Quadrimestrale di cultura civile

L’uomo e l’infinito

di Leonardo Sandri / Cardinale; Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali

Sul tema del Meeting La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito è intervenuto il cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, presentando la XXXIII edizione dell’evento nella sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede in Roma, mercoledì 6 giugno 2012. Il Cardinale ha svolto una riflessione, richiamando alcuni testimoni di assoluto rilievo del pensiero cristiano e, soprattutto, attingendo al magistero di Benedetto XVI. Quello del Papa è un insegnamento tanto sensibile al dialogo tra fede e ragione, quanto convincente nel sottolineare la capacità del vangelo di portare alla più vera conoscenza dell’uomo. Cristo, in effetti, “sa cosa c’è in ogni uomo” e può svelare il mistero che ne connota la più intima natura, indicandogli il percorso più sicuro nella storia. Il tono familiare e appassionato ha reso avvincente la proposta del cardinale e potrà contribuire a una efficace introduzione ai sentieri che il Meeting saprà aprire attorno al tema. Il Prefetto ha citato le Chiese Orientali cattoliche, che egli sta avvicinando in modo crescente grazie all’impegno affidatogli da Benedetto XVI, ringraziando il movimento di Comunione e Liberazione per l’attenzione all’Oriente cristiano e per l’amore verso Gerusalemme e per ogni altra Chiesa e tradizione, specie le più antiche e venerabili, considerate per quello che sono effettivamente: le “pietre vive” capaci di dare voce ai secoli perché non vadano perdute le orme storiche di Gesù di Nazareth e sia colta la sua perenne presenza di Redentore amico e compagno di viaggio di ogni uomo verso l’Eterno. Eccellenze, Signori e Signore, Sono grato all’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede per l’invito a presentare la 33ma edizione del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli. Il mio grazie si estende a quanti interverranno con me, a cominciare dal Signor Ministro e dal Sottosegretario, che saluto con cordiale deferenza insieme a ciascuno di voi. Come sempre, fin dal titolo, il Meeting sa catturare quella interiore curiosità, che è radicata nello spirito umano e che attesta il nucleo religioso costitutivo del nostro essere. Ecco il titolo: la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito. Esso è tratto dal primo capitolo de Il senso religioso di don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. E’ una affermazione chiara e convinta! Non un dubbio! Ma proprio per questo apre uno squarcio di pensiero, che di per sé è quasi scandaloso rispetto al più familiare relativismo tipico dei nostri giorni. A difesa o a smentita dell’affermazione possono concorrere le scienze sacre ed umane e le espressioni culturali più svariate, facilmente convocate da chi ne sostiene la verità o da chi la mette in dubbio. La riflessione ha appassionato i secoli. Se sostassimo soltanto attorno allo scetticismo classico (la sképsis di Epicuro, ad esempio), magari alla luce delle provocazioni che Blaise Pascal ha offerto partendo da esso nell’intento di provare razionalmente (certo in termini imperfetti ma non privi di verità e di fascino!) come ogni dubbio sia il riverbero del vero, dovremmo prolungare alquanto la nostra riflessione. E’ sempre sorprendente la lezione pascaliana, così dedita alle risorse della ragione da riuscire a postulare in modo convincente le ragioni del cuore. L’affermazione rimane di forte attualità e può considerarsi una professio fidei nell’umano, definito nella sua essenziale apertura all’assoluto: l’uomo è rapporto con l’infinito, questa è la sua più intima identità ed è la sua missione nella storia, come pure il traguardo che lo attende al di là del tempo e dello spazio. Il tempo e lo spazio sono “connaturali” all’uomo, ma la sua più vera natura è l’infinito, che lo apre all’eterno. L’eterno, poi, ha assunto un volto nella rivelazione cristiana, si è fatto “Evento”, è Persona, inscindibilmente “divina e umana”. “E mi sovvien l’eterno”, ha detto il poeta argomentando proprio su L’infinito (Giacomo Leopardi ). Certo debbo riconoscere che questi pensieri (persino la citazione leopardiana, secondo taluni suoi benevoli ammiratori!) attingono linfa dalla visione antropologica forgiata dalla tradizione giudeo-cristiana. La quale, però, costituisce una linea - non tra le tante – bensì tra quelle fondamentali, e perciò ineludibili, della nostra cultura, che proprio su questo punto si presenta con caratteri di universalità difficilmente misconoscibili. Dunque, la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito! Un dilemma, tuttavia, accompagna questa professione di fede nell’umano, poiché la coscienza si dibatte al riguardo tra certezze, che non sono mai del tutto appaganti, e tra incertezze, che onestamente non possono mai ritenersi né provate né assolute. Le incertezze, infatti, sono messe sempre a dura prova da quella nostalgia di Dio e dalla agostiniana inquietudo cordis, che interpellano senza sosta l’uomo in ogni luogo e in ogni tempo! Anche l’esperienza dell’angoscia umana ci parla di infinito ed esprime la percezione del nostro essere creature rispetto al Creatore, una percezione che si fa più nitida allorché siamo toccati dalla fede cristiana, per la quale sappiamo e crediamo di essere figli nel Figlio. L’angoscia è alimentata dalla precarietà della vita e può divenire, addirittura, malattia mortale, ossia disperazione. E’ il fecondo e mite pensatore cristiano, Soren Kierkegaard, nella sua opera “Il concetto dell’angoscia”, a metterci in guardia dalla sua valenza mortale e a proporci, piuttosto, di leggere in essa l’appello all’infinito. L’esperienza di finitudine e di smarrimento può far rinascere in noi una incrollabile speranza. C’è, del resto, un’intima grandezza in ogni uomo, che è superiore ad ogni insuccesso, ad ogni fallimento, come ad ogni tragedia e sconvolgimento. Proprio nello scoramento la nostra natura non si rassegna, bensì anela all’infinito, e ciò la aiuta a vivere, non genericamente, bensì con dignità, impedendo che le contrarietà degenerino nella malattia mortale della disperazione. Il mio pensiero torna volentieri alla visita di Benedetto XVI a Milano, al mirabile discorso pronunciato in quel tempio della cultura mondiale che è la Scala. Riferendosi alle popolazioni colpite in Emilia-Romagna e altrove, disse: “…vi è l’ombra del sisma che ha portato grande sofferenza su tanti abitanti del nostro Paese. Le parole riprese dall’Inno alla gioia di Schiller, suonano come vuote per noi, anzi sembrano non vere…Non siamo ebbri di fuoco, ma piuttosto paralizzati dal dolore per così tanta e incomprensibile distruzione che è costata vite umane, che ha tolto casa e dimora a tanti. Anche l’ipotesi che sopra il cielo stellato deve abitare un buon padre, ci pare discutibile… Noi cerchiamo un Dio che non troneggia a distanza, ma entra nella nostra vita e nella nostra sofferenza”. Il Papa, dopo aver interpretato così a fondo la smarrimento umano, aggiunse: “In quest’ora, le parole di Beethoven, amici non questi toni, intoniamone altri più attraenti e gioiosi, le vorremo riferire a quelle di Schiller. Non questi toni. Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti”. Cari amici, mi pare questa l’intuizione dell’indimenticabile don Giussani, percepita come un “rischio” che bisognava correre, specie in una responsabilità educativa nei confronti dei giovani. Mi pare questa l’aspirazione intravista scorrendo l’itinerario composto dai 32 anni del Meeting di Rimini, quella cioè di un Dio vicino che libera l’uomo a partire dalla storia. Fin dal primo messaggio inviato a firma del Cardinale Segretario di Stato nell’agosto 2005, Benedetto XVI lo ha affermato, richiamando le parole pronunciate nelle esequie di Mons. Giussani che aveva presieduto a Milano: “Solo Gesù rende liberi…Gesù è per noi liberazione…dal peccato, dai falsi desideri, ultimamente da noi stessi. Ubi fides ibi et libertas” (Benedetto XVI-Insegnamenti I-2005, pp. 480s). Effettivamente – come vediamo anche ai nostri giorni in ogni campo della vita sociale - la libertà umana appare tanto preziosa e sicura quanto debole e fragile. La prossima edizione del Meeting potrà ricevere al riguardo un tassello di singolare importanza: non un discorso irreale su Dio e nemmeno una fratellanza generica non impegnativa. Piuttosto l’annuncio del Dio vicino e la compagnia con Lui, dai quali scaturisce una libertà autentica che si fa condivisione non vagamente promessa bensì realmente offerta. Così potrà continuare la riflessione già svolta nel messaggio per il Meeting dell’anno 2006, quando il Papa aveva sottolineato che: “Dio, l’Infinito, si è calato nella nostra finitudine per poter essere percepito dai nostri sensi, e così l’Infinito ha raggiunto la ricerca razionale dell’uomo che a Lui tende; si fa incontro alla creatura che a Lui sospira” (Benedetto XVI-ibid. II,2-2006 p 137). In questa impresa percepiamo di abitare già l’Infinito, il quale ci impegna costantemente ed appassionatamente, con realismo e fiducia, nella storia che è ad esso finalizzata.San Paolo, parlando dell’uomo conferma che l’infinito ne è l’origine, la vocazione, la reale tensione e perciò la meta, quando senza mezzi termini stigmatizza la precarietà umana, la sua viscerale debolezza, il peccato che stravolge la legge annidandosi nella carne, ma lo fa per affermare che là dove il peccato abbonda la grazia sovrabbonda; là dove c’è debolezza, Dio non teme di manifestare la sua potenza. Con questa fede e con questa speranza nel cuore, che approdano alla carità capace di trasfigurare il mondo, l’uomo prende coscienza della sua piccolezza, anche la più lampante, ma riesce a mantenere uno sguardo positivo, rialzandosi sempre e comunque, poiché in Cristo egli è più grande di ogni suo dolore, come di ogni sua sventura e del suo stesso morire. Siamo debitori a Don Giussani e a Comunione e Liberazione perché dopo “l’incontro con Cristo” che li ha “segnati così potentemente da consentire di ricominciare sempre, dopo qualsiasi errore, più umili e più consapevoli della debolezza” (cfr Lettera di don Julian Carron a “La Repubblica” del 1.5.2012), hanno dato corpo a convinzioni come queste non limitandosi ad affermarle, bensì esprimendole in percorsi coinvolgenti, nell’orizzonte familiare ed educativo, in quello del lavoro e del confronto economico e sociale, come nello sport e in tanti altri ambiti della cultura e dell’arte. Grazie all’avventura del Meeting, il movimento ha spaziato attorno al nucleo più vero dell’uomo, che è la sua spiritualità, senza la quale egli è negato nelle sue più alte e irrinunciabili aspirazioni. In fedeltà al vangelo, che ci assicura come Cristo “conosca cosa c’è in ogni uomo”, il Meeting ha cercato di avvicinare l’uomo alla Parola: tanti hanno intrapreso una compagnia già avviata sui sentieri dell’umano per proporre approcci con l’infinito, e poi coltivarli, giungendo non infrequentemente all’incontro, che ha cambiato la vita delle persone e delle comunità. Nella storia, mai priva di tentazioni e di lati oscuri, siamo chiamati a camminare sempre e comunque, sentendoci forti non per i traguardi raggiunti, bensì per quella esigenza predicata dalla Chiesa ai quattro venti e risuonata al Meeting grazie alle voci profetiche spesso ospitate: la conversione personale e comunitaria come pane quotidiano. Nell’agosto 2009 il messaggio papale insisteva appunto in questi termini: “La razionalità dell’uomo può essere esercitata, e dunque raggiungere il suo fine proprio, che è la conoscenza della verità e di Dio, solo grazie a un cuore purificato e sinceramente amante del vero che ricerca” (Benedetto XVI-Insegnamenti V,2-2009 p. 121). Nella storia bisogna stare con fortezza e umiltà! Rimanere, sì, anche quando le calamità mettono letteralmente in ginocchio regioni tanto floride del nostro Paese, aggiungendosi ad una congiuntura economica globale con caratteri di gravità senza pari. Rimanere vigili come sentinelle del mattino quando altre scosse in campo politico e sociale destano seria preoccupazione Un ultimo rilievo mi sta a cuore! Il Meeting di Rimini ha adottato un orizzonte internazionale, ossia una prospettiva universale che dice bene il legame con una chiesa, per la quale la nota della cattolicità è essenziale. L’apertura al dialogo ecumenico e all’incontro interreligioso lo conferma. Non è mancata mai, anzi è stata valorizzata sempre, l’attenzione all’Oriente cristiano, coltivando amore per Gerusalemme e per ogni Chiesa e tradizione, specie le più antiche e venerabili, nell’intento di sostenere le “pietre vive”, che sono i fratelli e le sorelle nella fede, specie se perseguitati. Come dimenticare, poi, la pionieristica incursione nel silenzio delle Chiese dell’Est e successivamente, dopo la riconquistata libertà, l’aiuto memorabile sempre offerto alla loro rinascita? Era per me doveroso questo rilievo, che ora si fa gratitudine a motivo della responsabilità che papa Benedetto mi ha affidato tra le Chiese Orientali Cattoliche. Mi è gradita la presenza libanese fin da questa presentazione. E poiché si avvicina il viaggio di Sua Santità nell’amata Terra dei Cedri, possiamo pregare per quella Nazione e la vicina Siria con pensiero colmo di pena e di speranza. Il mio auspicio per la prossima edizione è proprio questo: vivere intensamente la cattolicità inseguendo con amore un “Oltre” infinito ed eterno, che fin d’ora è più intimo a noi di noi stessi. L’augurio è poi perché si possa “ridestare nei giovani l’amore verso Cristo…ripetendo che solo Lui è la strada verso la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell’uomo” (Benedetto XVI-Insegnamenti VI,2-2010 p. 118). Alla Babele estiva di Rimini e a quella più generale che la comunità umana esperimenta giunga così una consolante parola di comunione. Forse posso lasciare la parola conclusiva a due grandi pensatori e pastori, lontani nel tempo ma accomunati da una coinvolgente carica esistenziale per ritornare esplicitamente al nostro titolo: la natura dell’uomo e il rapporto con l’infinito. Dice Niccolò di Cusa, cardinale tanto religioso e tanto umanista: “Tu, Dio, sei la stessa infinità, la quale soltanto desidero in ogni desiderio…Il mio desiderio, nel quale sei Tu a risplendere, mi conduce a Te, mentre tutto ciò che è finito e comprensibile me ne allontana; infatti, in queste cose è impossibile trovare pace, poiché soltanto attraverso di Te si giunge a Te. Tu sei principio senza principio e fine senza fine. Il desiderio, dunque, viene guidato al fine senza fine da un principio eterno, dal quale riceve il suo essere desiderio, e questo è l’infinito” (De visione Dei, XVI). Lo aveva preceduto Sant’Agostino con lo struggente: “Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua et tam nova, sero te amavi! Et ecce intus eras et ego foris et ibi te querebam et in ista formosa, quae fecisti, deformis irruebam. Mecum eras, et tecum non eram” (Confessiones, X, 27). Grazie. Intervento del cardinale Leonardo Sandri alla presentazione del Meeting per l’Amicizia fra i popoli, a Roma il 6 giugno 2012 presso l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede.