Maurizio Lupi
Nel 1997 ero assessore allo sviluppo del territorio, edilizia privata e arredo urbano del Comune di Milano, quando mi capitò di imbattermi in un episodio paradigmatico. Venni a conoscenza del caso di uno stabile di Milano i cui condomini avevano deciso di intervenire direttamente (con fondi propri, privati) per riparare una consistente buca sulla strada antistante il condominio. La decisione arrivava dopo aver atteso invano l’intervento del «pubblico». In prossimità del termine dei lavori un vigile urbano, passando davanti al condominio, era rimasto incuriosito dagli operai e aveva preso informazioni. Una volta accertata l’assenza di permessi, il condominio viene multato per essere intervenuto. Rimasi basito e chiesi ai funzionari del «mio» assessorato di approfondire il caso e far emergere gli estremi. In breve mi venne confermato il corretto operato del vigile: il suolo era pubblico e ogni eventuale intervento doveva essere pubblico e comunque autorizzato. Inizia in questo modo il mio interessamento attivo al principio di sussidiarietà, nella convinzione che la funzione pubblica è e deve essere «indipendente» dal soggetto che opera per svolgerla. In altri termini, non solo ciò che è statale può svolgere una funzione pubblica, pubblico non coincide con statale. Iniziò per me una «battaglia culturale» che mi avrebbe portato negli anni successivi (giugno 2003) a costituire un ambito come l’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, assieme agli amici e colleghi Enrico Letta, Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Ermete Realacci, Luigi Casero, Luca Volontè, Maria Grazia Sestini. Unità d’Italia in chiave sussidiaria A diversi anni dall’episodio della «buca» (al quale sono seguite numerose sentenze che hanno sancito l’importanza del principio di sussidiarietà) e anche dalla costituzione dell’Intergruppo (che oggi conta oltre 320 parlamentari, tra deputati e senatori), mi trovo a ricoprire la carica di Vice Presidente della Camera dei Deputati. In questa veste, e anche in qualità di presidente del Comitato di Comunicazione della Camera, ho avuto la possibilità di approfondire anche da un punto di vista storico e istituzionale ciò che nella mia esperienza avevo già potuto constatare. Ed è in ragione di questo incarico che ho potuto vedere l’impostazione che il professor Giorgio Vittadini ha voluto dare allo studio sui 150 anni dell’Unità d’Italia in chiave «sussidiaria », attraverso la realizzazione di una mostra patrocinata dal Comitato dei 150 anni. Sotto il profilo istituzionale i momenti particolarmente rilevanti degli ultimi 150 anni richiederebbero un approfondimento che in poche righe non è possibile sviluppare. Mi limito quindi a individuare i principali: la nascita dello Stato italiano, la nascita della Repubblica italiana in seguito al referendum del 2 giugno 1946, la promulgazione della Carta Costituzionale e la modifica del Titolo V della stessa. Ritengo di poter individuare anche questo ultimo momento tra quelli decisivi per le medesime ragioni riportate dal Presidente della Repubblica in occasione del suo Discorso alle Camere del 17 di marzo scorso: «La successiva pluridecennale esperienza delle lentezze, insufficienze registratesi nell’attuazione di quel principio e di quelle norme costituzionali, ha condotto dieci anni fa alla revisione del Titolo V della Carta. E non è un caso che sia quella l’unica rilevante riforma della Costituzione che finora il Parlamento abbia approvato, il corpo elettorale abbia confermato e governi di diverso orientamento politico si siano impegnati ad applicare concretamente. È stata in definitiva recuperata l’ispirazione federalista che si presentò in varie forme ma non ebbe fortuna nello sviluppo e a conclusione del moto unitario». Mi permetto di aggiungere un elemento per me determinante, proprio in sintonia con quanto espresso dal Presidente della Repubblica: con la modifica del Titolo V viene dato spazio per la prima volta al principio di sussidiarietà (art. 117 e 118). Nell’articolo 118 ha infatti trovato ospitalità una espressione, seppur timida, di questo principio nella sua accezione orizzontale: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà». Rileggere i 150 anni della storia dell’Unità d’Italia in chiave sussidiaria è quindiparticolarmente appropriato. Ciò consente di affrontare la ricorrenza prendendo in considerazione non solo i momenti istituzionalmente rilevanti, ma anche il contesto sociale ed economico nel quale si è costruita la nostra storia. Un approccio asettico e rigido sulle celebrazioni impedirebbe infatti di mettere in evidenza i punti di forza che possano consentire oggi di affrontare la sfida del cambiamento, della ripartenza economica e sociale. Lo stesso Presidente Napolitano lo ha voluto chiarire con forza quando ha ammonito chiarendo che: «La memoria degli eventi che condussero alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul lungo percorso successivamente compiuto, possono risultare preziose nella difficile fase che l’Italia sta attraversando, in un’epoca di profondo e incessante cambiamento della realtà mondiale. Possono risultare preziose per suscitare le risposte collettive di cui c’è più bisogno: orgoglio e fiducia; coscienza critica dei problemi rimasti irrisolti e delle nuove sfide da affrontare; senso della missione e dell’unità nazionale. È in questo spirito che abbiamo concepito le celebrazioni del centocinquantenario». Cogliere la sfida e costruire Per recuperare orgoglio e fiducia, come chiarisce il Presidente, è necessaria una coscienza critica dei problemi e delle sfide. Più avanti dirà che: «sorvolare su tali questioni, rimuovere le criticità e negatività del percorso seguito prima e dopo al 1860-61, sarebbe davvero un cedere alla tentazione di racconti storici edulcorati e alle insidie della retorica». Con spirito critico è possibile notare come la parola unità, dice ancora il Presidente, si sposa con le parole pluralità, diversità, solidarietà, sussidiarietà. Per ciascuna di esse è possibile trovare tracce di esperienza nei decenni che ci separano dal 1861: la compresenza di capacità di innovazione sotto il profilo economico, di opere caritative di esperienza cattolica e socialista, la nascita delle società di mutuo soccorso dei primi del Novecento e di tante altre opere legate al lavoro, l’esperienza delle cooperative. Un tentativo di rispondere al bisogno che, prima ancora di interrogare o muovere le «istituzioni», ha favorito la nascita di enti, opere, organizzazioni e anche aziende, che hanno saputo fare grande l’Italia. Non è possibile leggere infatti ciò che è avvenuto nel secondo dopoguerra se non evidenziando questa capacità di cogliere la sfida, di partire dal desiderio di costruire, di educare, di innovare. In altri termini, dal desiderio di vivere la vita. La solidarietà e la sussidiarietà rappresentano tratti distintivi già riscontrabili negli anni dell’Unità d’Italia. Infatti, come ha ricordato il Santo Padre nel suo intervento in occasione delle celebrazioni: «La conciliazione doveva avvenire tra le istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto». Vi è una sorta di filo rosso che attraversa i nostri primi 150 anni, e sono rimasto particolarmente persuaso della consonanza di vedute del Presidente della Repubblica e del Santo Padre Benedetto XVI. Dice il Presidente Napolitano: «Si ebbe di mira, da parte italiana, il fine della laicità dello Stato e della libertà religiosa e insieme il graduale superamento di ogni separazione e contrapposizione tra laici e cattolici nella vita sociale e nella vita pubblica. Un fine, e un traguardo, perseguiti e pienamente garantiti dalla Costituzione repubblicana e proiettatisi sempre di più in un rapporto altamente costruttivo e in una “collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese” anche attraverso il riconoscimento del ruolo sociale e pubblico della Chiesa cattolica e, insieme, nella garanzia del pluralismo religioso. Ce ne ha dato la più altra testimonianza il messaggio augurale indirizzatomi per l’odierno anniversario – e lo ringrazio – dal Papa Benedetto XVI. Un messaggio che sapientemente richiama il contributo fondamentale del cristianesimo alla formazione, nei secoli, dell’identità italiana, così come il coinvolgimento di esponenti del mondo cattolico nella costituzione dello Stato unitario, fino all’incancellabile apporto dei cattolici e della scuola di pensiero alla elaborazione della Costituzione repubblicana, e al loro successivo affermarsi nella vita politica, sociale e civile nazionale». Il contributo della Chiesa all’identità nazionale E Benedetto XVI, nel suo intervento, ha ribadito come «l’unità d’Italia, realizzatasi nella seconda metà dell’Ottocento, ha potuto aver luogo non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente e da tempo. La comunità politica unitaria nascente a conclusione del ciclo risorgimentale ha avuto, in definitiva, come collante che teneva unite le pur sussistenti diversità locali, proprio la preesistente identità nazionale, al cui modellamento il cristianesimo e la Chiesa hanno dato un contributo fondamentale». Un contributo che si è espresso attraverso l’azione di uomini di cultura, di scienza, di economia, di carità. Ma anche di uomini politici, dei quali ricordiamo gli orientamenti cattolico-liberali, come Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Raffaele Lambruschini. O più recentemente con figure come quella di Aldo Moro. Il Presidente Napolitano ha quindi rigettato ogni accusa di ingerenza della Chiesa nella vita politica dell’unità d’Italia, riconoscendone al contrario il prezioso contributo. Ancora oggi i dibattiti sulla laicità dello Stato e sul ruolo della Chiesa sono particolarmente accesi. Come cattolico impegnato in politica, sono rimasto particolarmente colpito rileggendo le parole del Beato Giovanni Paolo II del 1985: «La Chiesa intende operare nel pieno rispetto dell’autonomia dell’ordine politico e della sovranità dello Stato. Parimenti, essa è attenta alla salvaguardia della libertà di tutti, condizione indispensabile alla costruzione di un mondo degno dell’uomo, che solo nella libertà può ricercare con pienezza la verità e aderirvi sinceramente, trovandovi motivo e ispirazione per l’impegno solidale e unitario al bene comune». Qual è in definitiva la sfida che ci aspetta? In che modo la ricorrenza dell’Unità d’Italia può rappresentare uno stimolo ad accogliere la sfida di cui ha parlato il Presidente Napolitano? Come recuperare orgoglio e fiducia, elementi necessari ad affrontare la crescita di cui oggi il Paese ha bisogno? Per chi ha una responsabilità politica e istituzionale è decisivo saper investire sulla libertà del singolo, sui valori che hanno reso grande il nostro Paese: il valore della vita, della famiglia, della libertà di educazione, della sussidiarietà. Solo nella misura in cui sapremo dare spazio a questa libertà potremo a ragione ritenere di adoperarci per il Bene Comune.
Enrico Letta
«Quando tu riesci a non avere più un ideale, perché osservando la vita sembra un’enorme pupazzata: senza nesso, senza spiegazione mai […]; quando tu, in una parola, vivrai senza la vita, penserai senza un pensiero, sentirai senza cuore, allora tu non saprai che fare: sarai un viandante senza casa, un uccello senza nido. Io sono così.» Lo scriveva, nel 1886, un giovanissimo Luigi Pirandello in una lunga lettera alla sorella Lina, tentando di trasferirle, appena ventenne, l’inquietudine di una personalità che poi per tutta la vita avrebbe tentato di capire quell’«enorme pupazzata». Di spiegare l’inspiegabile. Di trovare certezze oltre la provvisorietà e la confusione del tempo contemporaneo. Pirandello come Beckett o come Ionesco: voci che nei decenni a venire avrebbero raccontato, comunque li si giudichi, il disagio dell’uomo del Novecento dinanzi al relativismo, al montare di ideologie totalizzanti e dogmatiche, alla scomposizione freudiana delle identità. Voci cupe – talvolta rassegnate, persino disperate – eppure perennemente alla ricerca di un senso, attraverso l’esercizio del dubbio o anche inciampando in scelte azzardate e sbagliate. Sempre, però, con uno slancio vitalistico che, nella forma artistica – nella parola come nella rappresentazione scenica della «pupazzata», per restare sulla metafora pirandelliana –, ha trovato una sua espressione altissima, suggestiva e destabilizzante al tempo stesso. Mi sono tornati istintivamente alla mente, nel riflettere sull’antinomia tra certo e incerto alla base di questa edizione del Meeting, lo smarrimento e l’incomunicabilità dei personaggi in cerca d’autore (e di se stessi) della pièce pirandelliana. O anche le sedie vuote della farsa di Ionesco, con il Vecchio e la Vecchia, ormai ultranovantenni, arroccati nella propria torre isolata fatta di rimpianti e amarezze, ma sempre con la tensione a cercare un’illusione cui aggrapparsi. Un senso, appunto. Lo stesso che vuole, a tutte le latitudini e probabilmente in tutte le epoche, chi continua ad aspettare Godot, imperterrito nonostante i colpi che la vita inevitabilmente sferra. Frammenti sparsi tra i tanti di questo tenore che hanno marcato l’immaginario «laico» della cultura europea contemporanea. Negli anni della formazione culturale (e fors’anche emotiva e personale) ti imbatti in Pirandello e hai come l’impressione di subodorare nei dubbi dei suoi personaggi il tuo stesso caos interiore: da un lato, l’incertezza del passaggio all’età adulta; dall’altro, la pulsione forte a vivere la vita nella sua pienezza, intuendone probabilmente per la prima volta in modo lucido tutta la straordinaria complessità. Poi l’altalena tra certo e incerto continua a oscillare per sempre, perché, in definitiva, essa stessa è costitutiva del nostro essere individui dotati di libero arbitrio. Interrogativi, dissertazioni e aspirazioni Inquadrata in questa prospettiva, la suggestione evocata dal titolo del Meeting suona non come una provocazione – pur intelligente e ben articolata sul piano dialettico – , ma come un richiamo universale alla natura degli essere umani. Da sempre gli uomini si pongono interrogativi su se stessi, sull’esistenza terrena e su quella ultraterrena. Di dissertazioni sulla caducità della vita sono intrise la cultura e la filosofia classiche. E tutte le religioni muovono dall’aspirazione genuina a un’entità altra e più alta. «Non è certo che tutto sia incerto» scriveva Blaise Pascal, pronto a scommettere sull’esistenza di Dio, ma forse anche per questo conscio dell’impossibilità fisiologica dell’intelletto umano di comprendere e spiegare l’immensità e il nulla. La vita esiste Un’impossibilità la cui constatazione unisce, a mio parere, laici e religiosi e accumuna chi ha fede in un Dio e chi non ci crede, chi confida nella scienza e nel progresso e chi no, gli ottimisti e i pessimisti, gli utopisti e i nichilisti. È un dato di fatto, una «certezza» a suo modo, che può essere disperante, amara, serena o neutrale, a seconda delle personali disposizioni d’animo, ma dalla quale non si può prescindere. Si può, però, provare a rigirarne il significato. È vero: la condizione umana è caduca dal punto di vista biologico e imperfetta dal punto di vista gnoseologico. È però certa ontologicamente: in termini più semplici, la vita c’è, «esiste» in quanto tale. Qui evidentemente torniamo al titolo del Meeting, con un’ulteriore importante sollecitazione. Quella fornita dal verbo «diventa», che costituisce lo spunto di riflessione più pregnante e propositivo che ci è consegnato dagli organizzatori. Il verbo, infatti, indica un processo «in fieri»: l’esistenza intesa come un percorso (o come una trasformazione) che si fa essa stessa certezza. Che la si giudichi il «viaggio più meraviglioso del mondo», un’«enorme pupazzata» o una farsa cui guardare con disincanto, la vita la si vive comunque, ogni giorno. Nonostante i limiti umani, o forse soprattutto in funzione di essi, il cammino è un’occasione continua di crescita e di evoluzione. Ancora più semplicemente, tornando alla citazione iniziale, si può essere o meno «viandanti senza casa», ma si è senza dubbio viandanti. Tutti viandanti. A distinguere una persona dall’altra sono, piuttosto, i passi che si compiono in questo cammino, i tasselli di cui si compone l’esistenza: l’ideale, il pensiero, il cuore, della cui assenza si lamentava l’irrequieto Pirandello con la sorella. Tasselli che possono trasformarsi a loro volta in certezze oppure semplicemente accompagnarci in una parte del percorso, per poi cambiare ancora, evolvendosi, in qualcosa di altro, in un continuo divenire. Per tutti questi motivi mi pare che «l’esistenza diventa una immensa certezza» possa essere una massima applicabile all’intera umanità: in ogni epoca storica e dovunque. La provocazione è, ripeto, solo apparentemente tale. Anche oggi, in un tempo falcidiato dall’insicurezza e dal disorientamento. Anche nell’Italia attuale, sullo sfondo del caos, della frammentazione, della confusione dei quali ciascuno di noi è contemporaneamente protagonista e spettatore. All’esasperata ricerca di certezze A ben vedere, anzi, a muoverci in quella che per qualcuno sarà ricordata come l’era dell’incertezza per antonomasia, siamo tutti condizionati, magari anche solo per un riflesso istintivo, dal nostro essere, comunque e inesorabilmente, figli del Novecento. Perché soprattutto il Novecento ha dimostrato all’uomo, all’apice della sua evoluzione cognitiva e tecnologica, quali possono essere le conseguenze devastanti di una ricerca esasperata di certezze svincolata dall’esercizio del dubbio e dal senso del limite: qual è, molto banalmente, la differenza profonda tra ideali e ideologie, tra fede e dogma, tra passione e ossessione. Sono insegnamenti della cui portata, a mio parere, non ci siamo ancora resi conto fino in fondo. Distratti dalla contemplazione delle macerie generate dal crollo, imprevisto e repentino, delle ideologie, o legittimamente preoccupati dal disordine mondiale scaturito da fenomeni storici epocali – come quelli legati alla globalizzazione, alla rivoluzione tecnologica, da ultimo alla grande crisi economica e finanziaria – per anni abbiamo pagato e continuiamo a pagare l’assenza di strumenti di decodificazione della realtà, in grado di captarne l’inusitata complessità e di metterci nelle condizioni di gestirla. In Italia questa complessità di scenario si è sovrapposta alle mille ripercussioni di una transizione politica e istituzionale apparentemente infinita e sommamente culconflittuale, con un’ulteriore accentuazione della necessità di individuare un comune sentire – riconosciuto come «certo» da tutti gli attori politici, economici e sociali – da cui ripartire. Una necessità che è esplosa in tutta la sua portata in questo anno di celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità. Ne hanno manifestato il bisogno i cittadini italiani, prima ancora che la classe dirigente che dovrebbe guidarli, dimostrando – con l’entusiasmo e la passione ideale sana di tutti i fenomeni realmente genuini – che una sola certezza non può essere contendibile tra le parti politiche: quella dell’identità costitutiva di una comunità nazionale che si percepisce tale nonostante tutto. È a cominciare da questa richiesta diffusa di «certezza dell’identità» di un popolo e della sua storia che è – soprattutto per chi si trova a rivestire incarichi di responsabilità pubblica nella difficile fase attuale – indispensabile operare, se si intende davvero servire l’interesse nazionale dell’Italia e dimostrare, citando Nino Andreat - ta, che la politica, anche quando tende a frantumarsi, «possiede ancora in sé la dedizione, la volontà d’impegno, le risorse per concentrarsi sui doveri che si hanno verso il Paese di cui si è figli». Il tutto nella profonda consapevolezza che, in una comunità nazionale coesa e proiettata al futuro oltre i problemi dell’oggi, l’identità per essere «immensa certezza» non è un dato acquisito una volta per tutte. È un percorso – il più importante dei percorsi – che va alimentato, strada facendo, attraverso l’esercizio costante al dubbio e al confronto, la volontà di non subire o temere i cambiamenti ma di governarli, il senso di responsabilità, la capacità di concentrazione, lo spirito di servizio. Per ritrovare, o forse ricostruire, quella casa di cui tutti i viandanti hanno bisogno, nell’eterna, inevitabile, altalena tra certo e incerto che è fisiologica della nostra condizione umana.