Quadrimestrale di cultura civile

Tecnonichilismo e desiderio grande di futuro

di Mauro Magatti / Professore ordinario di Sociologia generale, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

La crisi cominciata nel settembre di quattro anni fa è ben lungi dall’essere terminata. I suoi effetti negativi si prolungheranno almeno per tutto il 2013, ammesso che nel frattempo non intervengano altri dissesti che la rendano ancora più lunga. Sappiamo che ci sono problemi molto seri sul piano sociale, del lavoro, dell’occupazione e delle prospettive dei giovani che coinvolgono l’Europa e in parte anche gli USA, ma sappiamo che ci sono difficoltà anche in altre aree del mondo. Insomma: quella che stiamo attraversando è una crisi storica, una di quelle crisi che colpisce l’economia capitalistica (nel senso in cui Weber e Simmel usano questo termine) ogni qualche decennio. La fase che si è chiusa con il collasso finanziario dell’autunno del 2008 deve essere analiticamente distinta dalla stagione precedente che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, arriva fino agli anni Sessanta. È alla fine “del decennio della speranza” che il periodo post-bellico entra in crisi tanto sul piano culturale quanto su quello strutturale. Una crisi che occuperà l’intera decade successiva (gli anni Settanta) e che può essere riletta nei termini di una lenta transizione verso la nuova stagione, che si avvia con la vittoria neoliberista nei Paesi anglosassoni e che si dispiega a partire dalla caduta del muro di Berlino, nel 1989. Gli anni Novanta sono il decennio della “globalizzazione” galoppante che porterà alla luce nuove tensioni e nuove questioni che vedono nell’attentato dell’11 settembre 2001 un primo passaggio drammatico e nella crisi finanziaria del 2008 il suo definitivo scacco. Siamo dunque entrati in una nuova fase di transizione, che sarà lunga e difficile ma, speriamo, non troppo traumatica, alla fine della quale ragionevolmente si avvierà una nuova stagione di crescita basata su assetti e caratteristiche molto diversi da quelli che ci siamo appena lasciati alle spalle. Tenendo conto che, nella storia, tutto cambia e tutto resta uguale - nel senso che la distinzione tra cambiamento e continuità è di tipo a analitico -, da queste considerazioni deriva chiaramente che il problema non è tornare al primo settembre 2008. Far ripartire la macchina nel modo in cui ha funzionato tra il 1989 e il 2008 è, dopo la crisi, impossibile. La questione è dunque interrogarsi sulle prospettive che possiamo darci, sul modello di sviluppo che può nascere a partire dalla lezione che la crisi ci impartisce, sulla crescita di nuova generazione di cui abbiamo bisogno. Il capitalismo è una forma socio-storica straordinariamente adattiva, che ha assunto nel corso degli ultimi secoli caratterizzazioni anche molto diverse. L’ultima, che può essere utilmente qualificata come tecno-nichilista, ha tratti molto diversi dalla stagione precedente nella quale il capitalismo si era incardinato all’interno degli Statinazione, appoggiandosi sugli accordi del 1944 di Bretton Woods, che garantivano uno spazio di autonomia relativamente chiuso alle economie e alla politica di ogni singolo Paese. La complessa rete regolativa delle transizioni finanziarie e valutarie costituiva di fatto la precondizione per politiche economiche di tipo keynesiano associate allo scambio welfarista. Per questa ragione è utile definire quel periodo come “capitalismo societario”, cioè come un capitalismo che cresceva integrando progressivamente le classi subalterne all’interno del circuito dei consumi e del sistema democratico, dove lo scambio welfarista era fondamentale perché si trattava di portare all’interno del sistema, del benessere, della crescita, dello sviluppo quote sempre più ampie di popolazione. La ragione per cui il modello societario è entrato in crisi è prima di tutto di tipo culturale. Esattamente nel momento in cui il benessere economico, la stabilità democratica e il pluralismo culturale vengono raggiunti dalla stragrande maggioranza della popolazione in Occidente, gli assetti societari, che erano tendenzialmente rigidi, cominciano a traballare in ragione dello stesso successo del modello, che genera un’istanza di soggettività. Da questo punto di vista credo che questi trent’anni si debbano interpretare come la prima stagione storica di libertà di massa: nel senso che, per la prima volta nella storia, il 90% della popolazione nei Paesi occidentali (Europa e Nord America) accede alle tre condizioni classiche della libertà: un ragionevole benessere economico; diritti di cittadinanza democratica; uno straordinario pluralismo culturale. Allora, se è certo che il tema della libertà ce l’abbiamo ancora tutto davanti, allo stesso tempo, è anche vero che chi ha parlato di libertà nel corso dei secoli passati si immaginava che una volta che si fossero raggiunte queste tre condizioni, gli uomini sarebbero stati felici e il mondo avrebbe prosperato. La crisi ci parla anche dei fallimenti del primo esperimento storico in cui questo accesso alla libertà è stato raggiunto dalla stragrande maggioranza della popolazione occidentale. Da questo punto di vista, trovo straordinaria la lettura del tempo offertaci dalla Caritas in Veritate, che coglie perfettamente le premesse che stanno dietro questa crisi. Come dice Benedetto XVI, la crisi è fondamentalmente spirituale. E tale affermazione coglie la natura storica di quanto sta avvenendo: lo spirito del capitalismo tecno-nichilista si è esaurito, portando alla luce le sue contraddizioni. Per riaprire una stagione di crescita dobbiamo capire la natura di questa crisi spirituale. Negli anni Sessanta il capitalismo societario entrò in crisi per una serie di ragioni culturali: le persone, gli uomini e le donne che accedono al benessere economico, alla democrazia politica e al pluralismo culturale, aumentano la domanda di soggettività. Chiedono, cioè, più libertà. Le prime correnti culturali che ha risposto a questa istanza di soggettività è figlia del ’68 degli studenti che scoppia alla Sorbona di Parigi, alla Bocconi e alla Cattolica di Milano, all’Università di Berkeley in California. Non è un caso, se il ’68 comincia proprio nelle università più avanzate dei Paesi occidentali: lì, infatti, era concentrata la prima generazione di figli di quel benessere, di quella democrazia politica e di quel pluralismo culturale che il capitalismo societario aveva prodotto. E proprio quei giovani, che in un certo senso costituivamo una avanguardia del loro tempo, si alzarono in piedi e dissero al mondo degli adulti, ai loro genitori: «Avete fatto tante cose, avete creato il benessere, ma noi vogliamo fare il mondo come piace a noi», cioè: «Quello che ci manca è essere gli artefici del mondo. Non vogliamo più obbedire alla legge dei padri, vogliamo essere noi stessi». La seconda matrice culturale si afferma dieci anni più tardi, all’interno dei Paesi anglosassoni, in risposta alla crisi degli anni Settanta e ha che fare con l’idea di scelta: noi siamo liberi in quanto possiamo scegliere, in quanto aumentiamo lo spazio della nostra decisione. Queste due matrici sono potenti e colgono aspetti rilevanti del tema della libertà. Ma il problema è che, da un lato, sono parziali e dall’altro sono state esasperate negli ultimi anni. La crisi culturale del capitalismo societario nasce nel momento in cui l’idea «voglio essere me stesso» significa «non riconosco nessuna autorità fuori da me, io sono il legislatore di me stesso» e quando l’idea di libertà come scelta si porta dietro una pressione perché quel modello statalista-welfarista, dove tutto era un po’ ordinato e un po’ limitato, potesse venire sfondato per ampliare lo spazio di autonomia. Il passaggio dallo Stato al mercato segna questa trasformazione: il mercato è molto più capace di allargare la scelta individuale rispetto allo Stato. […] Questi anni – dal 1979-80 e poi soprattutto dal 1989 fino al 2008 – hanno segnato una stagione potentemente espansiva. Infatti, all’espansione della soggettività si associa un medesimo movimento dal lato strutturale attraverso la globalizzazione e la finanziarizzazione. Dal punto di vista di quello che Max Weber chiamava “razionalizzazione tecnica”, quello che è accaduto nell’ultima parte del Novecento, è un salto gigantesco. Vi do solo due esempi utili per comprendere di che cosa stiamo parlando: nel 1986, grazie alle disponibilità tecniche, vengono telematizzate e unite, attraverso i computer, le Borse di Londra e di New York. In questo modo, diventa possibile scambiare titoli in contemporanea tra le due capitali poste sulle due coste dell’Atlantico. Un secondo esempio è il sistema del trasporto aereo che nel 2007, prima della crisi, muoveva circa 250 milioni di persone a livello mondiale. Nel sistema finanziario, tutto quello che è successo è dovuto a importantissime innovazioni di tecnica, rese possibili da calcoli matematici estremamente raffinati, che prima dell’avvento dei computer semplicemente sarebbero stati impensabili. Alcuni Premi Nobel dell’economia tra il 1995 e il 2003 hanno inventato gli Hedge Fund, successivamente tanto vituperati, che rendevano possibili determinate operazioni che aumentavano la velocità e la complessità degli scambi finanziari. È chiaro che, se potete telefonare o mandare una e-mail al vostro amico che sta in Australia, e lui vi può rispondere dopo cinque secondi, la forma della vita sociale è destinata a cambiare e con essa anche il modo di distribuire le risorse e di prendere le decisioni. Questo trend tecnico è fondamentale per capire ciò che è successo e l’espansione di cui siamo stati protagonisti negli ultimi trent’anni: a parte l’Africa, rimasta marginale, l’intero pianeta comincia a essere integrato all’interno di un sistema tecnico unico che sta alla base di una radicale riorganizzazione produttiva. Ma l’espansione non ha a che fare solo con questo primo elemento. Il secondo grande driver spiega invece la qualificazione nichilistica del modello che è alle nostre spalle: più che in un’epoca relativistica, viviamo infatti una stagione nichilistica. Con tale espressione intendo dire che il relativismo si è ormai sfondato nel nichilismo e ciò a causa del fatto che i luoghi e le forme della produzione e della distribuzione dei significati sono radicalmente cambiati in rapporto alla rivoluzione mediatica avviatasi alla fine degli anni Settanta. L’esito di tale trasformazione è la costituzione di un sistema di comunicazione mediatizzato, tendenzialmente anarchico, dove esiste una pluralità di emittenti, dove chiunque ha la facoltà di dire qualunque cosa senza alcun vincolo né di verità, né di impegno o sensatezza. Secondo la potente espressione di Marshall McLuhan, grandissimo intellettuale cattolico, il medium è il messaggio nel senso che noi siamo continuamente colpiti da messaggi mediatizzati di tutte le specie, per cui facciamo sempre più fatica a distogliere non solo lo sguardo, ma anche l’orecchio e tutti gli altri sensi, dalle sollecitazioni mediatizzate di qualunque specie a cui siamo esposti, dove il significato non risponde più a nessuna istanza di verità, ma solo a un’istanza di efficacia: è vero ciò che raggiunge l’obiettivo. La verità, in quanto tale, è rifiutata. Come in precedenza abbiamo parlato di sistema tecnico planetarizzato, così, in questo caso, possiamo parlare di spazio estetico mediatizzato, dentro cui siamo immersi e in cui l’elemento estetico è l’unica verità che conta. La bellezza della comunicazione è ciò che noi percepiamo come verità, il resto non conta. Se provate a mettere insieme questi elementi: da una parte un’istanza di soggettività di milioni di persone, una visione politica che ridefinisce il nesso tra la creazione del consenso locale e una visione planetaria, la formazione di un sistema tecnico planetarizzato e la decostruzione sistematica di qualunque significato e di qualunque autorità, sarete leggermente inquieti rispetto a questo tempo. Questa fase di espansione è stata sostenuta dal circuito “potenza”-“volontà di potenza”. In effetti, abbiamo definito la nostra istanza di soggettività, nietzschianamente, come “volontà di potenza”. Le democrazie hanno fatto emergere una soggettività che si percepisce come volontà di potenza. Il che non significa essere cattivi e neanche essere egoisti. La volontå di potenza non è qualcosa a cui dobbiamo applicare una valutazione negativa, ma è semplicemente “domanda di vita”. Milioni di persone libere hanno posto un’istanza di vita, una “volontà di potenza”, cui i sistemi rispondono aumentando la potenza cioè facendo girare il sistema più rapidamente ed espandendolo. […] L’accelerazione della crescita planetaria di cui ho parlato sopra, non avrebbe potuto essere stata così veloce, se non ci fosse stato quel particolare tipo di sviluppo finanziario. C’è una relazione tra la finanza e l’economia reale, esse non sono indipendenti. La corsa della finanza si è tirata dietro la crescita dell’economia reale, ma il problema è che tale processo l’abbiamo pensato come semplicemente autoregolato. Nella Caritas in Veritate trovate la critica a un certo modo di pensare la tecnica, in parole molto esplicite. Il problema, culturalmente, è: «Ciò che è possibile tecnicamente è lecito di per sé o va assoggettato a una riflessione di tipo etico?». Per esempio, riguardo al fine vita, la Chiesa cattolica pone delle domande che non sono di ordine tecnico, ma di altra natura e c’è chi risponde assurdamente che tali domande sono illiberali. Il concetto stesso di etica e di morale nasce nel momento in cui, potendo fare una cosa, ci facciamo una domanda circa la sua liceità. Diversamente non ci sarebbe etica. Il discorso etico che, come contemporanei, non sappiamo come affrontare, nasce nel momento in cui ci domandiamo: «Ciò che possiamo fare lo riteniamo legittimo o no?». In questa stagione storica, la tecnica ha preteso di autolegittimarsi: ciò che si realizza tecnicamente diventa di per sé legittimo. […] Questo è il primo focolaio della crisi e ha a che fare con la potenza che pretendeva di auto sostenersi. Il secondo focolaio è, invece, di ordine sociale: è come se questo tipo di sviluppo economico planetario – che ha prodotto, ben inteso, anche grandissimi effetti positivi in termini di accesso di intere popolazioni al circuito della crescita – avesse segato il ramo su cui era seduto. La metafora mi sembra piuttosto chiara: espandendosi tutto, il legame - di qualunque specie fosse - era stato destinato a entrare in tensione fino a lacerarsi fino a spezzarsi: dai legami affettivi a quelli istituzionali, fino a quelli di senso. Complessivamente, questa dinamica di slegamento ha causato l’indebolimento di tutto il tessuto sociale. […]. In realtà, la crescita economica sarà solida e starà in piedi solo se cresceranno anche il mondo sociale, le persone, le infrastrutture, la formazione, la cultura. Se si investe sulla società e le persone, la crescita economica sarà magari meno veloce ma più stabile. Se, invece, come nella stagione alle nostre spalle, si punta solo sull’espansione economica lasciando andare la società, si arriverà al punto in cui, venendo meno la società, la stessa crescita economica crolla. L’ultimo focolaio della crisi, che sta dentro il collasso di questa stagione di pura espansione, lo definirei energetico. Esso ha a che fare, inoltre, col tema della fornitura energetica: petrolio, materie prime, ecc. Ma più sostanzialmente con la questione relativa all’alimentazione che viene dalla energia psichica. […] La crescita economica ha a che fare con quell’energia che viene emanata dall’essere umano e dalla sua capacità di desiderare il futuro. Se vogliamo riattivare la crescita, occorre tornare a esprimere un desiderio grande di futuro, come quello che ha sostenuto la fase post-bellica o l’ultima stagione espansiva. Il tema è: che cos’è la crescita economica, ma anche umana, sociale, istituzionale, in una situazione in cui semplicemente non possiamo più assumere l’espansione come un dato a priori? […] Il problema non è tornare al primo settembre 2008, non si tratta di riattivare il motore di una macchina che si è inceppata. Si tratta di provare a leggere questa stagione storica, apprezzarne gli aspetti positivi, ma anche coglierne i limiti. La crisi ci sta dicendo che quel modello, in quei termini, non funziona più; bisogna cercare di leggere questa crisi, far ragionare il cervello e tentare strade nuove. Dalla crisi si esce solo attraverso l’innovazione, non attraverso una restaurazione. Sintesi della relazione di Mauro Magatti alla scuola di alta formazione “Conversazioni a Milano”, organizzata da Fondazione Ceur e Fondazione per la Sussidiarietà, Milano, 13 giugno 2012.