Nel suo anelito verso l’infinito, l’uomo (come ha osservato Papa Benedetto XVI) cerca spesso rifugio in strutture inadeguate da egli stesso create. Il denaro, il successo e il potere rappresentano esempi di false «maschere di soddisfazione che finiscono per fallire, lasciando l’uomo vuoto e solo». Un’altra struttura di fattura umana a cui l’uomo moderno spesso guarda alla ricerca del proprio significato ultimo è la scienza moderna stessa. La scienza moderna si è rivelata essere un sistema di strepitoso successo in termini di produzione di conoscenze utili, molte delle quali con una portata cruciale nell’alleviare le sofferenze umane. Ma poiché la scienza moderna è metodologicamente indifferente alle domande di significato, valore e bene, essa non è in grado di fornire una risposta esauriente ai desideri più profondi dell’uomo. Inoltre, essa non ha il potere di dare risposte alle dibattute domande pubbliche di legge e politica che implicano le tematiche più profonde di antropologia morale (Chi è l’uomo e qual è il suo destino? Che cosa devono gli esseri umani gli uni agli altri?). Tali domande emergono spesso nel dominio della bioetica pubblica, ovvero del governo della scienza, della medicina e delle biotecnologie nel nome del bene morale. Questo articolo afferma l’insostenibilità e quindi l’opportunità di respingere un unico approccio comune alla bioetica segnato dalla deferenza categorica verso i giudizi della sola comunità scientifica. Cos’è la bioetica pubblica? La bioetica pubblica è un aspetto stabile e attivo del lavoro svolto dai rami politici del governo. Se si pensa al solo livello federale, i rami esecutivi e legislativi del governo hanno intrapreso svariate azioni in risposta alle questioni etiche sollevate dai progressi della scienza biomedica e della biotecnologia. Numerose sono le commissioni federali sulla bioetica convocate per offrire pareri in materia. Agenzie amministrative come il Dipartimento della Sanità e dei Servizi alla Persona, gli Istituti Nazionali di Sanità e persino il Dipartimento di Giustizia hanno avanzato proposte di regolamenti che trattano e riguardano questioni bioetiche. Fra i temi problematici figurano le tutele dei soggetti umani, i finanziamenti federali alla ricerca su embrioni e feti, la ricerca sulla terapia genetica, le tutele del diritto di coscienza per i professionisti sanitari e il suicidio medicalmente assistito. Analogamente, il Congresso ha emanato numerose leggi riguardanti l’aborto e la personalità del feto, la ricerca su embrioni e feti, le tutele del diritto di coscienza dei professionisti sanitari, la brevettabilità degli embrioni umani, il trapianto degli organi e le decisioni nel fine vita. Il Congresso ha anche discusso (sebbene non ancora emanato) molte altre proposte di legge in questo stesso campo, aventi per tema questioni come l’aborto, la clonazione umana e il finanziamento delle fonti non-embrionali di cellule pluripotenti (staminali). Anche il potere giuridico federale ha contribuito allo sviluppo della bioetica pubblica. La Corte Suprema degli Stati Uniti si è riservata gran parte della questione sull’aborto nella causa “embrionale” Roe contro Wade e della relativa progenie. Essa ha anche emanato pareri in casi spartiacque riguardanti le decisioni nel fine vita, il suicidio medicalmente assistito e i brevetti sugli organismi viventi. Governatori, legislature e tribunali di Stato si sono mossi in modo analogo nel campo della bioetica pubblica. Considerata la loro autorità pressoché plenaria ad agire in nome della salute, della sicurezza, del bene e della morale dei cittadini, non dovrebbe sorprendere che gli Stati siano stati terreno così fertile per questo ambito di governance. Per citare solo alcuni esempi, gli Stati sono stati chiamati in causa nella regolamentazione dell’aborto (nella misura consentita dal precedente della Corte Suprema), nell’utilizzo di tecnologie di procreazione assistita, nella ricerca sugli embrioni, nella clonazione umana, nella ricerca che implica soggetti umani, nel suicidio medicalmente assistito, nelle decisioni sul fine vita e nella definizione di morte. La bioetica pubblica è un ambito di governo del tutto peculiare poiché fonde l’azione dello Stato con rivendicazioni morali forti e contrastate. La moneta del discorso sulla bioetica pubblica comprende concetti come autonomia, giustizia, uguaglianza, dignità e personalità. Questi e altri principi etici analoghi sono indispensabili alle decisioni politiche prese in questo campo. Il modello di “massima deferenza” della bioetica pubblica La bioetica pubblica propone una sintesi unica di evidenza scientifica, principi etici e giudizi accorti sulla governance. Come si integrano, dunque, elementi così disparati? Nell’ultimo decennio, soprattutto nell’ambito del dibattito sui finanziamenti federali alla ricerca sulle staminali da embrione, è emerso un modello di integrazione tra scienza e bioetica pubblica che ha beneficiato della spinta di una serie di personalità pubbliche molto influenti. In buona sostanza, tale modello propone che l’aggiudicazione di questioni bioetiche dibattute sia delegata a esperti scientifici chiamati ad applicare gli strumenti neutri e obiettivi delle rispettive discipline. Inoltre, i sostenitori di questo modello di integrazione condannano le decisioni di bioetica pubblica fondate su giudizi personali circa il bene morale da perseguire o i mali da evitare in quanto “politicizzazione” illecita della materia “scientifica”. Pertanto, la loro proposta contempla una forte deferenza, apparentemente categorica, verso gli esperti che ricorrono esclusivamente alle premesse e ai metodi propri della scienza. Tale approccio all’integrazione sarà pertanto battezzato il modello della “massima deferenza”. La nutrita schiera di personaggi pubblici che si è fatta avanti a difesa del modello di integrazione della “massima deferenza” colpisce. La dichiarazione più netta in tal senso resa da un funzionario pubblico è quella dell’ex governatore dell’Ohio e membro del Congresso Ted Strickland (sempre a proposito del dibatto sulle staminali da embrione): «Dovremmo farci guidare strettamente dalla migliore scienza disponibile, e non dovremmo consentire alla teologia, alla filosofia o alla politica di interferire nella decisione da prendere su questo tema». Molte altre figure pubbliche di rilievo hanno espresso argomentazioni simili in nome di una deferenza categorica verso la “scienza” nell’ambito della realizzazione di leggi e politiche. Le premesse e i metodi della scienza moderna Al fine di dimostrare la ragione per cui il modello di integrazione della “massima deferenza” è destinato a fallire, è necessario innanzitutto rendere conto, molto sinteticamente, delle premesse e dei metodi propri della scienza moderna. La scienza moderna, così come fu fondata da Cartesio e Bacone nel XVII secolo, aveva l’intento di rappresentare un nuovo, potente meccanismo di produzione di conoscenze chiare, dimostrabili, e (soprattutto) utili. La grande innovazione di Cartesio fu quella di mettere da parte i dibattuti quesiti “speculativi”, come quelli che riguardavano «l’essere o la natura o la bontà delle cose, così come anche le domande sulle cause prime o ultime».1 Il nuovo approccio ha consapevolmente rinunciato alla teleologia degli antichi filosofi naturali la cui aspirazione era comprendere che cosa fossero in sé le cose. Pertanto, liberata dalle domande più profonde sullo scopo e il significato che apparentemente la paralizzavano, la scienza si è ritrovata libera di perseguire unicamente la conoscenza sulla composizione e la funzione delle cose naturali. Paradossalmente, accentrandone l’orizzonte su questioni più “pratiche”, Cartesio ha amplificato il potere della scienza portandolo a un livello mai visto in precedenza. In linea con tale spirito, Cartesio e Bacone hanno iniziato a progettare un nuovo metodo di indagine scientifica, teso a comprendere come funziona la natura. Lo scopo ultimo di tale metodo era sfruttare la natura a fini umanitari, ovvero fare in modo che la natura fosse messa al servizio dell’umanità. L’aspirazione di questo nuovo metodo era di coniugare l’analisi razionale rigorosa con la sperimentazione attiva e la raccolta imparziale di dati empirici. Bacone pose una nuova enfasi sull’assoggettamento dei fenomeni naturali al rigore della sperimentazione, convinto che «la natura delle cose si sveli più prontamente se sottoposta alle vessazioni dell’arte piuttosto che lasciata nella propria libertà naturale». Tale metodo attivo si pose in netto contrasto con l’antico approccio scientifico che utilizzava un’osservazione e contemplazione più passive dei fenomeni al fine di discernerne i fini naturali. Svincolati da preoccupazioni teoriche sul significato e gli scopi ultimi in natura e incentrati invece sul perseguimento empirico e attivo della conoscenza in termini di come funzionano le cose, i poteri della scienza moderna si sono moltiplicati in modo esponenziale. Tre caratteristiche aggiuntive correlate a questo aspetto hanno contribuito in modo sostanziale alla fioritura della scienza moderna, precisamente al suo votarsi al fisicalismo (la nozione secondo cui nell’universo non vi sia altro se non materia fisica), al meccanismo riduttivo (la valutazione e la spiegazione dei fenomeni naturali esclusivamente in termini di struttura, azioni e interazioni delle loro costituenti fisiche più basilari) e all’adesione stretta a regole e limiti epistemici (ignorando così le domande e i concetti non esplorabili con l’utilizzo degli strumenti limitati e del linguaggio della scienza moderna). Le domande “speculative” originariamente avanzate da Cartesio circa il bene (o il male), gli scopi, o il significato ultimo delle cose naturali, rimangono sul tavolo. Le problematiche che non possono essere concepite e risolte dagli strumenti della scienza rimangono inesplorate. Pertanto, la scienza moderna «non è rappresentazione e dimostrazione della verità, bensì un’arte: l’arte di trovare la verità, o meglio, quella porzione di verità che si presta a essere trovata con arte».2 Inoltre, la conoscenza prodotta dalla scienza moderna è intesa per essere neutrale rispetto ai valori. Nelle famose parole di Stephen Jay Gould: «Il magistero della scienza riguarda lo spettro empirico, ovvero ciò di cui è fatto l’Universo (fatti) e il motivo per cui funziona in questo modo (teoria)», ed è silente sulle «questioni di significato ultimo e di valore morale».3 Questo impegno disciplinato verso la struttura epistemica della scienza moderna ne ha rappresentato la chiave del successo. Ha osservato Leon Kass: «La scienza della natura ha compiuto enormi progressi proprio per la sua neutralità metafisica e l’indifferenza verso le domande sull’essere, sulla causa, sullo scopo, sull’interiorità, sulla gerarchia e sul bene o male delle cose, ivi incluse le conoscenze scientifiche».4 Tuttavia, come illustreremo di seguito, questi limiti epistemici auto-imposti, che hanno alimentato il potere della scienza in quanto produttore di conoscenze utili, fanno dell’approccio di “massima deferenza” uno strumento non idoneo a rispondere alle domande normative umane di bioetica pubblica. Critica al Modello di “massima deferenza” Perché il modello di integrazione comune ispirato alla “massima deferenza” è insostenibile in linea di principio? In parole semplici, la sua impostazione di base a delegare a mo’ di “taglia unica” non regge, perché la scienza moderna è concepita per essere indifferente a molti (forse tutti) quesiti pubblici dibattuti che stanno al cuore di questo campo. Per le ragioni sopra riportate, il potere analitico della scienza moderna dipende da questa indifferenza alle domande su significato, scopo e valore ultimi. Ma la bioetica pubblica riguarda, in ultima istanza, l’aggiudicazione proprio di queste domande. Per illustrare meglio questo punto, è utile considerare l’esempio del dibattito statunitense sui finanziamenti federali alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Questo dibattito, ovvero il tema che ha definito la bioetica pubblica negli ultimi dieci anni, riguarda un disaccordo normativo su molteplici fronti. Innanzitutto, c’è la questione dello stato morale dell’embrione umano che, nell’ambito della ricerca sulle staminali, viene intenzionalmente smembrato e distrutto. L’embrione, semplicemente in virtù del fatto che è un membro vivente della specie umana (vale a dire un organismo umano), ha diritto a godere di rispetto morale e tutela legale? Oppure un determinato embrione deve soddisfare criteri supplementari di “personalità” (ad esempio, benchmark di sviluppo, l’essere “voluto” da un potenziale genitore gestazionale ecc.) per poter meritare riguardo morale e tutela legale? Arruolare un membro della specie umana in una sperimentazione, che necessariamente ne implica la demolizione, è in linea con le norme di uguaglianza e giustizia? E la libertà scientifica? E l’aspirazione umanitaria a perseguire le cure per le malattie e gli infortuni? E il desiderio di conoscenza fine a se stesso? E il rispetto del pluralismo e la complicità obbligata dei contribuenti? E che dire dei doveri dei cittadini e del dover affrontare le conseguenze delle elezioni? Come minimo, le tematiche del finanziamento federale alla ricerca sulle staminali da embrione riguardano rivendicazioni normative contrastate che implicano concetti come personalità, uguaglianza, autonomia, giustizia e beneficenza. Che aiuto può dare la scienza moderna in questo contesto? A una lettura superficiale, sembra che la scienza moderna possa offrire molta assistenza. Essa può chiarire le proprietà biologiche dell’embrione; ad esempio, l’embriologia moderna conferma che l’embrione è un membro intero, vivente, indipendente, integrato della specie homo sapiens, in sostanza un organismo umano. La scienza moderna può anche dare adito a speculazioni circa la promessa (o l’assenza di promessa) della ricerca sulle staminali embrionali di addivenire a conoscenze estremamente utili riguardanti lo sviluppo umano e, forse, le terapie rigenerative. Il valore aggiunto della scienza moderna sta quindi nel dare corpo ad alcuni termini del dibattito normativo. Ma per quanto concerne le domande decisive: chi conta come persona? A chi spetta fare la conta? In che modo comprendere il rapporto tra i nostri obblighi (eventuali) verso gli embrioni umani e verso quei pazienti futuri che potrebbero trarre aiuto dalla ricerca sulle staminali? E che dire della coscienza dei contribuenti? Che cosa può dire in merito la scienza moderna? È utile considerare individualmente tali quesiti. Che cosa può dire la scienza in merito alle “persone”? Scrive Steven D. Smith: «Nelle premesse e nei metodi della scienza, le “persone” sembrano dissolversi come categoria ontologica separata. Fondamentalmente una persona è concepita squisitamente come un complesso sistema di particelle».5 Questo tipo di riduzione non aiuta a rintracciare distinzioni morali tra embrione, feto ed esseri umani post-nascita. Semmai, essa confonde ulteriormente il quadro etico. Una riduzione completa (sempre che sia possibile) potrebbe addirittura offuscare la distinzione tra esseri “viventi” e “ non-viventi”. E che dire dell’“uguaglianza”? Yuval Levin ha individuato in modo conciso i limiti esplicativi della scienza moderna rispetto all’uguaglianza fra uomini: «La scienza, semplicemente, non può rendere conto dell’uguaglianza umana, e non offre ragioni per credere che siamo tutti uguali. La scienza misura le nostre qualità materiali e animali e le trova manifestamente diseguali». E riguardo ai principi etici di “beneficenza” (l’ingiunzione a non arrecare male e a massimizzare i benefici riducendo al minimo i danni) e “giustizia” (il quadro normativo per ripartire gli oneri e i benefici della ricerca sulle staminali embrionali)? Per valutare cosa esigono beneficenza o giustizia in questo contesto, occorre avere una concezione ex-ante di ciò che costituisce “il bene”, o forse, con meno ambizione, quali beni dovrebbero essere perseguiti. Occorre, inoltre, una concezione a priori di ciò che costituisce il male (o i mali) da evitare. Queste, tuttavia, non sono domande che riguardano oggetti fisici e che contemplano una soluzione con il metodo del meccanismo riduttivo. Non solo la scienza moderna non fornisce una risposta definitiva alla domanda su “chi” (se esiste) risulti leso dalla ricerca sulle staminali embrionali, ma rimane silenziosa di fronte alla domanda su cosa costituisca il “beneficio” e il “danno” in prima istanza. Una bioetica pubblica che utilizza solo la scienza? Coloro che esercitano la sola scienza per “fare bioetica” potrebbero essere semplicemente tentati di escludere qualsiasi principio etico esuli dall’ambito scientifico in virtù del fatto che tali principi sono inintellegibili (ovvero tutti). Ciò succede quando la stretta adesione alle regole epistemiche della scienza moderna viene generalizzata alla bioetica pubblica. Poiché è impossibile che la scienza moderna dia conto normativo del bene, del male, dell’uguaglianza, della giustizia e persino delle “persone”, tali principi finiscono per essere appiattiti a meri artefatti prodotti dalla mente (forgiati dall’evoluzione) o privati del loro ricco significato normativo. Si attua così il salto dall’«indifferenza metodologica rispetto alle questioni del meglio e del peggio», alla conclusione che tale «indifferenza si riflette sostanzialmente nella natura delle cose».6 Stephen Jay Gould rispecchia questa inclinazione nell’affermazione secondo cui «la [n]atura non è stata costruita come nostra dimora finale, non sapeva che saremmo arrivati noi (dopotutto, siamo degli intrusi dell’ultimo microsecondo geologico), e di noi non gliene importa nulla (in senso metaforico)».7 Il Premio Nobel Francis Crick conviene: «Le vostre gioie e i vostri dolori, i vostri ricordi e le vostre ambizioni, il vostro senso di identità personale e il libero arbitrio sono, di fatto, null’altro che il comportamento di un nutrito assieme di cellule nervose e delle molecole a esse associate».8 Cosa c’è di sbagliato nel rinunciare a concetti etici in quanto non validi perché non dimostrabili, o rischiarabili, con gli strumenti della scienza (al di là di renderne conto in modo puramente descrittivo)? Innanzitutto, tale rinuncia sembra essere frutto di una confusione tra i limiti epistemici auto-concepiti e la neutralità normativa della scienza moderna con i limiti della conoscenza e della comprensione più in generale. Sembra verificarsi una sorta di confusione tra il familiare e il necessario, laddove i postulati vengono confusi con le prove. Ma l’annullamento o la radicale riduzione dei concetti etici nel discorso sulla bioetica pubblica è peggio di un semplice errore di ragionamento; essi comportano conseguenze gravi per l’umanità. Che tratti assume il governo della scienza e della medicina praticate in nome dell’etica in un sistema privo di una concezione articolata di uguaglianza, giustizia, beneficenza, autonomia o persino delle persone? Come se la potrebbe cavare il più debole e vulnerabile di noi in un tale regime sociale? Come si potrebbero difendere persino quelle aspirazioni umanitarie al servizio delle quali è stata sviluppata la scienza moderna? Secondo questo approccio, a cosa serve la scienza? A cosa serve la medicina? E, per quel che conta, a cosa servono i governi e il diritto? La scienza moderna non dà modo di rispondere a queste domande. Alcuni, quindi, cedono alla tentazione di considerarle prive di significato. Una conclusione del genere è il rischio più grave insito nel modello di integrazione della bioetica pubblica ispirato alla “massima deferenza” Conclusione La bioetica pubblica implica discussioni normative sui fini, sul significato morale e sul valore. Ma, come osserva George Graham, «la scienza non può dedurre o produrre conclusioni scientifiche riguardanti gli obiettivi o gli intenti appropriati della politica pubblica. Essa può, al massimo, produrre una migliore comprensione delle cause e degli effetti che circondano le cose su cui influisce la politica di governo».9 Frank Fukuyama indica una serie alternativa di discipline più idonee a determinare i fini e a offrire strumenti atti a dare un giudizio fra intenti in competizione fra loro: «Solo la teologia, la filosofia o la politica possono stabilire i fini della scienza e dei prodotti della tecnologia e pronunciarsi sulle qualità di bene o male di tali fini».10 Malgrado il suo grande potere strumentale, la scienza da sola non è in grado di governarci. E, andando più in profondità, essa non può soddisfare quell’anelito che scaturisce dalla sproporzione strutturale tra le esigenze di bellezza, verità, giustizia, amore e felicità che costituiscono il nostro cuore e l’incapacità di dare a noi stessi una risposta esauriente. Per quella, occorre alzare lo sguardo all’infinito. (Traduzione di Paola Pirola) 1 L.R. Kass, Life, liberty, and the Defense of Dignity, Encounter Books, San Francisco 2002, p. 279. 2 L.R. Kass, Science, Religion, and the Human Future, in Commentary Magazine, aprile 2007, p. 147. 3 S. Jay Gould, Rocks of Ages: Science and Religion in the Fullness of Life, 3, Ballantine Books, 1999. 4 L.R. Kass, Science... cit., pp. 38-39. 5 S.D. Smith, Law’s Quandary, Harvard University Press, Harvard 2004, p. 28. 6 L.R. Kass, Science... cit., p. 44. 7 S. Jay Gould, Nonoverlapping Magisteria, in Natural History, 106, 1997, p. 25. 8 F. Crick, The Astonishing Hypothesis: The Scientific Search for the Soul, Touchstone edition, New York 1994, p. 3. 9 G.J. Graham, Jr., The Necessity of the Tension, in Social Epistemology, 7, 1993, pp. 25, 30. 10 F. Fukuyama, Our Posthuman Future: Consequences of the Biotechnology Revolution, Farrar Straus and Giroux, New York 2002, p. 185. John D. Kraemer e Lawrence O. Gostin esprimono un’argomentazione simile nel loro articolo, Science, Politics, and Values: The Politicization of Professional Practice Guidelines, in JAMA-The Journal of the American Medical Association, marzo 2009, pp. 665-667.
Bioetica pubblica e incommensurabilità
di Orlando Carter Snead / Professore di Diritto William P. and Hazel B. Director, Center for Ethics and Culture University of Notre Dame (USA)
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