Quadrimestrale di cultura civile

Il mondo economico tra relazioni e significati

di Roberto Tamborini / Professore ordinario di Economia, Università di Trento

La Chiesa, soprattutto nel magistero di Papa Francesco, sembra essere rimasta una delle poche voci in grado di esaminare con libertà e distacco critico l’attuale sistema economico, denunciarne le storture e indicare soluzioni. L’intervista rilasciata al Sole 24 Ore è emblematica e, per un economista, sorprendente per la quantità e qualità degli argomenti, i quali non si limitano a ribadire princìpi morali, ma entrano nel merito del dibattito economico-politico più attuale. Aggiungo che l’intervista guarda soprattutto ai rapporti economici globali, e dunque al nodo ancora irrisolto del sottosviluppo e della povertà, ma ci sono passaggi molto significativi anche per le economie più avanzate, ed è su alcuni di questi in particolare che mi soffermerò.
Non si può non spendere subito una parola sulla frase riportata nel titolo dell’intervista “I soldi non si fanno con i soldi ma con il lavoro”. Se per un verso può colpire che un Papa parli di come far soldi, dall’altro l’ammonimento coglie un punto critico dell’economia, all’alba del nuovo millennio, che molto preoccupa studiosi e gente comune: il divorzio tra meccanismi di pura accumulazione e arricchimento finanziario e la capacità di creare lavoro e benessere che aveva invece caratterizzato la fase “aurea” del mondo occidentale nei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Non è un caso che questo problema si trovi anche al centro del best seller mondiale dell’economista francese Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo.1
Risalta quindi nell’intervista il tema dell’”economia dello scarto”, già introdotto nella Evangelii Gaudium.2 Come sottolinea Papa Francesco: “Non si tratta semplicemente del fenomeno conosciuto come sfruttamento e oppressione, ma di un vero e proprio fenomeno nuovo”; si potrebbe parlare di una categoria economica nuova. Le forme storiche dello sfruttamento, come un salario iniquo o l’assenza di diritti sindacali, si realizzavano comunque entro il rapporto di lavoro strutturato, che consentiva una precisa collocazione sociale del lavoratore, lo sviluppo della propria identità e della coscienza dei propri diritti. Invece “chi viene escluso, non è sfruttato, ma completamente rifiutato, cioè considerato spazzatura, avanzo, quindi spinto fuori dalla società”.
Qui viene colta non solo una delle piaghe delle masse diseredate del mondo, ma una delle cause che sta producendo lo sfaldamento delle stesse società economicamente più avanzate. Gli specialisti parlano di “polarizzazione” del mercato del lavoro. Come ha avvertito Mark Zuckerberg, l’ideatore di Facebook, in una conferenza all’Università di Harvard: “La nostra generazione dovrà affrontare la sostituzione di decine di milioni di posti di lavoro da parte di dispositivi automatici”. Secondo studi dell’OCSE, nei Paesi industrializzati i posti di lavoro a rischio di automazione variano tra il 10% e il 15%, ma quelli a rischio di “significativi mutamenti” arrivano tra il 30% e il 45%. La preoccupazione più comune è che si crei un’enorme “disoccupazione tecnologica” (e per la prima volta, gli “ottimisti tecnologici” sono in minoranza).
Ma se anche ciò non avvenisse, occorre chiedersi quale sarà la capacità di assorbimento di élite lavorative ai vertici del sistema se, secondo Jaron Lanier, uno dei guru dell’informatica, “le persone comuni saranno svalutate, e le più vicine ai computer più importanti saranno preziosissime”. Qui il problema non è tanto la creazione o distruzione netta di posti di lavoro, quanto la loro polarizzazione in una struttura a piramide con una cuspide sempre più piccola e una base sempre più larga e depauperata. Viene messo in discussione uno dei capisaldi delle politiche sociali convenzionali: “Education, Education, Education” (Tony Blair). Secondo Robert Gordon, uno dei maggiori studiosi in questo campo, negli Stati Uniti già si registra il fenomeno della overqualification di massa, ossia un gran numero di giovani che trovano lavoro (se lo trovano) con mansioni molto inferiori alla loro qualificazione. Qual è il destino della massa che rimane esclusa, “scartata”?
Questa visione mette tutti dinanzi a un difficile, e fondamentale, compito di ripensamento delle modalità con cui ciascun individuo viene inserito nella compagine sociale e vi trova la propria realizzazione. Le ricette convenzionali promosse sinora presentano modelli di “crescita inclusiva”, ma i risultati non sono stati all’altezza della sfida. E qui, secondo la maggior parte degli studiosi, siamo al cuore della crisi delle democrazie liberali nei principali Paesi occidentali.
A questo proposito non può sfuggire come Papa Francesco mantenga ben fermo il valore centrale del lavoro: “Lavorare fa bene perché è legato alla dignità della persona, alla sua capacità di assumere responsabilità per sé e per gli altri”. Una posizione che deve far riflettere nel merito di proposte imperniate su forme di sussistenza indipendenti dal lavoro, “i sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione, creano dipendenza e deresponsabilizzano”.
Poco oltre spicca un passaggio apparentemente scollegato e invece di grande importanza per quanto attiene alle modalità con cui si realizzano i rapporti economici e i loro esiti. Rifacendosi alla Populorum Progressio,3 promulgata da Paolo VI nel 1967, il suo attuale successore ricorda come la “legge del libero scambio” contenga un principio di giustizia, e comporti vantaggi reciproci, “quando i contraenti si trovino in condizioni di potenza economica non troppo disparate”. Se però sussiste una sostanziale disparità, gli esiti delle libere forze del mercato “possono condurre a risultati iniqui”. Un concetto già presente nella Rerum Novarum4 di Leone XIII. Papa Francesco, come la Populorum Progressio, si riferisce ai rapporti economici internazionali, un campo sicuramente tornato molto caldo a giudicare dalla crisi degli accordi commerciali multilaterali cavalcata, paradossalmente (?), dai Paesi più potenti, ma tocca uno dei temi classici della teoria della giustizia (nella fattispecie “commutativa”).
Il punto in questione è quello che, storicamente, ha diviso il pensiero liberale e la dottrina del laisser faire, rispetto a visioni alternative in cui la presenza di una “mano visibile” diviene necessaria per correggere possibili esiti iniqui del mercato o per riequilibrare i rapporti di “potenza economica” preesistenti. Si pensi allora ai conflitti aspri che negli ultimi decenni hanno accompagnato le riforme del mercato del lavoro, il cui segno costante è stata la deregolamentazione, ossia il ritrarsi della “mano visibile” per lasciar maggior spazio a quella “invisibile” del mercato. Forse, questa riflessione più approfondita sul giusto e l’iniquo nei rapporti mercantili, e sul bilanciamento dei rapporti di forza contrattuali, avrebbe consentito di elaborare riforme più accurate e lungimiranti, o quantomeno comprendere per tempo che il senso d’ingiustizia, o di abbandono, percepito da ampie categorie di lavoratori e di “scartati” può non essere solo frutto di visioni retrograde e corporative.
La riflessione sui problemi dell’economia contemporanea si approfondisce fino a raggiungerne il livello antropologico. “L’attività economica non riguarda solo il profitto ma comprende relazioni e significati. Il mondo economico, se non viene ridotto a pura questione tecnica, contiene non solo la conoscenza del come (rappresentata dalle competenze) ma anche del perché (rappresentata dai significati). Una sana economia pertanto non è mai slegata dal significato di ciò che si produce e l’agire economico è sempre un fatto etico”. Il pensiero corre subito al grande dibattito aperto dalle nuove tecnologie, la cosiddetta “Quarta rivoluzione industriale” (o, in Italia, “Industria 4.0”), la quale, semplificando al massimo, evidenzia una duplice sfida. La prima è il crescente gap di conoscenze (e quindi di potere e di senso) tra chi sta all’apice dei processi tecnologici e tutti gli altri, di cui si è detto prima. La seconda è il trasferimento di conoscenza tra uomo e macchina, che entra in una fase completamente nuova allorché la macchina non si limita più a eseguire istruzioni ma è in grado di elaborarle in proprio.     
È perciò difficile, se non impossibile, riformare il sistema economico prescindendo dal luogo fondamentale dove “si fa” l’economia, cioè l’impresa. Le considerazioni del Papa su questo tema ci ricordano che, fatti salvi i princìpi e le prerogative della libera iniziativa, ci sono molti modi di organizzare e mettere a frutto capitali materiali e capacità umane. La varietà organizzativa è uno dei temi di ricerca lanciati dal Premio Nobel Joseph Stiglitz.
La cultura dominante della massimizzazione del profitto privato come unico criterio di efficienza e legittimità dell’azione imprenditoriale, non solo ha fondamenta teoriche e normative assai meno solide di quel che si dice, ma ha anche creato preoccupanti degenerazioni a danno dell’economia stessa. Quali siano le fonti, e i limiti, del “giusto profitto”, rimane un problema aperto, almeno al di fuori del paradigma ideale e astratto della concorrenza perfetta. Secondo Michael Jensen, uno dei massimi esponenti della scuola liberista di Chicago, e secondo il filosofo tedesco Werner Erhard, lo sconcertante susseguirsi di scandali, truffe e pratiche che distruggono anziché creare valore (e valori) costituiscono un “oscuro enigma”, una prova evidente che il paradigma dominante dell’economia finanziaria deve essere corretto.5 Non si tratta certo di pensare a un’economia fatta solo da imprese cooperative non lucrative, che pure hanno loro problemi specifici, ma l’impresa for profit, se vuol rimanere il motore dello sviluppo, necessita di un approfondito ripensamento.
Coloro che sono alla ricerca di idee e programmi su cui lavorare “per perseguire uno sviluppo integrale” possono trarre sicura ispirazione da questo passaggio dell’intervista: “La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l’inserimento dell’azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell’ambiente, il riconoscimento dell’importanza dell’uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità d’innovazione sono elementi importanti che tengono viva la dimensione comunitaria di un’azienda”.

1.  T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2016.

2.  Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica del Santo Padre Francesco ai vescovi ai presbiteri ai diaconi alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, 24 novembre 2013.

3.  Populorum Progressio, Lettera enciclica di Sua Santità Poalo PP. VI, 26 marzo 1967.

4.  Rerum Novarum, Lettera enciclica di Sua Santità Leone XIII, 15 maggio 1891.

5.  W. Erhard e M.C. Jensen, Putting Integrity into Finance. A Purely Positive Approach, Finance Working Paper n. 417/2014, aprile 2014.