Il numero estivo di Atlantide offre una serie di interventi legati al titolo del Meeting di Rimini 2011: «E l’esistenza diventa una immensa certezza» (don Giussani). Viviamo in un’epoca segnata dal nichilismo, dal relativismo e dal pensiero debole, secondo il quale si può vivere bene anche senza certezze: basterebbe accontentarsi, non aspirare a cose troppo alte per non rischiare, poi, di rimanere delusi. Quanti adulti utilizzano questo argomento, mortificando i desideri dei loro figli o dei loro studenti in nome del cosiddetto «sano realismo». Ma così aumentano solo il tasso di confusione e di disinteresse della gente, che il recente rapporto Censis ha fotografato come segnata da un «calo del desiderio» dalle conseguenze umane e sociali devastanti. Ma l’uomo non resiste a lungo in una condizione ridotta, e così il tema della certezza riemerge oggi in modo più drammatico e urgente: come resistere in un mondo segnato da continui e repentini cambiamenti? Su che cosa poggiare In un momento in cui è forte la necessità di dare una svolta, di individuare punti fermi dai quali ripartire per rimettere in moto il motore ideale, sociale, economico del nostro Paese, l’anniversario dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia può essere una preziosa occasione per rileggere la storia e riscoprire quei punti di forza della nostra cultura e civiltà che costituiscono ancora i tratti personali e sociali del nostro presente. È ciò che si propone una mostra che viene presentata al Meeting di Rimini e che si intitola «150 anni di sussidiarietà»: racconto di una storia fatta di opere, iniziative e realtà sociali ed economiche a cui hanno contribuito tutti gli italiani, con i loro ideali, la loro energia costruttiva, la loro inventiva, la loro solidarietà. Quello che emerge dalla mostra è quel patrimonio, presente nel DNA italiano, fatto di iniziativa personale e comunitaria tesa al bene comune, che ha sempre reso capace il nostro popolo di far fronte ai momenti di crisi e di cambiamento imposti dagli eventi. Il principio di sussidiarietà impone di valorizzare tale capacità di iniziativa, nella convinzione che la miglior risposta ai bisogni della collettività proviene dai livelli di organizzazione sociale più vicini alla singola persona. Prima e più che nella teoria, la sussidiarietà è un fenomeno presente nella prassi di tutte le società libere e dinamiche. La dottrina sociale della Chiesa ha dato particolare enfasi a tale principio, per l’idea di uomo che esso afferma: ogni singolo uomo vale «più di tutto l’universo», non è riducibile ad alcuna organizzazione sociale e politica e si trova immerso in una realtà ultimamente positiva. Questo gli dà la libertà di affrontare ogni lavoro, da quello più umile a quello più evoluto, modificando utilmente la realtà che ha intorno, secondo un’immagine dettata dai suoi bisogni e desideri. Questa concezione di uomo e la cultura che ne è derivata hanno determinato l’identità di un popolo protagonista di una grande civiltà. Un uomo concepito non come individuo isolato, ma come essere strutturalmente relazionale, e che realizza i suoi scopi mettendosi insieme ad altri uomini. La miriade di comunità locali hanno dato vita a corpi intermedi che hanno generato, fin dal Medioevo, scuole, ospedali, opere di assistenza, università e, in tempi più recenti, per iniziativa dei movimenti cattolico e operaio, anche istituti di credito e mutue, sono nati dall’azione di comunità di uomini mossi da criteri ideali. La stessa energia positiva e costruttiva ha determinato, nella nostra gente, una originale capacità di adattarsi, di cambiare, di affrontare le difficoltà in modo flessibile, tenace e creativo, lungo tutta la sua storia. Capacità di cambiamento Come documenta la mostra «150 anni di sussidiarietà», nel 1880 – nemmeno vent’anni dopo l’unificazione politica, con una «questione romana» ancora aperta, oltre a problemi politici e sociali gravissimi – gli agricoltori italiani dovettero affrontare le malattie della vite e dell’ulivo. La produzione agricola crollò letteralmente e per gran parte del popolo italiano si presentò lo spettro della povertà e della fame. Questa situazione, nel giro di quarant’anni, tra il 1880 e il 1920, indusse quasi 20 milioni di italiani a emigrare. L’Italia impoverita reagì emigrando. Questa emigrazione permise una prima ricostruzione. Gli emigranti si ricostruirono una vita all’estero e inviarono le «rimesse», cioè denaro in valuta pregiata, alle famiglie rimaste al Paese d’origine, contribuendo a un riequilibrio della bilancia dei pagamenti. E con le rimesse degli emigranti anche le famiglie italiane povere migliorarono le loro condizioni economiche e sociali. Un altro importante cambiamento era stato determinato, nella seconda metà dell’Ottocento, pochi anni dopo l’unificazione, dalla nascita del movimento cattolico e del movimento operaio, con lo scopo di tutelare, moralmente e materialmente, gli operai e i contadini, venendo incontro ai loro bisogni. L’Italia reagì con una grande mobilitazione popolare, creando una ricca welfare society che ha preceduto il welfare state, opere mutualistiche e assistenziali, e addirittura un sistema bancario che fu fondamentale nel sostenere l’operosità economica. Un ulteriore cambiamento fu poi rappresentato dalla nascita dei partiti popolari. Lo sforzo sostenuto dagli italiani nella ricostruzione del secondo dopoguerra e il successivo miracolo economico, che nessuna teoria macroeconomia e nessuno schema dottrinario poteva prevedere, rappresentarono altri decisivi momenti di grande cambiamento. L’Italia era distrutta materialmente, economicamente e politicamente. La situazione era peggiore di quella del primo dopoguerra, quando il nostro Paese era uscito vincitore. Eppure, si riuscì a dotare di una Costituzione che fu un grande compromesso tra le forze ideali che in quel momento si contrapponevano: i diritti fondamentali dell’uomo venivano riconosciuti, il valore della singola persona era affermato prima e a fondamento dello Stato, si garantiva una impalcatura liberale alla struttura economica che sostenne la laboriosa libertà d’intrapresa. L’Italia distrutta si riscatta ed è capace, nel giro di poco tempo, di dare vita a un imprevedibile e prodigioso sviluppo, quello che passerà alla storia come il boom economico italiano, reso possibile per la solida collaborazione tra classe dirigente, grande impresa pubblica e privata, sindacati, lavoratori, e soprattutto grazie al suo diffuso sistema di piccole e medie imprese che mostrano una incredibile dinamicità, capacità di adattarsi a diverse situazioni e di cambiare. I prodotti italiani che nascono in quell’epoca, e che diventano il simbolo dello sviluppo economico italiano (la Vespa, la Cinquecento, i frigoriferi), sono il frutto di una capacità creativa diffusa. Le diverse posizioni culturali erano riuscite a fondersi, a diventare – prima ancora che esperienze partitiche – esperienze popolari vissute, capaci di generare risposte umane e sociali significative: strutture sociali, imprese, banche. Così è stato possibile ricostruire il Paese con la più grande diffusione di attività imprenditoriali e sociali del mondo. L’Italia, per questa sua grande capacità di cambiamento, riesce a mettere le basi per entrare, a metà degli anni Settanta, nel G7, cioè nel gruppo dei Paesi più industrializzati del mondo. A cosa si deve questa grande capacità di cambiamento? Conoscenza per avvenimento L’attitudine molto originale al cambiamento è caratterizzata da un modo di conoscere come incontro tra un soggetto, che non rinuncia a giocare i desideri di verità, giustizia, bellezza di cui è costituito, e una realtà concepita come dato, rispettata nella sua integralità e non ridotta ai propri schemi. Come documenta Luigi Giussani ne Il senso religioso, il desiderio è la struttura profonda e irriducibile dell’uomo; è nella persona umana, ma è più grande di essa, e trae origine dal rapporto con l’Infinito che l’ha creata. Il rapporto Censis 2010 considera la mancanza di desiderio, in quanto virtù civile, come il principale fattore dell’odierna fase di crisi, non solo economica, ma ideale, del nostro Paese. Giussani mise alla base di qualunque sviluppo sociale ed economico il desiderio umano che i corpi intermedi devono salvaguardare e la politica servire: «Il desiderio è come la scintilla con cui si accende il motore. Tutte le mosse umane nascono da questo fenomeno, da questo dinamismo costitutivo dell’uomo. Il desiderio accende il motore dell’uomo. E allora si mette a cercare il pane e l’acqua, si mette a cercare il lavoro, a cercare la donna, si mette a cercare una poltrona più comoda e un alloggio più decente, si interessa a come mai taluni hanno e altri non hanno, si interessa a come mai certi sono trattati in un modo e lui no proprio in forza dell’ingrandirsi, del dilatarsi, del maturarsi di questi stimoli che ha dentro e che la Bibbia chiama globalmente ‘cuore’»1. Il cuore ci dice che siamo fatti per cose grandi e ci permette di non essere schiavi delle circostanze. E anche quando una circostanza è negativa, il desiderio rinasce come impeto operoso, positivo. Il secondo elemento, oltre alla centralità della persona e dei suoi desideri, è il realismo. La realtà è concepita come dato e considerata nella sua integralità. Conoscere in modo realistico implica guardare la realtà il più possibile per ciò che è, immedesimarsi nel bisogno di chi la utilizza. Questo scatena l’immaginazione e la voglia di cambiare. L’innovazione nasce da questo modo di conoscere. Anche il vasto e differenziato sistema di welfare nasce dal realismo e dal valore dato al desiderio che ha aiutato molti a immedesimarsi nel bisogno incontrato. Come don Bosco che, con la creazione delle scuole professionali, offrì una risposta ai ragazzi disadattati; o come don Gnocchi, che non si fermò di fronte al dolore dei «mutilatini», ma creò un’opera per loro. Questo modo diverso di conoscere è ciò che ha determinato la capacità di cambiare. L’anomalia sussidiaria: movimenti ed educazione Il ricco panorama di risposte ai bisogni sociali costruite «dal basso» è espressione di esperienze popolari, movimenti e corpi intermedi che, oltre ad aver offerto soluzioni a bisogni sociali ed economici, hanno educato milioni di persone all’irriducibilità del loro desiderio, spesso a onta di potenti e intellettuali che in ogni epoca hanno cercato di ridurlo. La mentalità dominante tende infatti a ridurre sistematicamente il desiderio profondo e originario degli uomini, sostituendolo con tanti piccoli «desideri» che possono essere manipolati e governati dal potere, creando smarrimento nei giovani e cinismo negli adulti. Per questa ragione è importante che le realtà sociali e i movimenti, in una concezione sussidiaria della società, difendano il cuore delle persone aiutandole a crescere, ed educandole a prendere consapevolezza di sé e della realtà. «È nel primato della società di fronte allo Stato che si salva la cultura della responsabilità. Primato della società allora: come tessuto creato da rapporti dinamici tra movimenti che, creando opere e aggregazioni, costituiscono comunità intermedie e quindi esprimono la libertà delle persone potenziata dalla forma associativa»2. Se siamo dotati di questa capacità, perchè il nostro Paese sembra fermo, inceppato (e da molto tempo prima dell’ultima crisi finanziaria)? Forse qualcuno ci ha fatto credere di essere molto più «accontentabili» di ciò che siamo e, a un certo punto, abbiamo iniziato a vergognarci della nostra cultura, della nostra capacità di conoscere «per avvenimento», che riponeva una grande fiducia nella positività della realtà e nel desiderio umano non ridotto. Di fronte alle difficoltà, quando l’analisi delle condizioni strutturali sembra non lasciar scampo, è questa intuizione di esser fatti per le cose più grandi che «accende il motore» e rende ragionevole l’appello a un cambiamento necessario, altrimenti affidato al moralismo, alla paura, all’impeto per la riuscita, elementi inevitabilmente parziali. Per questo, la prima emergenza è l’educazione, cioè la presa di coscienza di sé, della propria storia, degli strumenti che permettono di crescere. Se il lavoro e l’impegno pubblico non diventano espressione di questo desiderio educato, si rimarrà soggiogati dalle condizioni politiche e sociali e non si sarà mai in grado di modificarle. Se il popolo non dimentica se stesso e recupera la fiducia nel bene che ognuno è, nella sua unicità, allora si può uscire dalla gabbia dei dibattiti apparentemente variegati, ma sostanzialmente omologati, per tornare a guardare a quei luoghi dove qualcosa di nuovo si palesa: le tante esperienze di positività intorno a noi, che testimoniano come la maggiore fedeltà a se stessi è quella di non tradire il proprio desiderio di costruire, sempre e in qualunque situazione. Valgono, a tale proposito, queste parole di don Giussani: «Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono felice l’uomo. La forza che fa la storia è un uomo che ha posto la sua dimora tra di noi, Cristo. La riscoperta di questo impedisce la nostra distrazione come uomini, il riconoscimento di questo introduce la nostra vita all’accento della felicità, sia pure intimidita e piena di una reticenza inevitabile. È nell’approfondimento di queste cose che uno incomincia a toccarsi alla mattina le spalle e sentire il proprio corpo più consistente e a guardarsi nello specchio e sentire il proprio volto più consistente, sentire il proprio io più consistente e il proprio cammino tra la gente più consistente, non dipendente dagli sguardi altrui, ma libero, non dipendente dalle reazioni altrui, ma libero, non vittima della logica di potere altrui, ma libero». 1 L. Giussani, L’io, il potere, le opere, Marietti, Genova 2000, p. 173. 2 Ibidem.
Le forze che muovono la storia...
di Giorgio Vittadini / Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà
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