Quadrimestrale di cultura civile

Esperienza elementare e riflessione giuridica

di Eugenio Mazzarella / Professore ordinario di Filosofia teoretica, Università Federico II di Napoli

Il richiamo alla nota introduttiva al volume di Julián Carrón, in cui si dice che: «La riflessione giuridica discende direttamente dalla concezione di uomo che si ha» coglie effettivamente un filo rosso dei testi di Simoncini, Violini, Carrozza e Cartabia e insieme un loro comune problema. Dato per assodato il nesso tra antropologia e diritto, il modo in cui questo nesso oggi si presenta con forza nella stagione dei diritti umani – dove «la persona sembra essere il risultato dei suoi diritti» mentre deperisce l’istanza della fondazione dei diritti sull’esistenza e il valore della persona – esprime una peculiare ambiguità, perché è proprio un’antropologia della persona a sostegno della riflessione giuridica che sembra venir meno. Questo perché, a chiedere questi diritti, più che la persona, è piuttosto l’individuo, ma i diritti dell’individuo, così costruiti nel diritto, non sembrano conseguirne davvero la tutela come pure vorrebbero. Non sembrano cioè riuscire a conseguire la tutela dell’individuo nella sua identitaria matrice relazionale, già solo ad esempio il rispetto della cultura in cui è immerso o della cornice di credenze e valori di una fede religiosa e persino di una laicità conseguente, positiva e non meramente reattiva, laicista come si usa dire. Questa tutela dell’individuo nella sua identitaria matrice relazionale, o tout court comunitaria, è ciò che poi si è storicamente e concettualmente tradotto nell’idea di persona, come bilanciamento di autoriferimento e relazionalità nella struttura dell’umano; come bilanciamento dell’autoriferimento a sé, che costituisce l’identità individuale, e della relazionalità, in cui, e da cui, questo autoriferimento emerge e si sostiene. Questo anche nella massima curvatura verso il proprio “sé” (il proprio “interno”) dell’interiorità, sia questa curvatura egoica individualisticamente gestita in una ipertrofia dell’ego o persa a se stessa nel collasso autistico, che è collasso dell’identità come capacità di stare al mondo nel fuori di sé. Questo punto va rimarcato. L’interiorità porta sempre dentro di sé qualcosa del “fuori”, persino il vuoto di relazione. Anche il suo collasso relazionale (come attesta la psicopatologia) parla della relazionalità strutturante l’individuo, che è in-dividuum, diviso- in (qualcosa; ciò che gli è comune con gli altri), per essere indivisione posta in se stessa: persona. L’antropologia della persona ha una base ontologica autoconsistente nel concreto esserci dell’individualità come coscienza di sé – intendendo con ciò il concreto modo con cui l’individuo come coscienza di sé viene e rimane a sé. Come Benveniste ha insegnato, risalendo il filo della lingua: “sé” è “swe”, radice linguistica indoeuropea, che esprime l’identificazione del gruppo, un noi intensivo, da cui emerge l’io, l’identità dell’io, e che funge da base – nel senso anche che lo resta sempre – di ogni processo di identificazione concreta e non astratto-definitoria, dell’io. Un insegnamento che ogni antropologia, e tanto più l’antropologia giuridica esposta di necessità al lessico astratto-definitorio della formalizzazione del diritto positivo, dovrebbe sempre tenere a mente. Marta Cartabia segnala, nel testo – con puntualità e acume – questo paradosso della non consequenzialità del raggiungimento effettivo da parte del diritto della tutela della persona, per il tramite della sua “costruzione” nel diritto, a partire dalla richiesta dei suoi diritti come diritti di un individuo scorporato dal suo essere persona. L’assolutizzazione dei diritti che nasce dal disancorarli dal loro humus relazionale di godimento – e di “confinamento” morale – per agganciarli a un soggetto di diritti ridotto a pura volontà – volo ergo sum, e per essere voglio questo e quello e che mi si riconosca che posso volerlo – porta a una loro proliferazione che falsifica lo scopo della richiesta: l’equazione “più diritti=più giustizia” non funziona, non c’è in quest’ambito progresso per accumulazione. Oggi è un tema della riflessione giuridica, sottolinea la Cartabia, che «se non si vuole pregiudicare la credibilità stessa dei diritti umani universali, occorre contrastare questa tendenza all’uso inflazionistico dei diritti, mantenendo nell’ambito dei diritti umani universali solo che ciò che appartiene all’esperienza elementare di ogni persona umana». Solo un approccio del genere ci eviterà il corto circuito che l’irrobustimento della tutela internazionale dei diritti individuali come aspirazioni o beni che devono essere riconosciuti a tutti gli uomini – del tutto auspicabile ben inteso – non venga contraddetto dalla critica alla universalità dei diritti (da una versione del relativismo culturale in ambito giuridico). La ragionevolezza dei diritti Una critica all’universalità dei diritti che trova le sue ragioni nell’incapacità di diritti così generati – generati in sostanza nello spazio mentale di un iper-individualismo affermatosi nelle società occidentali – di rispettare l’humus culturale, religioso o più semplicemente il vincolo comunitario di ogni aspettativa individuale, senza che essa rechi pregiudizio a un’aspettativa di pari, o superiore, rango – individuale o collettiva – alla dimensione relazionale in cui emergono i diritti. Perché, in definitiva, quando chiedo un mio diritto, il rispetto di un mio diritto, chiedo sempre qualcosa a qualcuno, che l’altro si rispecchi nel mio diritto, il che almeno mi obbliga a rispecchiarmi in un suo eguale diritto, o quanto meno a tener conto della sostenibilità per lui del rispetto, del riguardo che gli chiedo del mio diritto. Ogni esigenza di diritto porta con sé un’esigenza di ragionevolezza dei diritti, e conseguentemente di buon uso della ragione come discorso pubblico che porta ai diritti e alla loro codificazione. Il ricorso alla nozione di esperienza elementare tematizzata da don Giussani come criterio esterno di giudizio di questa ragionevolezza, che traversa un po’ tutti i contributi di questo volume – diffusamente discusso e problematizzato particolarmente da Simoncini – è significativo, perché ci aiuta a vedere, a mio avviso, giusto il nesso tra antropologia e diritto, che la crisi della fondazione dei diritti nell’esistenza e nel valore della persona, più che crisi nel diritto, è crisi nella concreta esperienza giuridica, quale oggi si configura, per usare una fondamentale concettualizzazione di Capograssi, ancora del tutto funzionale a leggere il divenire del diritto e dei diritti. La crisi della fondazione dei diritti nell’esistenza e nel valore della persona, è crisi nell’esperienza giuridica stessa come nesso in fieri di esperienza antropologica e diritto, nell’esperienza che l’uomo fa di sé mentre, incontrando gli altri, incontra diritti e diritto: i diritti e il diritto codificato e che si codifica statualmente del suo tempo; una codificazione, quella statuale, per altro, che è solo una di quelle vigenti e ampiamente recessiva rispetto al passato a fronte di altre fonti del diritto. Il che, sia detto per inciso, non è di per sé un bene, se poi le codificazioni statuali recedono non per cedere il passo a rapporti sociali che vincolano ragionevolmente, in una logica di sussidiarietà, ma piuttosto recedono davanti a puri “codici” di mercato vigenti non perché democraticamente legittimati ma perché la loro forza si procura un diritto non altrimenti impugnabile che da una statualità sopranazionale, che da un lato sembra un ossimoro, dall’altro un ossimoro necessario. E che a ogni modo fatica a emergere, mentre sono ben emersi i nuovi diritti globali del mercato e della finanza. Nuovi scenari La nuova domanda di “Stato” e di “regolazione statale” che Benedetto XVI nota nella Caritas in Veritate nasce più che da soggettivismi radicali che vi si pongono in coda, rectius da domande collettive che sono domande di comunità; e la funzione “moderna” dello Stato, di ascolto alla domanda di diritti individuali della persona e di riparo da un ancien régime fatto di status e privilegi, non ha poche ragioni per essere richiamata in servizio nel noveau régime di status e privilegi che ci sta facendo conoscere la globalizzazione, dove una lettura di scenario nel bene e nel male trova certo i tratti di un nuovo medioevo, ma deprivato dei tratti comunitari del medioevo storico e da cui farsi fascinare per un giudizio onesto sull’esperienza giuridica contemporanea resta a mio avviso complesso. Ma, per tornare all’esperienza elementare, voglio dire che, se l’esperienza elementare è quell’impronta interiore che «nell’universale paragone con se stesso, con gli altri, con le cose» vede l’uomo dotato «di un complesso di evidenze ed esigenze originali» – bontà, giustizia, verità, felicità –, «talmente originali che tutto ciò che l’uomo dice o fa da esse dipende» (Giussani), è proprio quest’impronta, che è il cuore buono dell’uomo come persona degna, che sembra meno marcare il mondo di cui facciamo esperienza. Con una certa delusiva attitudine a leggere troppo eminenti i tratti nichilistici e relativistici del contemporaneo, attitudine che esita da una crisi che è nella società – e si riflette nel diritto – di ciò che di meglio è storicamente emerso, prima ancora che nella riflessione antropologica, nella cultura come antropologia vissuta dell’Occidente grecoeuropeo- cristiano, nella connessione storico-spirituale Roma-Atene-Gerusalemme. È proprio la crisi della persona nella società, la mancanza di rispetto per le sue aspettative e le sue esigenze di bontà, giustizia, verità, felicità, che la spinge a chiudersi nel mondo “senza porte e finestre” di un iper-individualismo, dove la persona, che si avverte come dimidiata, crede di meglio proteggersi accampando a ogni piè sospinto diritti come individuo.Ma proprio per questo, mentre chiede al diritto diritti che come individuo abbandonato a se stesso la società non gli riconosce, e lo fa alzando la voce come capacità di farsi valere nelle sue pretese, è sempre una persona che si vorrebbe essere il risultato di questa richiesta di diritti individuali; è ancora il tessuto relazionale della persona che chiede di non essere del tutto sfibrato. In questo alzare la voce dell’individuo, quando non è l’arroganza di un egoismo indurito, che non ha dubbi, c’è sempre una richiesta di giustizia, e di giustizia come persona. La crisi della fondazione dei diritti nell’esistenza e nel valore della persona – altra volta risolta con la costituzionalizzazione della persona – poiché è crisi che si genera nella crisi antropologica del contemporaneo, non richiede solo la difesa di quella costituzionalizzazione (e del nocciolo imprescrittibile di diritto naturale che vi è implicato), non richiede cioè solo il raccogliere una sfida nel diritto, ma prima ancora che si raccolga quella sfida sul terreno antropologico. Il diritto come esigenza di giustizia È su questo terreno che si tratta di far vivere innanzitutto l’esperienza elementare di cui parla don Giussani, nei vissuti rapporti sociali tra gli uomini; dove quest’esperienza elementare si fa leggere come esperienza originaria dell’umano in senso produttivo: come l’esperienza dove si origina l’umano dell’uomo, come l’uomo che amiamo, che ameremmo incontrare – cioè l’uomo che ama il prossimo suo come se stesso, denegando l’homo homini lupus che è l’altra strada che si può imboccare al bivio dell’incontro con l’umano; ed è qui che sorveglia con l’etica (e prima ancora la religione) l’istituzione del diritto. Come scrive Giussani: «Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano; l’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno». Il che, calato nel nostro discorso, viene a dire che il “buon diritto” non viene garantito solo dal diritto, da un esterno impositivo, ma da un’adesione interiore alle ragioni del diritto come esigenza di giustizia, che è infinita, ed è sempre misura, nel “cuore” dell’uomo, di ogni diritto. E tuttavia, per restare nello spazio della lotta per il diritto, a sostenere il nesso che può avervi nel diritto positivo, nel diritto che si pone, a sostenere il ruolo che l’esperienza elementare di cui parla Giussani può giocare nel diritto, credo sia fondamentale oggi una qualche forma di riabilitazione, contro il positivismo giuridico, dell’istanza di giustizia germinativa del diritto naturale, oggi accentrata nel discorso sui diritti umani. Il recupero di questa fonte di giustizia che è nell’esperienza elementare dell’uomo, a correggere anche la giustizia somministrata nei codici e amministrata nelle corti, mi sembra utile a impedire il declinarsi, e il declinare in ogni senso, del diritto positivo, del diritto posto e che si pone, come necessariamente deve essere, come positivismo giuridico; lo scadere della necessaria positività del diritto a positivismo giuridico; a impedire cioè la fallacia di una posizione del diritto che creda di essere autoconsistente nel suo porsi; autoposizione pura che creda di poter rispondere, una volta posta, solo a se stessa e non anche agli uomini che nella società la ragionano. In quest’istanza di “diritto naturale”, di aspirazione alla giustizia che si germina in cordibus, che l’esperienza elementare può aiutarci a proporre al diritto che si fa, in fondo a togliere incertezza ai nuovi passi dei diritti umani ciò che è richiesto è un passo antico delle vie della giustizia: ancora una volta è la vita che si fa avanti, la vita che chiede giustizia e chiede al diritto di essere aiutata ad averla. Presentazione del volume Esperienza elementare e diritto, di Marta Cartabia, Andrea Simoncini, Lorenza Violini e Paolo Carozza, edito da Guerini e associati, Roma, Camera dei Deputati, 10 luglio 2012.v