Quadrimestrale di cultura civile

“I soldi non si fanno con i soldi ma con il lavoro”. Riflessioni

di Armando Tursi / Professore ordinario di Diritto del lavoro, Università degli studi di Milano

1. Pur con gli accenti popolari e pratici – apparentemente lontani dalla speculazione teologica – che costituiscono il tratto tipico di Papa Francesco, nell’intervista del Pontefice al Sole 24 Ore dello scorso settembre si rinvengono tutti i principali temi fondativi della dottrina sociale della Chiesa.
Ci proponiamo, con questo breve scritto, non tanto di sintetizzare la lunga intervista, quanto di delineare, sulla sua scorta, i tratti salienti del pensiero “sociale” di Francesco, collocandolo sullo sfondo di quella elaborazione pastorale, dottrinale e culturale, ultracentenaria, che va sotto il nome di “dottrina sociale della Chiesa”. È utile partire, pragmaticamente, da alcuni stralci dell’intervista.
2.1. Un tema ricorrente, che fa anche da premessa generale al discorso del Papa, è quello che si potrebbe definire della “umanità del lavoro”, da intendersi in almeno due sensi, strettamente collegati:
- la natura sociale-relazionale e non meccanico-strumentale del lavoro: “Il singolo può essere bravo, ma la crescita è sempre il risultato dell’impegno di ciascuno per il bene della comunità. […] La vita sociale non è costituita dalla somma delle individualità, ma dalla crescita di un popolo”.
- la natura inclusiva del lavoro: “La crescita vera, quella che non crea esclusi e scarti, è il risultato di relazioni sostenute dalla tenerezza e dalla misericordia, non dalla smania di successo e dalla esclusione strategica di chi ci vive accanto. La scienza, la tecnica, il progresso tecnologico possono rendere più veloci le azioni, ma il cuore è esclusiva della persona per immettere un supplemento di amore nelle relazioni e nelle istituzioni”.
2.2. Dalla natura sociale e inclusiva del lavoro umano discende l’immoralità intrinseca dei sistemi economici, di qualunque impostazione politica essi siano, che, mettendo al centro l’attività finanziaria e non il lavoro (avendo “messo al centro un idolo, che si chiama denaro”) consentono o addirittura determinano la disoccupazione e l’esclusione sociale (sistemi che il Papa – opportunamente evidenziando la radice etica prima che politica dell’errore – definisce in termini di “culture dello scarto”): ”quando la persona non è più al centro, quando fare soldi diventa l’obiettivo primario e unico siamo al di fuori dell’etica e si costruiscono strutture di povertà, schiavitù e di scarti. […] L’attuale centralità dell’attività finanziaria rispetto all’economia reale non è casuale: dietro a ciò c’è la scelta di qualcuno che pensa, sbagliando, che i soldi si fanno con i soldi. I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro”.
2.3. Francesco tratteggia poi i caratteri distintivi di un sistema economico cristianamente virtuoso, toccando temi che sono oggi al centro del dibattito economico e politico, specie nelle economie più avanzate: non solo temi macroeconomici quali “il riconoscimento del giusto salario” e “la distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta”, ma anche temi microeconomici e aziendalistici quali “l’inserimento dell’azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna”, l’armonizzazione tra tempi di lavoro e tempi socio-esistenziali, “il rispetto dell’ambiente, il riconoscimento dell’importanza dell’uomo rispetto alla macchina […], la capacità di innovazione”; tutti “elementi […] che tengono viva la dimensione comunitaria di un’azienda”, perché idonei a “perseguire uno sviluppo integrale” della persona e della comunità.
2.4. Con chiaro accenno alla tematica, oggi in voga, della cd. “responsabilità sociale delle imprese” – e quindi all’idea, di radice aristotelico-tomistica (ripresa, da ultimi, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, ma ormai declinata da importanti filoni dell’economa aziendale e del management) che il bene è conseguenza della virtù – il Papa ci ricorda che “agire bene rispettando la dignità delle persone e perseguendo il bene comune fa bene all’azienda”.
2.5. Riprendendo e sviluppando la premessa generale, il Papa chiarisce che, in economia, “agire bene” significa che “l’attività economica non riguarda solo il profitto ma comprende relazioni e significati. Il mondo economico, se non viene ridotto a pura questione tecnica, contiene non solo la conoscenza del come (rappresentato dalle competenze) ma anche del perché (rappresentata dai significati)”.
Viene ripresa, a tale proposito, la classica critica alla “mano invisibile” del mercato, proiettando ai giorni nostri la lezione della Rerum Novarum di Leone XIII1 con l’osservare che “i vantaggi” della “legge del libero scambio, sono certo evidenti quando i contraenti si trovino in condizioni di potenza economica non troppo disparate: allora è uno stimolo al progresso e una ricompensa agli sforzi compiuti. Si spiega quindi come i Paesi industrialmente sviluppati siano portati a vedervi una legge di giustizia. La cosa cambia, però, quando le condizioni siano divenute troppo disuguali da Paese a Paese: i prezzi che si formano ‘liberamente’ sul mercato possono, allora, condurre a risultati iniqui. È il principio fondamentale del liberalismo come regola degli scambi commerciali che viene qui messo in causa”.
2.6. Con un illuminante parallelismo tra tematiche sociali e ambientali, che spesso sono contrapposte nell’arena politico-sindacale, Sua Santità utilizza la già ricordata metafora dello “scarto” per svelare la radice umana della crisi ecologica: richiamando l’enciclica Laudato si’,2 osserva che la “cultura dello scarto […] colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura. Pensiamo, ad esempio, al nostro sistema industriale, che alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie”. Rileggendo in termini giuslavoristici la metafora papale, diremmo che qui si invitano i Governi a prevenire la disoccupazione, sia ridisegnando il lavoro a misura d’uomo all’interno di rapporti di lavoro, sia favorendo la rioccupazione di coloro che hanno perso il lavoro, ricorrendo solo in ultima istanza alle cdd. “politiche passive” (indennità di disoccupazione e assistenza sociale).
2.7. Il discorso si allarga quindi al tema della diversità che per i giuslavoristi e i gestori delle risorse umane richiama le prassi di diversity management, ricordando che “non esiste futuro pacifico per l’umanità se non nell’accoglienza della diversità, nella solidarietà, nel pensare all’umanità come una sola famiglia”.
Citando sia il documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico, elaborato dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale della Congregazione per la dottrina della fede (17 maggio 2018), sia l’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II,3 il Papa sottolinea la radicale novità della odierna tematica del rifiuto e dello scarto, non riducibile “semplicemente” al “fenomeno conosciuto come azione di sfruttamento e oppressione”, ma da riconoscere come “un vero e proprio fenomeno nuovo”, fronteggiabile, prima che con misure politico-legislative, con “un’etica amica della persona”.
2.8. Non manca, peraltro, la realistica osservazione – del tutto in linea con il realismo metodologico del magistero sociale della Chiesa – che “si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso”, ricordandosi a tal proposito che “il 2018 condurrà alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati”.
3.1. La netta condanna dell’”economia dell’esclusione” è il filo conduttore del magistero di Papa Francesco, svolto in maniera organica e con dignità dottrinale nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium del 24 novembre 2013, primo anno del Suo pontificato.
Vale dunque la pena illustrarla nei più distesi termini propri di tale documento.
“Così come il comandamento ‘non uccidere’ pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire ‘no a un’economia dell’esclusione e della iniquità’”. La novità dell’odierna esclusione sta in ciò, che oggi “si considera l’essere umano in sé stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello ‘scarto’ che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’”.
3.2. Più che al liberismo economico e alla ottocentesca contrapposizione leonina tra capitale e lavoro, pare che il Pontefice romano si riferisca alla penetrazione della cultura consumistica all’interno del modello antropologico d’inizio millennio: un grido d’allarme che, lungi dall’ispirarsi a una sorta di neo-pauperismo economico, trascende i sistemi economico-politici e mostra all’umanità un baratro che si avvicina e dal quale essa è chiamata a salvarsi. Come gli oggetti consumati vanno possibilmente riciclati (facendo del loro smaltimento l’ultima istanza e non la regola), così i soggetti privi di lavoro vanno reimmessi nel ciclo produttivo, sfruttandone e se possibile migliorandone i talenti: “L’obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti”.
4.1. Le riflessioni di Sua Santità sopra sinteticamente riportate, non possono appieno comprendersi, né tanto meno valutarsi in chiave evangelico-pastorale e missionaria (prospettiva, com’è noto, prediletta dal Papa argentino), ove non se ne colgano i nessi col pregresso magistero della Chiesa cattolica, per rilevarne la continuità di fondo, al di là delle variazioni contingenti.
4.2. Con una buona dose di semplificazione, i cardini etico-teologici del magistero sociale cattolico possono essere identificati nei principi della dignità della persona e della destinazione universale dei beni.
La dignità della persona non è il concetto vago di cui si fa talvolta abuso nel dibattito politico e sindacale; essa implica – come ricordato nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa e precedentemente affermato nella Costituzione conciliare Gaudium et spes4 –, che “l’ordine delle cose deve essere adeguato all’ordine delle persone e non viceversa”, e che bisogna “considerare il prossimo come un altro se stesso, tenendo conto prima di tutto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente”.
Resta insuperata, a tale proposito, la concettualizzazione dell’enciclica Laborem Exercens5 di san Giovanni Paolo II, che lega la dignità del lavoro, nel concreto svolgimento dei processi produttivi, alla prevalenza della “dimensione soggettiva del lavoro” (l’uomo che lavora) rispetto a quella “oggettiva” (il ruolo svolto dal lavoro umano nelle specifiche contingenze storico-sociali): “il lavoro umano ha un suo valore etico, il quale […] rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona”. Laddove “persona” – è bene ricordarlo – nell’accezione propria della teologia cattolica, non è semplicemente un essere sensibile, intelligente e cosciente, ma è l’“essere unico e irripetibile” che sta dietro tali capacità, sicché “non sono l’intelligenza, la coscienza e la libertà a definire la persona, ma è la persona che sta alla base degli atti di intelligenza, di coscienza e di libertà”.
4.3. Ciò non significa che la dottrina sociale della Chiesa accrediti l’idea che i diritti dei lavoratori – in primis, quelli a contenuto economico – costituiscano una sorta di variabile indipendente rispetto al resto della società.
La “giustizia sociale” cattolica, infatti, non è una forma di giustizia eversiva di quella commutativa-individuale, ma è la declinazione sul piano delle strutture sociali dell’unica nozione di giustizia, che si fonda sulla “volontà di riconoscere l’altro come persona”, consiste nel “dare a ciascuno ciò che gli è dovuto” e implica la finalizzazione del sistema sociale al “bene comune”, sì da permettere “alle collettività e ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”.
Si spiega così, per fare due esempi significativi, come, senza contraddizione, da un lato la giustizia sociale esiga che “per quanto possibile, il salario venga temperato in maniera che a quanti più è possibile sia dato di prestare l’opera loro”;6 dall’altro, che il diritto al riposo festivo debba essere riconosciuto senza concessioni al produttivismo, giacché il lavoro non assorbe l’intera esistenza, e lasciare uno spazio franco per la dimensione spirituale è precetto la cui saggezza oggi non sfugge nemmeno alla cultura laica (anche se Gesù ci ricorda che “il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato”).
4.4. Il principio del bene comune rimanda, poi, all’altro fondamentale principio della “destinazione universale dei beni“: il lavoro è una forma di attività umana attraverso cui ciascuno svolge il compito di amministrare con diligenza e rettitudine i beni materiali che gli sono stati donati “per essere partecipati a tutti, secondo la regola della giustizia che è inseparabile dalla carità”. Si tratta di un principio che ricomprende ogni forma di lavoro (quello dell’imprenditore come quello dei suoi collaboratori; quello “di mercato” come quello “fuori mercato”), sotto il segno della diligenza e del bene comune; e che integra la “libertà d’impresa” con la “carità sociale”.
Ma anche la carità – ce lo ha ricordato Benedetto XVI con l’enciclica Caritas in veritate7 – è un valore che va interpretato in chiave teologica e non pauperistico-pietistica. Poiché è un riflesso della pari dignità delle persone e della destinazione universale dei beni, la carità trascende la stessa giustizia: “La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del ‘mio’ all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è ‘suo’, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare”.
La carità è indispensabile per dare alla giustizia quella concretezza umana, inattingibile dalle concezioni socialiste, come da quelle utilitariste o contrattualiste. Collocata su questo sfondo teologico, la liberazione dal “lavoro alienato”, che è stato il problema socio-politico dominante nel secolo scorso, appare come inessenziale. Il vero problema della modernità è, semmai, quello di superare la concezione del lavoro come “totalità antropologica”, mercé la sua riconduzione a una dimensione che non copra l’intero essere.
Ciò non toglie che, nella dimensione della produzione, vada riconosciuta la “priorità intrinseca del lavoro rispetto al capitale”. Tuttavia, tale priorità presuppone il riconoscimento del “diritto naturale alla proprietà privata”, della “libertà d’impresa” e della “giusta funzione del profitto” come “primo” – anche se non unico – “indicatore del buon andamento dell’azienda”.
4.5. La piena legittimazione della libertà d’impresa si proietta, peraltro, ben oltre la polemica, ormai datata, con le ideologie socialiste, mostrando assonanze con le moderne teorie della concorrenza: è ancora dal principio della destinazione universale dei beni, che discende l’illegittimità della proprietà quando essa serva “a impedire il lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione”. Del resto, è sempre dal principio di universale destinazione dei beni che deriva un importante corollario “produttivistico”: “la proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza; deve perciò farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri”.
Di qui l’apprezzamento di Gesù (si pensi alla parabola dei cinque talenti) per gli imprenditori che si assumono un rischio; cui si potrebbe aggiungere l’osservazione che, nella logica della dottrina sociale della Chiesa, il lavoro dell’imprenditore giusto vale quanto quello del dipendente diligente.
5.1. La dottrina sociale della Chiesa presenta per i laici un aspetto particolarmente interessante: la capacità di offrire una visione d’insieme dei problemi sociali che, proprio in quanto rinvia a una dimensione fondativa di carattere, insieme, teologico ed etico-antropologico, si rivela aperta, sul piano storico, a forme di contemperamento tra efficienza economica e giustizia sociale più ampie e meno polarizzate di quanto non consentano le coordinate teoriche in cui è attualmente imprigionato il dibattito su questa materia tra gli studiosi di scienze sociali.
5.2. Offre pure un solido fondamento etico alla responsabilità sociale delle imprese: i capisaldi concettuali della rsi (responsabilità sociale d’impresa) – o, con acronimo inglese: CSR – (centralità dell’impresa nell’economia; centralità della persona umana, e non del capitale, nell’impresa; funzione etica del profitto) vi si ritrovano, infatti, chiaramente affermati, ma col guadagno di un ancoraggio etico che rende possibile attribuire alla rsi una dimensione autonoma rispetto a quella giuridica.
5.3.1. La profondità dei suoi riferimenti culturali fa della dottrina sociale della Chiesa un fecondo arsenale culturale, metodologico, e perfino esegetico-interpretativo per affrontare problemi estremamente concreti posti dalla regolazione giuridica del lavoro.
Si pensi, in primo luogo, alla possibile rilettura della regola della diligenza, che governa il comportamento del prestatore di lavoro nel rapporto di lavoro: una benintesa e non equivocata o banalizzata etica della “carità” è in grado di collocare la condotta adempiente non già nella logica egoistica della massimizzazione dell‘“avere” rispetto al “dare”, ma in quella generosa – e tale perché relazionale, non perché servile – del servizio.
Così come, simmetricamente, quella medesima logica protegge dall’ingerenza della norma, la libertà delle deroghe migliorative, una volta che sia stato garantito a tutti il giusto: la parabola dei vignaioli del Vangelo di Matteo insegna che la giustizia cristiana non è ispirata a una olistica ideologia meritocratica, così come non si fonda sull’idea astratta di uguaglianza, né su quella economica della redistribuzione, né sull’identificazione assoluta tra diritto ed etica; si fonda invece sull’idea che esiste uno spazio etico oltre la norma (supererogatorio), libero da vincoli legali.
5.3.2. La dottrina sociale della Chiesa può offrire, inoltre, un’ottima base metodologica alla distinzione concettuale e regolativa tra lavoro subordinato, autonomo-dipendente, e autonomo indipendente. Se, infatti, l’unificazione delle tre aree – propugnata da alcune aree culturali e politico-sindacali – si giustifica in nome di un’istanza assorbente di tutela socio-economica; laddove, invece, venga in rilievo il beninteso rispetto della dignità umana, si rende necessario differenziare “proporzionalisticamente” e “realisticamente”, le situazioni in cui essa è esposta direttamente al rischio dell’offesa da parte di un soggetto che è titolare di un potere gerarchico (subordinazione), da quelle in cui l’esigenza è essenzialmente quella di riequilibrare uno squilibrio economico-sociale.
5.3.3. Il principio di proporzionalità (proprio anche del diritto uni-europeo), il rifiuto della concezione conflittuale dei rapporti di lavoro, la stessa necessità di temperare il diritto del dipendente alla giusta mercede in maniera che “a quanti più è possibile sia dato di prestare l’opera loro”, oltre che con “la condizione dell’azienda”, spiegano bene perché non sia lecito introdurre più vincoli di quanto richiesto dall’esigenza di tutelare la dignità e i giusti diritti dei lavoratori. È questo, per fare alcuni esempi attualissimi, un principio che potrebbe rivelarsi prezioso per dirimere in maniera equa e non ideologica i dilemmi che, da qualche tempo, stanno investendo la materia dei contratti di lavoro cdd. “flessibili” o “precari”, e quella della sanzione indennitaria per i licenziamenti illegittimi.

 

1.  Rerum Novarum, Lettera enciclica di S.S. Leone XIII, 15 maggio 1891.

2.  Laudato si’, Lettera enciclica del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune,24 maggio 2015.   

3.  Evangelium vitae, Lettera enciclica del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, ai fedeli laici e a tutte le persone di buona volontà, sul valore e l’inviolabilità della vita umana, 25 marzo 1995.

4.  Paolo Vescovo servo dei servi di Dio unitamente ai padri del sacro concilio a perpetua memoria,
Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965.

5.  Laborem exercens, Lettera enciclica del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ai venerati fratelli nell’episcopato, ai sacerdoti, alle famiglie religiose, ai figli e figlie della Chiesa e a tutti gli uomini di buona volontà sul lavoro umano nel 90° anniversario della Rerum Novarum, 14 settembre 1981.

6.  Quadragesimo anno, Lettera enciclica del Sommo Pontefice Pio XI ai venerabili fratelli patriarchi,
primati, arcivescovi, vescovi e agli altri ordinari locali che hanno pace e comunione con la sede apostolica, sulla ricostruzione dell’ordine sociale nel 40° anniversario della Rerum Novarum, 15 maggio 1931.

7.  Caritas in Veritate, Lettera enciclica del Sommo Pontefice Benedetto XVI ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate, ai fedeli laici e a tutti gli uomini di buona volontà sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, 29 giugno 2009.