto in cui la frase fu pronunciata – che «l’incertezza uccide ». Ero e sono convinto che c’è un aspetto dell’affermazione detta che è profondamente vero. C’è un’incertezza che «toglie respiro» al vivere. Fui perciò sorpresissimo del fatto che Marco Martini, professore di Statistica economica alla Statale di Milano1, amico fra i più cari, la cui intelligenza e intuizione stimavo moltissimo, reagisse dicendo: «No, al contrario, è la condizione normale in cui siamo chiamati a vivere oggi. È quindi un’opportunità». Come stanno assieme le due cose? La mia argomentazione partiva da un giudizio sulla posizione normale, propria di tanti, in cui l’incertezza sul valore e il significato del vivere, l’incertezza su di sé come soggetto, permette all’incertezza delle circostanza di divenire blocco e impedimento all’azione. Marco Martini, al contrario, aveva in mente (per la sua stessa esperienza, per quella che vedeva in certi suoi amici) un soggetto certo di qualcosa di fondamentale e decisivo: dando respiro e ampiezza al vivere, tale fattore permetteva di stare con tenace iniziativa di fronte a circostanze e a condizioni di contesto imprevedibili e incerte. L’aneddoto mi permette di affrontare la questione di cosa significhi certezza, e cosa implichi paragonarsi con l’incertezza delle circostanze, in quegli aspetti della vita che hanno rilevanza economica. Lo farò dapprima ripercorrendo il pensiero economico sul tema, poi descrivendo come accade che l’incertezza del contesto sia talmente elevata da condurre a una posizione come quella descritta nella frase di Kapu ci ski; infine cercherò di descrivere quando un’esperienza di certezza diviene il fattore mobilitante l’esperienza di persone e gruppi sociali. Certezza e incertezza in economia In economia il decisore (un individuo, una famiglia, un’impresa, un ente pubblico) compie scelte per raggiungere al meglio ciò che ritiene suo obiettivo. Perché ciò avvenga, sono due gli elementi rilevanti. Il primo riguarda il contesto, il secondo una caratteristica di comportamento del decisore. Quanto al primo elemento, normalmente la teoria economica fa l’ipotesi che il contesto è conoscibile con certezza. Un famoso manuale di analisi economica, il Mas- Colell2, nei suoi primi capitoli descrive scelte «i cui risultati sono noti con certezza» (p. 167). Ciò implica che il decisore abbia perfetta informazione sui dati di realtà: non solo la realtà attuale, nei suoi aspetti economicamente rilevanti, ma anche quella futura; ad esempio, come si configurerà la realtà in seguito a determinati comportamenti che lui o altri decisori possono prendere. Il secondo elemento è che il comportamento del decisore in tale caso è assolutamente prevedibile, perché non è che l’applicazione di un meccanismo che massimizza la funzione obiettivo (il reddito, l’utilità, il profitto), dati i vincoli che gli sono propri (una certa disponibilità di tempo, una certa abilità, se si tratta di un lavoratore; le preferenze sui beni, se si tratta di scelte di consumo ecc.). Il consumatore si conosce: per introspezione sa che cosa preferisce e persegue con razionalità internamente coerente ciò che preferisce. L’imprenditore conosce sé, le proprie abilità, la tecnologia di cui dispone, il contesto in cui opera, e massimizza la propria funzione obiettivo, data questa condizione di certezza informativa. In questo contesto, quello che noi chiamiamo soggetto non è implicato, è sostanzialmente assente: nel senso che, se anche una volta ci fu un soggetto, ha già scritto un «manuale di istruzioni per l’uso» relativo a come si comporterà di fronte alla realtà e ha lasciato a una qualche segreteria il compito di «decidere» e attuare. Oppure, come in modo assai più pesante sottolinea il filosofo Daniel Dennett, il soggetto è ridotto a reattività: «l’azione inizialmente viene avviata in qualche parte del cervello, e subito partono i segnali verso i muscoli, che si fermano un istante sulla loro strada per dire a voi, l’agente cosciente, che cosa succede (ma, come tutti i buoni ufficiali, fanno in modo che voi, il goffo presidente, conserviate l’illusione di essere quello che ha dato il via a tutto)»3. Il contesto tuttavia non ha la solida prevedibilità che si vorrebbe. È rischioso e incerto. Già un secolo fa, nella sua opera più famosa, Frank Knight mise in evidenza il fatto che siamo posti di fronte a situazioni rischiose e incerte. In particolare Knight4 definì chiaramente la differenza fra incertezza e rischio. Una situazione di rischio è quella in cui il risultato di un evento è ignoto ma il soggetto conosce i possibili risultati alternativi e la loro probabilità di verificarsi. È come essere di fronte a una lotteria, con diversi outcomes possibili, ciascuno con la propria (nota) probabilità di manifestarsi. L’incertezza, invece, è una situazione in cui non è nota la gamma dei diversi possibili risultati (e quindi neppure le loro probabilità). In questo caso, secondo Knight, il decisore deve basarsi sulla propria soggettiva intuizione della situazione in cui è, per «anticipare» ciò che potrà accadere. Anche Keynes, nella sua Teoria generale, sottolinea la differenza fra le due situazioni: «Per conoscenza incerta […] non intendo semplicemente distinguere ciò che è noto con certezza da ciò che è soltanto probabile. In questo senso il gioco della roulette non è soggetto ad incertezza. […] Il senso in cui utilizzo il termine è quello in cui l’eventualità di una guerra in Europa è incerta, o il prezzo del rame e il tasso di interesse tra vent’anni. […] Su questi temi non esiste alcun fondamento scientifico sulla cui base formulare un qualsiasi tipo di calcolo delle probabilità. Semplicemente non sappiamo».5 C’è stato un sistematico tentativo di semplificare ed eliminare l’incertezza, ipotizzando che, in qualunque situazione, il decisore può arrivare a «classificare» gli eventi e dare loro una probabilità di manifestarsi. Nella teoria dell’utilità attesa6 si assume una conoscenza oggettiva delle possibili diverse contingenze, degli outcomes associati a ciascuna di esse e delle loro probabilità di manifestarsi; è la riduzione dell’incertezza a rischio. Una via per evitare la riduzione dell’incertezza a rischio, consiste nell’ipotizzare che l’incertezza generi situazioni in cui le probabilità assegnate agli eventi non sono oggettive ma soggettive. L’approccio bayesiano, attualmente lo standard model nel trattamento dell’incertezza in ambito economico, minimizza la distinzione fra rischio e incertezza sulla base della nozione di «probabilità soggettiva». Questo lascia aperto il problema di come si formano le credenze (beliefs) che portano alle valutazioni soggettive, ma alla fine si torna allo stesso punto. Una volta assegnate le probabilità e le utilità, agisce lo stesso meccanismo di massimizzazione precedente7. «Ed io che sono?» Tutto il percorso analitico e interpretativo descritto dà per scontato il soggetto e si preoccupa solo di descrivere attraverso quali procedure un decisore può governare l’incertezza del contesto8. La questione invece sta proprio nel soggetto: l’effetto più devastante dell’incertezza nelle circostanze è rendere il soggetto (persona o gruppo sociale) incapace di muoversi, di rapporto adeguato con la realtà, se non c’è qualcosa – prima – che lo rende certo. Il vecchio indio incontrato da Kapu ci ski non sa stare di fronte alla realtà per mancanza di certezza su di sé, una caratteristica che le circostanze hanno contribuito a fissare, ma che è, più profondamente, un fattore del soggetto, un dato «personale». Esiste un’ampia letteratura, nel campo sia dell’economia, sia dell’antropologia e dei comportamenti sociali (in particolare applicata a contesti di povertà) che aiuta a capire come sia decisiva tale questione. Il Premio Nobel Amartya Sen descrive lo sviluppo come un problema di capacitazione dei soggetti (capabilities) che permette loro di giungere al tipo di vita cui danno valore. Il tipo di vita cui un soggetto dà valore è, nel linguaggio di Sen, l’opportuno e desiderato spazio delle realizzazioni (functionings). C’è evidentemente una relazione fra spazio delle capacità (o capacitazioni) e spazio delle realizzazioni (functionings), mediata dai fattori di conversione con cui un individuo o un gruppo sociale traduce certe opportunità del contesto in valori per sé. Ebbene è proprio qui che la questione emerge. Se l’esperienza nega il valore a certe realizzazioni (per esempio in determinati contesti sociali e culturali alla scolarizzazione dei figli, in particolare delle figlie), le opportunità che sorgono e di cui si sarebbe «capaci» non vengono colte e utilizzate. Se l’esperienza fa avere un giudizio quanto a sé (e una fiducia quanto agli altri) bassa o nulla, l’individuo è bloccato e incapace di stare con energia di fronte alle opportunità del reale. La mancanza di fiducia può bloccare: «Quando si chiede agli abitanti del villaggio di spiegare perché prevalgono condizioni di vita così misere, le loro risposte sono rivelative […] semplicemente non ci si può fidare della gran parte delle persone. I proprietari terrieri locali […] pagano salari così bassi che qualsiasi miglioramento personale diventa impossibile. […] dottori e maestri regolarmente tralasciano di andare al lavoro. La polizia tortura innocenti abitanti sospettati di contrabbando; i mariti abbandonano regolarmente le mogli. […] Gli operatori di istituzioni di cooperazione non sono diversi. Proprio il mese scorso qualcuno che affermava di provenire da una famosa e rinomata organizzazione ci ha aiutato a far partire gruppi di risparmio e credito, solo per scomparire poco dopo con i nostri sudati risparmi. Perché dovremmo fidarci di voi? Perché dovremmo fidarci di qualcuno? »9 La concezione che una persona (o un gruppo) ha di sé e quindi la concezione del fine che si intende raggiungere, come osserva Ray, è limitata dal tipo di esperienza e di contesto in cui la persona ha vissuto e vive: «I desideri individuali e gli standard di comportamento sono spesso definiti dall’esperienza e dall’osservazione; essi non esistono in isolamento sociale, come così spesso si assume quando si pongono a tema le preferenze di un consumatore».10 Le esperienze vissute possono far ritenere che tali fini siano impossibili da raggiungere nel contesto presente, possono cioè rendere assolutamente ridotta quella che Ray e Appadurai11 chiamano la «capacity to aspire», la «aspiration window». Le condizioni avverse distruggono la capacità di avere aspirazioni. Il desiderio stesso viene meno, come si vede in tante circostanze in slums e aree di povertà, come nell’episodio del vecchio indio. Questo decisivo passaggio, però, può fermarsi prima di prendere consapevolezza di cosa veramente costituisce un soggetto. Se aspirazioni e stima di sé dipendono dal contesto sociale e culturale (su cui il singolo ha ben poco potere), allora ciascuno, specialmente chi vive in condizioni di povertà, è come «una foglia nel vento delle norme e delle forze sociali»12. Fermarsi qui vorrebbe dire tornare al punto precedente. Il soggetto è reattività alle circostanze, dipende da esse; in fondo non esiste un soggetto. Che cosa genera il soggetto Il soggetto si costituisce per un’esperienza. L’approccio delle credenze (beliefs) già indica tale direzione quando riconosce che ciò che il decisore si attende dalla realtà, nasce dall’esperienza, da osservazioni e conversazioni con altri; il tutto «pesato» per comporlo in unità (e anche il sistema di pesi è qualcosa che matura nell’esperienza). Vi sono esperienze decisive che plasmano l’atteggiamento di fronte alla realtà. Shea descrive il modo differente di stare di fronte a rischi e situazioni incerte di individui che da bambini ebbero la famiglia rovinata dalla Grande Crisi, rispetto ad altri che non fecero una simile esperienza13; ed è sempre un’esperienza decisiva che risveglia il soggetto e lo toglie dalla morsa del pensare comune, dall’essere una «foglia nel vento delle circostanze». Esperienza non è provare: implica il giudizio che collega quello che accade al desiderio profondo di sé, al desiderio di cammino al vero di cui ciascuno è costituito. Negli anni Ottanta-Novanta il Governo dello Stato di Bahia, in Brasile, costruì case popolari per gruppi di favelados. Pochi anni dopo gran parte di loro aveva venduto l’abitazione ed era ritornato a vivere in favela. Nulla era cambiato: la casa rappresentava un «asset» facilmente monetizzabile, non un elemento decisivo di una nuova prospettiva del vivere. All’inizio del decennio scorso, la proposta di costruire un nuovo quartiere al posto della favela venne fatto dentro una trama di incontri, un accompagnamento delle famiglie a capire che la casa c’entrava con un’opportunità di vita diversa per sé e per i propri figli, grazie alla scuola, al centro di igiene e nutrizione, grazie alla trama di incontri e al dialogo che introducevano a capire il valore di quanto succedeva; grazie, ancora più profondamente, all’evidenza che fra la gente incontrata c’erano modalità di rapporti diversi, più umani, rapporti non da favela: e che questi rapporti, come abbiamo avuto occasione di sentire in diverse testimonianze, uno li voleva per sé, per la propria famiglia. Non erano risolti i problemi, né era tolta l’incertezza delle circostanze, ma la gente sapeva starvi di fronte, per l’esperienza di qualcosa che c’era prima delle incertezze: una certezza quanto a sé, ai propri desideri e al proprio valore e l’esperienza che tale certezza è il punto di lavoro per stare di fronte a tutto. Era l’esperienza e l’evidenza di un incontro che, come verrà approfondito nel Meeting di Rimini di quest’anno, faceva riconoscere «ciò che già siamo». 1 Marco sarebbe morto una quindicina di anni dopo, nell’ottobre 2002. 2 A. Mas-Colell, M.D. Winston, J.R. Green, Microeconomic Theory, Oxford University Press, Oxford 1995. 3 D.C. Dennett, Freedom Evolves, Viking, New York 2003; tr. it. L’evoluzione della libertà, Raffaello Cortina, Milano 1994. 4 F.H. Knight, Risk, Uncertainty, and Profit, Houghton Mifflin, Boston and New York 1921. 5 «By ‘uncertain’ knowledge […] I do not mean merely to distinguish what is known for certain from what is only probable. The game of roulette is not subject, in this sense, to uncertainty [...]. The sense in which I am using the term is that in which the prospect of a European war is uncertain, or the price of copper and the rate of interest twenty years hence [...]. About these matters there is no scientific basis on which to form any calculable probability whatever. We simply do not know.» (J.M. Keynes, «The general theory of employment», in Quarterly journal of economics, vol. 51, February, 1937, pp. 213-214). 6 J. Von Neumann, O. Morgenstern, Theory of Games and Economic Behavior, Princeton University Press, Princeton 1944. 7 Si veda I. Gilboa, A.W. Postlewaite, D. Schmeidler, «Probability and Uncertainty in Economic Modeling», in Journal of Economic Perspectives, vol. 22, n. 3, 2008, pp. 173–188. 8Se si eccettua, forse, l’approccio basato sui beliefs, che può avere aperture molto interessanti sul tema del soggetto. 9 M. Woolcock, «Social Capital and Economic Development: Toward a Theoretical Synthesis and Policy Framework», in Theory
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