Quadrimestrale di cultura civile

Banche e imprese: un destino comune

di Giuseppe Mussari / Presidente dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana)

Il tema del rapporto tra banche e imprese può essere affrontato da varie angolature. Provare ad esaminare l’argomento senza rinunciare ad affrontare i problemi pratici che ogni giorno ci troviamo sulla scrivania, significa inserire la dimensione pratica della questione dentro uno schema logico che ci consenta di comprendere meglio l’origine dei problemi e quali siano le contraddizioni che oggi determinano e governano le difficoltà dei rapporti. Spesso quando si ragiona di banche e imprese il tentativo maldestro in questo Paese è di paragonarle a cane e gatto, un tentativo dei giornali e più in generale dei mass media. Abbiamo avuto una pausa, poi la disputa è ricominciata con una certa virulenza; ora siamo di nuovo in una situazione più o meno di stallo. Proprio perché si tratta di un fenomeno ricorrente temo che non siamo ancora riusciti a scavare a fondo e a ren dere esplicite le cause di un destino comune, cosa che è invece utile fare. Cosa fa una banca? La premessa di fondo da cui bisogna partire, e che occorrerebbe condividere, è che non c’è in questo Paese un destino diverso per le banche e per le imprese, e ciò in quanto le banche sono imprese come le altre, né più né meno. Per comprendere esattamente cosa fa una banca, e domande fondamentali da porre sono tre e abbastanza semplici: qual è la composizione dell’ attivo? Qual è la dimensione dell’ attivo rispetto ai mezzi propri? Qual è l’incidenza dei costi sui ricavi? La prima è la questione centrale da affrontare: da cosa è composto il tuo attivo? Mediamente, l’attivo delle banche italiane è composto per il 65% da crediti a imprese e famiglie. Ciò significa che, per arrivare al 65% di media, ci sono intermediari che arrivano al 95%. La restante parte dell’attivo è mediamente composta da Titoli di Stato Italiani, beni immobili e qualche altra voce residuale. Possiamo quindi concludere che le banche italiane sono legate a filo doppio all’economia del Paese e alla stabilità dei suoi conti pubblici. Da qui la conseguenza, che era in fondo la premessa esplicitata in precedenza, che non c’è un destino diverso per le imprese italiane e le banche italiane. La banca e l’impresa si trovano nella stessa situazione: i rischi e i macro-rischi che affrontano sono gli stessi. Si può affermare che da questo punto di vista le imprese hanno una freccia in più al proprio arco rispetto alle banche, perché potendo vendere beni e servizi anche al di fuori del territorio nazionale esse operano all’interno di una dimensione che la gran parte delle banche italiane non ha. L’altra domanda di fondo è: quanto è grande questo attivo? Quanta “leva” c’è, cioè per quante volte il tuo attivo è moltiplicato rispetto ai mezzi propri? La risposta delle banche italiane è che la “leva”, il moltiplicatore sull’attivo, è il più basso in Europa e questo è dovuto a una natura genetica del tutto peculiare delle banche italiane. Quelle che sono più simili a noi sono le banche spagnole, che però hanno una serie di problemi nel campo immobiliare. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania e dunque uno immaginerebbe di trovare una composizione del bilancio delle banche di questo paese più o meno simile a quella delle banche italiane. Invece in Germania il 70% dell’attivo è destinato ad impieghi diversi dai crediti a imprese e famiglie. Se poi guardiamo dall’altra parte dell’attività bancaria, cioè l’attività finanziaria, troviamo che in Germania questa è paria al 50% delle attività mentre in l’Italia è pari solo al 22%. Nei crediti a imprese e famiglie, la Spagna è al 61% del suo attivo, l’Olanda al 57%, la Francia, singolarmente, al 30,7%. Questa struttura dell’attivo delle banche dice quello che siamo in termini di potenzialità, virtuosità e limiti. In termini di virtuosità questo ha permesso alle banche italiane di star fuori da tutte le tragedie che hanno attraversato la finanza dal 2008 in poi per una ragione molto semplice: avevano poca finanza e molti crediti all’economia reale. Un’attività finanziaria quando perde valore può perderlo in un giorno e da quel giorno vale zero. Un credito, anche quello più problematico, ha una vita: dietro a un credito ci sono persone, c’è una impresa, c’è un bene, c’è una garanzia. Ha quindi, una dinamica totalmente diversa. Nello stesso tempo un’incidenza del 65% degli impieghi sull’attivo ci dice che la struttura imprenditoriale (visto che l’indebitamento delle famiglie italiane è il più basso in Europa) è fortemente, forse eccessivamente, dipendente dal credito. Se guardiamo quanti euro di credito ci sono per ogni euro di capitale, vedremo che in quella classifica siamo assolutamente i primi. Questo ha garantito nel tempo una serie di benefici ma oggi presenta una serie di problematicità. Qual è dunque la fonte della problematicità (anche qui se non entriamo in un ragionamento minimamente organico, rischiamo di perdere di vista quali sono le dinamiche essenziali e le dinamiche reali)? Se guardiamo all’andamento del credito in Italia scopriamo che, dal maggio 2009 a oggi, si è verificato un aumento della massa creditizia anno su anno nettamente superiore a quello che succedeva nel resto dell’area dell’euro. A luglio del 2011 il credito cresceva in Italia del 5,6% annuo, mentre in Europa cresceva del 2,3%. A fine anno, ovvero tra dicembre 2011 e gennaio 2012, quella crescita si era ridotta allo 0,5% annuo. In pratica abbiamo perso più di 5 punti percentuali di crescita del credito in appena un semestre. Questo significa che il credito in questo periodo è inevitabilmente diminuito. Nel solo periodo luglio 2011-febbraio 2012 la diminuzione che si è verificata è assai rilevante. Credo sia stato il periodo peggiore che l’Italia ha attraversato negli ultimi 100 anni. Questa è stata la fase in cui, abbastanza inconsapevolmente, abbiamo veramente rischiato di perdere per un verso la sovranità nazionale e per l’altro di imbarcare i nostri concittadini in un’avventura totalmente disastrosa. Nella seconda metà del 2011 lo spread è arrivato (e speriamo sia un traguardo da non superare) a 550 punti base, laddove ancora a giugno si attestava a quota 170). Quale poteva essere il tragico risultato di un movimento così brusco dal punto di vista delle banche e delle imprese? Uno scenario sempre più complesso La drammatica conseguenza di quella situazione è che le banche italiane hanno fronteggiato significative difficoltà per rifinanziare le proprie attività sul mercato. Noi, infatti, siamo importatori netti di denaro: abbiamo uno squilibrio tra raccolta e impieghi di circa 230 miliardi di euro e quest’anno alle banche italiane scadono 185 miliardi di euro di obbligazioni. Le difficoltà di rifinanziamento hanno posto al centro dell’attenzione il tema di come rispettare le scadenze, visto che una banca va in difficoltà quando la liquidità non è sufficiente ad adempiere alle proprie obbligazioni. Detti impegni hanno fondamentalmente una duplice natura: i depositi dei clienti, che sono a vista, e gli impegni a termine nei confronti di chi ha prestato loro dei soldi sul mercato all’ingrosso. Nella congiuntura della seconda metà del 2011 era del tutto evidente che se le banche italiane non avessero ridotto l’erogazione del credito, non sarebbero prospetticamente state in grado di rispondere alle obbligazioni per l’anno successivo. Tale scenario, di per sé assai complesso, è stato poi aggravato dall’effetto disastroso delle decisioni assunte in Europa dalla European Banking Authority (EBA). In un simile scenario l’intervento, molto opportuno, della Banca Centrale Europea ha consentito alle banche di avere una maggiore certezza in ordine alla possibilità di adempiere alle obbligazioni verso terzi. E per tale motivo possiamo affermare che la dinamica del credito è destinata a migliorare. Eppure sui mass media le banche italiane vengono attaccate con l’argomento che vengono presi in prestito i soldi della BCE all’1% (in realtà al 2% perché c’è la garanzia dello Stato da pagare che vale un altro 1% circa) e con essi acquistati BTP al 4%, lucrando così un 2% lordo senza immettere quei soldi nell’economica prestandoli alle imprese». Ebbene, questa è un’altra di quelle leggende metropolitane che è bene sfatare. In primo luogo, l’acquisto oculato dei Titoli di Stato italiani da parte delle banche del nostro Paese ritengo sia stata una cosa buona e giusta perché dalla differenza tra BTP e Bund dipende la nostra sorte e la sorte delle aziende; anzi, in termini di competitività, è paradossalmente più messa a dura prova la sorte delle imprese non bancarie che delle imprese bancarie, perché fino a quando i competitor industriali tedeschi potranno finanziarsi a tassi che sono un quarto di quelli pagati dalle aziende italiane è evidente che non c’è partita. Se poi si aggiungono i costi dell’energia e dei trasporti, il costo del lavoro, la burocrazia e altri fattori che penalizzano gli operatori economici italiani diventa davvero difficile competere sui mercati. In secondo luogo, un Titolo di Stato è in ogni caso liquidabile alla BCE e quindi non rappresenta un impiego di liquidità che non ritorna. In che senso: una banca che acquista 100 milioni di BTP li può portare alla BCE a garanzia di liquidità pari a 95 o 96 milioni. Niente e nessuno ha sottratto nulla a nessuno: con quell’operazione si è anzi cercato di dare stabilità. Cosa ci resta di quella fase? Ci resta oggettivamente un’incomprensione di cui avremmo probabilmente tutti quanti, lavorando meglio, potuto fare a meno. Ci resta ancor di più il senso di come questo tipo di modello economico che è il nostro, basato su banche, imprese, famiglie, su imprese medie e piccole con eccessiva leva finanziaria, non è un modello che riesce a ottenere consenso internazionale. E ciò è abbastanza paradossale perché dal lato banche il Paese non ha speso un euro di soldi pubblici per salvarle, quando solo in Inghilterra hanno speso quasi metà del nostro debito pubblico per le loro banche. D’altra parte, abbiamo di recentemente appreso che in Inghilterra si determinavano i tassi più o meno come conveniva loro. Non stiamo parlando di una questione teorica. Da quell’indice che manipolavano, il LIBOR (London Interbank Offered Rate), dipendono tante cose, in primis lo spread, perché tutto è interconnesso. Il tuo minore rischio rappresenta il mio maggiore rischio. Meno tu sei rischioso, più io, relativamente, sono maggiormente rischioso. Se io tengo il LIBOR artificialmente più basso per dimostrare che il mio rischio è più basso, il rischio relativo di un altro sistema- Paese sarà inevitabilmente più alto, così chi manipola diventa più competitivo. Quindi alcuni giocavano una partita modificando le regole con l’obiettivo di migliorare la propria qualità rispetto al mercato e peggiorare quella degli altri. Se torniamo al periodo nero, l’altro insegnamento è che il modello italiano non è purtroppo amato e dunque continua a essere penalizzato dalle regole. Questo modello, per esempio, ha determinato, rispetto a Basilea2, che un impiego verso una piccola e media impresa risulta più rischioso rispetto a uno strumento finanziario classificato doppia o tripla A - e poi abbiamo visto la fine che hanno fatto le doppie e triple A - determinando per la banca un assorbimento patrimoniale più che doppio rispetto allo strumento finanziario e quindi, per l’impresa, minor credito e costi di accesso più alti. La banca è come un’enorme lavagna con uno spazio definito. Su di essa si possono segnare tanti punti,che sono uniti tra di loro, quanto è lo spazio. Lo spazio è il patrimonio. Più il punto è grande perché assorbe più patrimonio, più il patrimonio si consuma velocemente. Se le regole determinano il fatto che il credito all’impresa è un punto più grande del prodotto finanziario, è evidente che lo spazio per tutti quelli che fanno impresa sarà minore rispetto allo spazio riservato agli strumenti finanziari. Basilea3 in parte corregge l’anomalia, ma se mettessimo a confronto uno stato patrimoniale teorico di una banca d’investimento e di una banca commerciale, scopriremmo, con una certa sorpresa, che per la prima ci vuole meno patrimonio, a parità di asset e di capitale di rischio, di quanto ne occorra per una banca commerciale. Di questo, banche e imprese, o meglio imprese non bancarie e imprese bancarie, abbiamo cominciato ad essere consapevoli. Quando siamo andati a trovare, tutti insieme, Michel Barnier, commissario Ue al Mercato Interno e ai Servizi, per discutere delle anomalie di Basilea3, egli si attendeva di incontrare banche che protestavano rispetto a Basilea. Con sorpresa si è trovato di fronte banche e imprese che protestavano insieme rispetto a Basilea3. Avevamo capito che quella regola avrebbe reso più difficili i rapporti tra banche e imprese incidendo negativamente sul nostro concreto operare. Se, matti, immaginiamo il rapporto tra banche e imprese come un rapporto libero, quindi nella piena disponibilità delle parti, come è il rapporto tra azienda e fornitore o tra azienda e cliente, siamo fuori dallo schema, dall’ordine regolatorio che oggi ci viene imposto. In realtà il rapporto negoziale tra banca e impresa è determinato, non solo ideato, dalle regole. Noi possiamo avere le migliori intenzioni o essere i peggiori erogatori di servizi monetari dell’intero globo, ma una serie di determinazioni essenziali per la qualità del nostro rapporto sfuggono dalla nostra competenza e dalla vostra volontà. L’interesse per le regole, quindi, non è un interesse astratto per una sovrastruttura, quanto piuttosto l’interessarsi della propria azienda, in particolare del futuro della propria azienda, e del rapporto della propria azienda con il sistema bancario. Su questo, come detto, credo che abbiamo fatto dei passi avanti. Indispensabile autonomia culturale In questo quadro, specie in questa sede, non si può fare una ulteriore accentuazione. Quello che secondo me insegna quanto accaduto dal 2008 in poi è che abbiamo totalmente smarrito, in senso collettivo, ogni principio fondante. Non possiamo non sentirci, anche noi, responsabili. Noi non abbiamo causato quel disastro, né come banche né come imprese, ma ne abbiamo subito le conseguenze. Dobbiamo riconoscere, però, che non stavamo da un’altra parte e nessuno di noi ha avuto il coraggio e la forza, dentro quella fase, di dire: «Guardate che così non va bene!». Potevamo accorgercene, se avessimo dato più ascolto ai principi fondanti e se avessimo misurato di più le cose con un metro di umanità piuttosto che con un metro esclusivamente matematico. La corsa contro il tempo, il dovere moltiplicare per “x” volte il rendimento di un patrimonio, il dover dimostrare ogni trimestre di fare di più… E poi la questione delle remunerazioni, delle liquidazioni e quant’altro è successo nel mondo delle banche e delle imprese, a tutti i livelli. Tutto ciò è stato grave, perché abbiamo sostanzialmente dimenticato che il tempo è l’unica variabile incomprimibile. L’uomo può ridurre gli spazi con i moderni meccanismi che ci sono oggi, ma un minuto è un minuto, un’ora è un’ora, un anno e un anno e non c’è discussione. Nel momento in cui articoli questa variabile distorcendone l’andamento regolare, inevitabilmente la variabile prima o poi ti si ritorce contro. Ed è proprio quanto è avvenuto. Paradossalmente, sembra che quanto successo non sia in realtà accaduto. Su questo, forse, dovremmo avere un coraggio maggiore. Oggi non è più accettabile che una grande banca americana perda ancora miliardi di dollari in un trimestre su strumenti derivati, né può essere che il volume dei derivati esistenti sia arrivato a dieci volte il Pil mondiale. Forse dovremmo essere un pochino più coraggiosi e più sfrontati, recuperando un po’ di autonomia culturale. Proprio qui si inserisce il rapporto tra chi raccoglie risparmio in Italia e fuori Italia e chi ha bisogno del risparmio per creare lavoro, fare ricavi e profitto, fare impresa, vivere e svilupparsi. Come le imprese con i propri fornitori, questo non può che essere un rapporto negoziale. C’è un evidente conflitto di interesse tra chi fornisce un servizio o un bene, in questo caso, e chi lo richiede. Questa è l’essenza di una democrazia economica liberale. Credo però che questa fase ci insegni come sia necessario incrementare questo rapporto con un modello che sia più cooperativo, meno “differente” e meno diffidente. Da un questo punto di vista le banche devono essere quelle chiamate a far maggiori passi avanti, in termini culturali principalmente. Dal canto loro, le imprese devono avere maggiore orgoglio nel presentarsi in maniera più consona all’attuale periodo. I nodi vengono al pettine, oggi più che mai. E se c’è una cosa, questa forse benedetta, che questa crisi ci lascia o, meglio, questa nuova fase economica ci lascia, è che niente tornerà come prima: le matrici dovranno essere completamente diverse. Nel passato le crisi e i conflitti tra parti sono stati sempre gestiti, anche quello tra banche e imprese, con una buona capacità di soluzione lasciata alla parti ma con un terzo che interveniva quando il conflitto non si riusciva a risolvere. Questo terzo era lo Stato, questo terzo erano le nostre tasse, questo terzo era il debito pubblico. Quante situazioni di crisi industriali o finanziarie abbiamo vissuto, anche nei rapporti tra banche e imprese negli anni passati, che hanno trovato nelle Stato il solutore di ultima istanza ? Tutto questo è definitivamente finito: il gioco ritorna integralmente nelle mani delle parti. Verso il metodo cooperativo Ci sono due modi per affrontare questo tipo di rapporto. Il primo è quello classico “conflittuale”. Esiste nel nostro Paese una tradizione filosofica, storica, culturale che vede nell’esposizione e nell’esponenzialità del conflitto il metro e il metodo per progredire. Se guardiamo al passato, anche meno recente, è vero che seguendo detto schema abbiamo fatto notevoli progressi, ma solo perché c’era un terzo che risolveva con il debito pubblico la parte del conflitto che le parti non erano in grado di risolvere. Io credo che oggi quel metodo sia fallimentare. In realtà, secondo me, l’unico metodo è quello cooperativo, che è altra cosa rispetto sia a quello concertativo sia a quello, che si tenta anche in questi giorni, della comunicazione. È evidente che per cooperare occorre avere fini comuni e operare insieme a servizio degli stessi: non si è mai visto nessuno che coopera con fini diversi. In questo facciamo tutti ancora troppa fatica. Sia noi banche che le imprese, sia imprese che lavoratori, sia parti sociali che governo, sia imprese che sindacati. Facciamo fatica, ma non abbiamo un’altra matrice possibile. Se è vera la premessa che siamo sulla stessa barca, se è vera la premessa che le banche esistono in quanto esistono le imprese, che il 65% in media di quello che siamo dipende da voi o dalle vostre famiglie, significa che siamo la stessa cosa e, quindi, o andiamo tutti avanti con i medesimi fini e il medesimo impegno o rischiamo di perire tutti. Se tutto questo è vero non ci resta che cooperare fortemente. Il che significa capire le ragioni dell’uno e dell’altro e comprendere in maniera chiara e netta che oggi la domanda di investimenti è fortemente negativa e le domande di credito sono legate in gran parte alle ristrutturazioni. Se ragioniamo in questa matrice nuova, in questa nuova modalità di rapporto e di relazione, credo che tra le banche e le imprese italiane ci sia un grande spazio di collaborazione per spingere questo Paese a fare dei passi in avanti. Per le banche a fare dei passi in avanti in termini di trasparenza, di celerità, in termini di chiarezza delle componenti che determinano il costo dei servizi bancari, per le imprese per far si che il loro rappresentarsi, la loro necessità di capitale, siano sempre più congrui alla fase che stiamo vivendo. Proviamo a fare un esempio che potrebbe apparire secondario, ma che in realtà nasconde molte delle contraddizioni che oggi viviamo. Voi per mestiere dovete inevitabilmente leggere gli estratti conto delle banche o qualcuno li legge per voi. Un esercizio a dir poco estenuante. Non si è mai vista una impresa che comunica con i suoi clienti come una banca è costretta fare. Perché? Perché cosi’ facendo la banca rispetta le regole, e perché chi fissa le regole è convinto che, facendo in quel modo, fissando quelle regole, tutto sia chiaro e trasparente. Questa logica va fermata. Come? Un giorno abbiamo chiamato, come ABI, le Associazioni dei consumatori e abbiamo loro proposto: «Noi vi spediamo molte carte che costano un sacco di soldi e che voi, giustamente, non leggete perché incomprensibili. Se facessimo un tavolo e scrivessimo fra di noi, alla pari, le nuove norme sul conto corrente, il risultato potrebbe essere migliore». Abbiamo lavorato e prodotto un nuovo schema di contratto e quindi di comunicazione. Secondo questo schema noi dovremmo mandare tre quarti di carte di meno e molto più comprensibili. Aspettiamo che l’Autorità di vigilanza ci dica se questo lavoro è fatto bene e quindi sia possibile procedere. Il tema cruciale, dunque, è come sia possibile riappropriarci del contratto. Il contratto era la pietra angolare su cui si fondava il rapporto economico fra gli individui. La stretta di mano, lo scritto. Esso non era un momento formale, ma un momento in cui si cristallizzava la volontà reciproca, in cui si prendeva un impegno, in cui si dava la parola. Tutto questo nei rapporti con la banca ci è stato sottratto. Dobbiamo cercare di riappropriarcene. Le Autorità hanno scelto di intervenire per tutelare, nel rapporto banche e imprese, i soggetti deboli del rapporto ma, viste le regole, pare più una tutela per il regolatore che per le parti. Allora, forse, è il caso che le parti si riapproprino del contratto fra di loro, senza disparità. Se ragioniamo in questo senso è più semplice comprendere le contraddizioni, è forse più semplice capire le difficoltà reciproche, si può essere più benevoli nell’individuare i reciproci limiti. Accettare questa matrice di ragionamento in maniera reciproca, tuttavia, renderà tutti molto esigenti rispetto alla qualità delle risposte e delle prestazioni. Se siamo nella stessa barca non conta solo remare nella stessa direzione. Mi sembra il minimo. Conta anche essere coordinati, non occupare lo spazio degli altri, dare una mano quando uno si riposa, vivere un destino comune. Non solo collaborare per raggiungere la meta comune. Credo che l’attuale crisi ci possa aiutare a superare alcune contraddizioni e avvicinarci a un rapporto più umano anche nelle relazioni economiche. Purtroppo non dipende tutto da noi. Un pezzo di sovranità l’abbiamo ceduto, ritenendo di cedere sovranità verso stabilità salvo poi tristemente scoprire che abbiamo ceduto sovranità senza ottenere stabilità. Questo anche per nostra responsabilità. Oggi stiamo tentando di rimetterci in corsa: dobbiamo fare scelte dolorose ma inevitabili e probabilmente dovremo cedere ulteriore sovranità. Le alternative sono due: o ricostruiamo uno spirito comune in uno scenario di terribile burrasca oppure rischiamo di perdere la nostra identità, quello che siamo stati per anni, cioè un Paese che compra materie prime, le trasforma, le modifica, le migliora, ci mette genio, lavoro e sudore e poi le vende. Perché questo siamo stati capaci di fare e siamo ancora capaci di fare. La tutela di tutto ciò credo valga tutto il nostro impegno. Intervento di Giuseppe Mussari durante un dialogo con i membri del Circolo del Sussidiario, svoltosi a Milano il 4 luglio 2012.