Quadrimestrale di cultura civile

Nuove sfide per nuovi mondi

di Mohammed Sammak / Musulmano sunnita, membro del Comitato nazionale del dialogo islamo-cristiano in Libano

Il 29 maggio 2012 il Meeting è stato presentato per la prima volta a Beirut, riportiamo l’intervento di Mohammed Sammak, membro del Comitato nazionale del dialogo islamo-cristiano. Non c’è dubbio che costruire ponti di amicizia tra i popoli sia una nobile missione, ma in questo periodo è, in assoluto, la missione più nobile da compiere. I popoli appartenenti a etnie diverse, religioni diverse, a culture diverse, si trovano di fronte a tre cambiamenti principali che sono veramente fondamentali. Il primo è globale, uno riguarda i cristiani e un altro riguarda i musulmani. Per quanto riguarda i cristiani, fino alla fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, l’80 per cento erano europei e americani. Adesso, i due terzi dei cristiani vivono in America del sud, in Asia e in Africa, dove esiste anche l’Islam. Ciò significa che il cristianesimo non è più la religione dei bianchi, non è la religione dei ricchi, non è più la religione dei colonialisti, è la religione degli oppressi e delle persone deboli. Questo cambiamento è fondamentale per la democrazia religiosa nel mondo. I musulmani contano oggi 1,5 miliardi di persone e un terzo di questi vivono in Paesi e società che musulmani non sono, per esempio in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia; il 4 per cento degli europei sono oggi musulmani e ciò significa un cambiamento fondamentale in atto che ci mette di fronte a nuove sfide: come convivere. Il secondo cambiamento è regionale, riguarda il Medio Oriente; devo ammettere in modo molto onesto e diretto che il sentimento di delusione per l’attuale risultato della Primavera araba sta crescendo. Gli islamisti stanno cogliendo al volo l’occasione e stanno approfittando dei momenti di cambiamento; tutto ciò succede in parallelo con un altro fenomeno importante che è l’ascesa del fondamentalismo in Medio Oriente, iniziato ancora prima della Primavera araba. Non possiamo capire questo fenomeno senza comprendere l’ascesa del fondamentalismo ebreo in Israele, che sta cambiando il Paese da uno stato laico sionista a uno stato religioso ebreo. Ciò serve da pretesto per i musulmani fondamentalisti islamici per far notare che si accetta il fondamentalismo in Israele ma lo si rifiuta altrove. In contemporanea possiamo osservare un altro fenomeno: l’ascesa del fondamentalismo americano religioso, per esempio i gruppi cristiani, sionisti, negli Stati Uniti con relative ripercussioni in Medio Oriente e l’ascesa dell’estrema destra in Europa come reazione all’aumento del numero degli immigranti musulmani. In generale, parliamo di fondamentalismo intendendolo come modo per monopolizzare la verità e rifiutare qualunque altro punto di vista. Il fenomeno ebraico, quello islamico e quello cristiano dimostrano che ogni persona può rifiutare l’altra e per questo ci troviamo di fronte a una sfida che è molto pericolosa. Il terzo cambiamento che si sta verificando è un cambiamento dottrinale. Alla metà del XX secolo in Francia, all’epoca di Charles de Gaulle (nel governo del quale fu Ministro della cultura), il filosofo André Malraux disse: «Le XXI siècle sera religieux ou ne sera pas» (Il ventunesimo secolo o sarà religioso, o non sarà). Se questa affermazione era valida già alla metà del XX secolo, possiamo constatarla oggi, dopo il crollo del comunismo, nella chiesa ortodossa rinata in Russia e nel Medio Oriente, dopo la sconfitta del nazionalismo arabo con Israele nel 1967, quando il nazionalismo islamico ha tentato di prendere il posto del nazionalismo arabo... Anche in Europa è in atto un processo di riscoperta dell’identità culturale come cultura cristiana e come comunità cristiana, e questo nonostante Valéry Giscard d’Estaing abbia rifiutato la richiesta da parte di Papa Giovanni Paolo II – ribadita successivamente da Benedetto XVI – indirizzata a un comitato per la Costituzione Europea, affinché la cristianità venisse menzionata come parte dell’identità europea o almeno della sua cultura. Qualsiasi problema abbia una dimensione religiosa, non può essere considerato un problema locale, diventa subito un problema internazionale: come il gruppo di matrice islamica Boko Haram in Nigeria, che non può essere considerato un problema limitato a quel Paese ma è effettivamente un problema internazionale; o come l’incendio delle chiese a Bagdad non può rimanere un problema iracheno così come bruciare il Corano in Florida non è una questione locale e le caricature danesi diventano subito problemi internazionali. Dobbiamo guardare a questi problemi attentamente e capire come sia possibile superarli insieme. Il problema non sta nella diversità ma nell’assenza, nella carenza culturale di saper accettare e rispettare le diversità. Le differenze tra i popoli esistono e rimarranno fino alla fine dei tempi. Dio ci ha creato differenti, ci ha voluto differenti e ci ha chiesto di conoscerci. Ciò di cui abbiamo bisogno, è una cultura che ci insegni ad accettare le differenze, sappia rispettare l’altro e creda al valore della diversità. Ho sempre affermato che le relazioni tra cristiani e musulmani non sono basate sulla tolleranza, sarebbe infatti un insulto all’altro perché, quando si tollera qualcuno, accetti il suo sbaglio e vai oltre l’errore che lui sta facendo. La relazione fra il cristiano e il musulmano è basata invece sulla fede. La dottrina islamica deve credere al cristianesimo e all’ebraismo perché messaggi di Dio. È la fede che costruisce il ponte. Il rapporto fra l’islam e i cristiani non può essere basato sulla tolleranza, ma sull’amore, il rispetto e la fede. Se vogliamo basarci sulle norme del XX secolo pur avendo a che fare con le realtà del XXI secolo, dobbiamo essere coscienti del pericolo che le cose tradizionali convenzionali non siano in grado di bilanciare tutte queste differenze ed è per questo che abbiamo bisogno di una cultura che costruisca ponti di amicizia. Ma chi farà questo? Chi farà questo lavoro sacro e umanitario? In molti desiderano di costruire la pace, come nella Bibbia – costruttori di pace sono i figli di Dio – e infatti vediamo le iniziative internazionali prese da varie parti, come il WCC, i vescovi europei, il MECC, il re saudita e l’Abdullah Center for Interreligious and intercultural dialogue... Come sapete, non c’è un venditore che può aver successo senza un prodotto giusto. Queste iniziative necessitano di condizioni particolari e di persone in grado di svolgere questo importante ruolo. Personalmente, sono stato a Rimini, sono stato molte volte con la comunità di Sant’Egidio, partecipo alla maggioranza delle conferenze, compreso il sinodo sul Libano, sono stato anche al sinodo per il Medio Oriente, so di cosa vi parlo e cerco di dirvi in modo molto onesto la verità su chi è qualificato e ha abbastanza possibilità di costruire ponti fra i popoli. Abbiamo bisogno di una parte cristiana accettata dai musulmani e di una parte musulmana accettata dai cristiani; abbiamo bisogno di una parte europea accettata dagli arabi e una parte araba accettata dagli europei. Considerando la mia esperienza personale – e non lo dico perché sono qui in ambasciata – posso dire che l’Italia è un buon venditore con un buon prodotto, perché, a parte l’importante ruolo del Vaticano, è tipicamente italiano prendersi cura non solo dei cristiani del Medio Oriente, ma dei cristiani in generale e dei rapporti tra cristiani e musulmani, sino dal 1986 quando Giovanni Paolo II ha indetto la conferenza interreligiosa di Assisi e, ancora prima, nel 1980, quando a Rimini c’è stata la prima edizione del Meeting per l’amicizia; avete la comunità di S. Egidio, avete le organizzazioni, le associazioni dedicate proprio a costruire ponti fra i popoli. Se consideriamo l’Italia dal punto di vista geografico, essa arriva fino al Mediterraneo e la storia della cooperazione tra l’Italia e i Paesi arabi è molto antica e costruttiva, ne abbiamo un esempio proprio qui in Libano con la partecipazione degli italiani a Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon). C’è una lunga storia molto ricca di cooperazione tra l’Italia e i paesi del Mediterraneo meridionale. Per costruire un ponte sono necessari almeno due pilastri: l’Italia è uno di questi e il Libano – Paese pluralista nonostante tutti i problemi esistenti – è l’altro pilastro, necessario per una buona relazione fra cristiani e musulmani, così come tra Oriente e Occidente. Giovanni Paolo II ha detto una cosa molto importante sul Libano, in un messaggio agli ambasciatori e a tutti i nunzi apostolici nel mondo: aiutare il Libano a salvaguardare il suo pluralismo è una responsabilità di tutta l’umanità perché il successo del Libano è il successo di tutta l’umanità, e il fallimento del Libano è il fallimento di tutta l’umanità. Anche l’allora Presidente della Repubblica libanese, Michael Seuliman, aveva parlato alle Nazioni Unite, aveva detto che il Libano ha la facoltà di svolgere un grande ruolo di dialogo inter-culturale e interreligioso: su una sponda del Mediterraneo abbiamo il Libano e sulla riva nord abbiamo l’Italia. Le relazioni tra cristiani e musulmani, così come tra Europa e Medio Oriente, sono pericolosamente in bilico. È meglio costruire dei parapetti in alto per non cadere, piuttosto che dover mandare in basso i soccorsi. Poi cosa si intenda per soccorso e per parapetto, è un altro discorso. Con l’Italia e con Rimini noi speriamo di costruire parapetti e ponti.