Quadrimestrale di cultura civile

Fondamenti della democrazia nel tempo della crisi

di Luca Antonini / Ordinario di Diritto costituzionale, Università degli Studi, Padova

Quali sono, nella nostra situazione, i baluardi della democrazia? È la domanda che ha animato un recente seminario organizzato da Fondazione per la Sussidiarietà per discutere sulla fine della “Seconda Repubblica”, nella consapevolezza che sia giunto nuovamente il momento di un confronto serrato sulle idee fondanti. Alla fine della “Prima Repubblica” fu proprio da un analogo seminario milanese con alcuni accademici che nacque l’idea di rilanciare (con una elaborazione attualizzata) quel principio di sussidiarietà che ha poi influito positivamente su un contesto caratterizzato dalla colonizzazione politica della società civile e dallo statalismo. In fondo fu quella, almeno in linea teorica ma non solo (basti pensare all’inserimento del principio in Costituzione), una delle idee più felici della “Seconda Repubblica”. Oggi, per la “Terza Repubblica”, con i suoi scenari complessi (dalla spinta dell’antipolitica alla crisi istituzionale dell’Europa, dalla più generale crisi finanziaria all’emergere nuovo, anche in Italia, di profonde disuguaglianze sociali, fino a segnali di cedimento della coesione sociale) non sembra emergere, a livello istituzionale, una nuova, analoga idea fondante. Da qui la scelta del luogo, delle persone e del metodo, per avviare come allora una nuova riflessione. Da questo confronto è nato l’embrione di un manifesto di punti essenziali (o problematici), che potrà avviare ulteriori iniziative e confronti. Quello che segue è un resoconto sintetico del seminario, dove ogni intervento identifica almeno un principio, una idea o un problema che va a costruire il tassello di un embrione di risposta alla attuale crisi della democrazia. Nello specifico, per Stefano Delle Monache, ordinario di Diritto civile, la formula “crisi della democrazia” va messa in rapporto con il fenomeno della “crisi della politica”. Quest’ultima «non appare più in grado, oggigiorno, di adempiere la funzione che le spetta, quale strumento di ricerca e realizzazione del bene comune mediante un dialogo costruttivo attorno alle diverse opzioni in gioco. La politica si presenta, piuttosto, come un sistema autoreferenziale di conservazione del potere concepito come fine, e non certo come un mezzo. È dunque indispensabile una rigenerazione: delle forze che si dedicano alla politica, ma anche e soprattutto delle logiche che governano il suo svolgimento. In particolare, la politica è chiamata a riorganizzarsi attorno al “principio di responsabilità”. Il mandato degli elettori non è fonte di un privilegio. È necessario il recupero, insomma, di una “buona” politica non solo come amministrazione quotidiana della cosa comune, ma anche intesa come politica “alta”, capace di scelte forti e non meramente orientate a intercettare il consenso popolare. Nella qual prospettiva sarebbe il caso di porre con decisione il tema della temporaneità delle cariche pubbliche, quale garanzia di un più sicuro indirizzamento dell’azione politica verso l’obiettivo del bene comune». Vincenzo Tondi della Mura, ordinario di Diritto costituzionale, ha posto il problema dell’assenza di contropoteri: «Su tutti i piani dell’impianto politico-istituzionale della “Seconda Repubblica” i singoli poteri hanno esercitato le proprie funzioni in assenza di quei contrappesi, contro-poteri e luoghi di controllo propri di ogni sistema costituzionale. I partiti, verticizzati (se non personalizzati), privi di democrazia interna e con la connivenza dei parlamentari-designati, hanno perseguito un indirizzo politico affrancato dal controllo degli iscritti, legittimando così quei fenomeni di malaffare interno che alcune recenti indagini hanno da ultimo evidenziato. La magistratura inquirente ha agito affrancata dal controllo del CSM, stante la peculiare composizione di quest’ultimo. Analogamente, quella giudicante è giunta ad elaborare un diritto giurisprudenziale concorrente con quello legislativo e invincibile, in quanto sostanzialmente affrancato dal controllo di costituzionalità e (ovviamente) da quello politico. I mass media, affrancati da responsabilità e sanzioni, hanno divulgato documenti secretati e informazioni, così rafforzando il proprio potere di manipolazione dell’opinione pubblica. Le regioni sono diventate un centro di spesa irresponsabile anche per una forma di governo che rende il governatore invincibile a ogni controllo da parte del Consiglio. Il Parlamento, svuotato di un proprio ruolo di controllo nei riguardi del governo, anche in ragione della presenza di parlamentari-designati, si è limitato a ratificare le decisioni del secondo in assenza di uno statuto delle minoranze e di un eventuale contributo critico elaborato da un governo-ombra. In conclusione, dappertutto satrapie invincibili e irresponsabili che, affrancate da ogni controllo, bloccano lo sviluppo del sistema, trasformando il Paese in un coacervo di caste conflittuali e senza speranza di futuro». Giulio M. Salerno, ordinario di Diritto pubblico, ha sottolineato il rapporto responsabilità/ efficienza: «Una questione centrale del nostro assetto democratico è la mancanza di un sistema di poteri pubblici davvero capaci di agire in modo responsabile ed efficiente. La democrazia, se vuole esistere e sopravvivere, esige che, dalla tendenziale corrispondenza di volontà tra i rappresentanti e i rappresentati, scaturiscano decisioni idonee ad affrontare le principali questioni del vivere associato. Da noi, il circuito della responsabilità dei soggetti e degli organi pubblici è in grave crisi, e l’efficienza dei processi decisionali è assai debole. A tal fine, è necessario restituire chiarezza e sistematicità ai luoghi delle decisioni pubbliche, in modo che sia riconoscibile “chi fa che cosa” e dunque “chi risponde per quello che fa” (bene, male, o niente affatto). Sia nei rapporti tra autonomie territoriali e Stato, sia tra le istituzioni statuali, occorre una decisa svolta riformatrice nel senso della redistribuzione e della razionalizzazione delle funzioni pubbliche in un senso coerente con il bene comune dell’intera collettività. E ciò anche al fine di poter partecipare a pieno titolo al processo di integrazione europea che rappresenta la prospettiva ineludibile del nostro cum vivere». La concentrazione del potere è stata sottolineata da Isabella Loiodice, ordinario di Diritto pubblico comparato: «Il Parlamento è una mera espressione delle scelte del vertice di singoli partiti, tanto nella sua composizione quanto nelle sue decisioni. In tal modo si è potuto procedere a forme di concentrazione anche del potere televisivo/informativo e, di conseguenza, a una concentrazione del potere economico. Un esempio. L’azione politica in ambito televisivo/informativo è stata condotta in modo evidente a detrimento delle emittenti locali. Da un lato la tutela del noto duopolio del settore, dall’altro un continuo, pesante taglio dei contributi statali alle emittenti locali. E quando l’Europa ha condannato l’Italia per tale sistema anticoncorrenziale, il nostro potere politico, concentrato e verticizzato, ha prontamente introdotto il sistema televisivo digitale. In apparenza il digitale si presenta come un sistema aperto, democratico, pluralistico. La verità è diversa. L’AgCom, autorità c.d. indipendente in materia di telecomunicazioni, ha regolamentato, per il nuovo sistema, l’assegnazione delle numerazioni e quella delle frequenze. Con il piano relativo alle numerazioni si sono favorite le più potenti realtà televisive nazionali attraverso l’assegnazione delle prime 9 posizioni alle emittenti di proprietà di tali grandi gruppi; sono le numerazioni presenti sul telecomando che permettono di prendere le fette più ampie del mercato televisivo e, quindi, di quello pubblicitario. Eppure sulle numerazioni 8 e 9 sono state poste, per decenni, dagli italiani, le emittenti locali delle singole aree comunali, provinciali, regionali italiane. Così le emittenti locali non riescono più a vendere gli spazi pubblicitari con perdite economiche gravemente lesive e in diversi casi letali. Il crollo delle emittenti locali sta conducendo anche a una concentrazione (voluta?) del potere economico. Le PMI e cioè le piccole e medie imprese sono state private della possibilità di mantenere e sviluppare il loro mercato. Come noto, infatti, l’anima del successo è la pubblicità ma per le PMI il luogo naturale per il loro messaggio pubblicitario sono ovviamente le emittenti locali. I mercati locali stanno così diventando terra di conquista dei grandi gruppi commerciali”. Francesco Cavalla, professore emerito di Filosofia del Diritto, ha messo l’accento sulla dissoluzione delle forme, che «sembra essere la cifra interpretativa della cultura contemporanea. Mentre si frantuma ogni mondo passato, resta possibile solo l’attività che prende congedo da ogni forma e se ne svincola fino in fondo: la produzione; e una produzione non già di beni materiali ma di ciò che, immateriale, consente semplicemente di continuare a produrre, cioè il credito. Produrre credito: qui si convogliano le più efficaci energie della modernità. Ma il credito in se stesso non ha uno scopo determinato; e poi, se si sa chi gode del credito, resta nascosto chi ha il potere di attribuirlo e per quali fini. In questa società, anonimi i veri potenti, occultata ogni destinazione, non si danno più le condizioni per proporre programmi, scopi, valori. Per ritornate all’origine, l’arché, di ogni civiltà dove imperituro opera il logos – potenza che consente a uomini e cose di legarsi fra loro in forme sempre più complesse – non servono ricette, ma bisogna richiamarsi alla pazienza monastica e porre in atto quello stoico impegno quotidiano di chi non si subordina a risultati prossimi». Secondo Paolo Moro, ordinario di Filosofia del diritto, «l’informatizzazione, la burocratizzazione e il tecnicismo procedurale hanno portato alla limitazione delle libertà fondamentali e alla deresponsabilizzazione di ogni soggetto pubblico e privato, favorendo l’avanzare dei poteri deformalizzati e privi di bilanciamento politico e di controllo giuridico. La condizione politica e sociale postmoderna, fondata su una cultura relativistica e secolarizzata che vive una libertà negativa e immanente, è una questione antropologica e impone di uscire dalla contingenza, ripensando criticamente la concezione dell’uomo dialogico e rivalutando la libertà come responsabilità relazionale: infatti, essere responsabili non significa essere capaci di volere, ma rispondere all’altro e ascoltare l’altro nel vincolo comune della reciprocità. L’antropologia relazionale implica la valorizzazione di una libertà del soggetto collegato ad altri che non dipende dal potere politico ma che può consentire di ripensare la presenza di una comunità autonoma quale microcosmo spontaneo, decentrato e reticolare senza lo Stato». Per Lorenza Violini, ordinario di Diritto costituzionale, oggi «vengono al pettine nodi che hanno origini lontane. Il modello liberale prima e il modello democratico sociale si fondano su un modello di relazione tra Stato e società civile basato su una profonda frattura tra i due segmenti, frattura che si è tentato di colmare in vari modi, da ultimo conferendo ai partiti il ruolo di cerniera. Questa modalità della rappresentanza ha via via perso i suoi connotati ideali e il collante ideologico e/o valoriale che la contraddistingueva e ha ceduto il posto al governo dei tecnici, soluzione inevitabile per molti motivi ma, in fondo, per una in capacità della classe politica di mantenere un rapporto equilibrato, fatto di condivisione di interessi e di valori, con la società civile e finendo nel vicolo cieco dell’autoreferenzialità o dell’antipolitica. Si portano così alle estreme conseguenze problemi strutturali delle moderne democrazie, che la crisi finanziaria si è fatta carico di sancire. Quali le vie d’uscita? Niente di magico – ovviamente – e niente parole d’ordine ma una ripresa della visione sussidiaria del rapporto pubblico/privato. Di questa parola non abbiamo ancora sviscerato tutti i possibili significati e le implicazioni logiche; occorre un ulteriore lavoro di riflessione per dar carne a questa idea a un tempo semplice ma ancora tutta da capire ». Andrea Pin, ricercatore di Diritto costituzionale, ha posto il problema di una deviazione tecnocratica: «La tecnocrazia è giunta ora al cuore delle istituzioni democratiche, sotto la pressione della crisi finanziaria. Le sedi della rappresentanza puntano su professionisti sganciati da circuiti rappresentativi, che devono compiere delle scelte rapidamente, mentre il controllo democratico diviene difficile e tardivo. Questo ha, a sua volta, un impatto sulla politica: sia perché le questioni che catturano l’attenzione sono affrontate sotto il profilo dell’efficienza, sia perché i partiti, delegando l’analisi e le decisioni importanti, perdono rilievo. La globalizzazione non ha modificato solo le sedi della decisione, ma le caratteristiche della decisione stessa, sottraendole al controllo democratico e appiattendole su logiche efficientistiche. Le istituzioni democratiche ora svolgono un ruolo d’investitura fiduciaria di terzi, anziché governare». Infine, secondo Andrea Morrone, ordinario di Diritto costituzionale, «il ventennio che abbiamo alle spalle ha mostrato luci e ombre: ma non dobbiamo commettere l’errore di gettare dalla finestra, con l’acqua sporca, anche il bambino. I temi del bipolarismo e dell’alternanza e delle autonomie territoriali vanno infatti ripresi e portati a compimento. La transizione italiana deve essere chiusa, con alcune significative riforme: sulla forma di governo, sviluppando il modello di una democrazia maggioritaria dell’alternanza, nella quale i cittadini possano scegliere una maggioranza e un governo; sulla forma di Stato, valorizzando il principio di responsabilità come cornice entro la quale rafforzare l’unità della Repubblica e le regioni. Inoltre, devono essere spese energie per ridurre le tendenze neo-corporative presenti nelle nostre società, facendo riscoprire il valore della sfera pubblica e della dimensione politica anche ai gruppi di interesse privato».