In un momento storico di grande disorientamento come quello che stiamo vivendo, Papa Francesco continua a costituire un punto di riferimento a cui guarda il mondo intero.
Sulla scia dei suoi predecessori, il Santo Padre non ha timore a rivolgersi direttamente agli imprenditori e al mondo dell’economia, proponendo una visione positiva che parte dal primato della persona umana rispetto al profitto e alla efficienza. Per nulla a disagio nel confrontarsi con temi in apparenza lontani, Francesco riesce, ancora una volta, a far vedere come il vangelo e la dottrina sociale della Chiesa possano offrire una chiave di lettura fondamentale per affrontare i problemi che abbiamo davanti. E se si considera il coro di consensi che l’intervista ha suscitato, si direbbe che Francesco sia stato capace di cogliere nel segno.
La linea del Papa è quella già sviluppata nella Laudato si’, un testo che, per quanto possa sembrare paradossale, ha avuto più eco nel mondo laico che in quello cattolico. Lo sviluppo tecno-economico contemporaneo, afferma Francesco, ha ormai raggiunto un livello di avanzamento tale da rendere inestricabile l’intreccio tra i rischi e le opportunità. La progressiva distruzione dell’ecosistema e le sue conseguenze sulla vita di intere comunità, le inaccettabili disuguaglianze nei e tra i Paesi, il cronico disordine finanziario che rende incerto il futuro, i forti squilibri demografici che costituiscono un fattore profondo di instabilità, i violenti conflitti che intrecciano interessi economici e politici, sono tutte problematiche che derivano dalla stessa radice: quella che insiste in modo unilaterale su una concezione individualistica dell’esistenza umana, tutta schiacciata sul piano materiale, sugli interessi contrapposti e su soluzioni di tipo esclusivamente tecnico. Una prospettiva che sottovaluta sistematicamente la portata del problema che dobbiamo affrontare.
In un esercizio proposto di recente, Branko Milanovic ha definito i termini del problema che abbiamo davanti. Al livello attuale del PIL, un quarto della popolazione mondiale vive con meno di 2,5 dollari al giorno, il che è evidentemente inaccettabile. Per correggere la situazione, il PIL dovrebbe aumentare di 2,7 volte. Ma, oltre al tempo richiesto, tale crescita non è realistica per almeno due ragioni: le tensioni politiche che si produrrebbero nei Paesi avanzati, dove non si è disposti a continuare sulla china declinante degli ultimi decenni; e l’ulteriore aggravamento della crisi ambientale, con le conseguenze associate. Se, invece, vincessero le preoccupazioni ecologiche (o l’instabilità politico-finanziaria) e smettessimo di crescere (immaginando di entrare in una sorta di stato stazionario) saremmo costretti a scegliere tra due alternative entrambe problematiche: gestire politicamente – e quindi anche militarmente – la disuguaglianza tra le diverse parti del mondo; oppure procedere con la progressiva redistribuzione di risorse dai Paesi ricchi a quelli più poveri, con conseguenze incalcolabili su quel ceto medio che già oggi rifiuta la globalizzazione.
Sciogliere questo nodo sarà difficile e sarà uno dei compiti fondamentali per i prossimi anni, che deve impegnare tutte le intelligenze di cui disponiamo in un grande sforzo che riguarda gli aspetti tecnici e istituzionali, ma che non può rinunciare alle dimensioni antropologica e spirituale.
Affermare la primazia dell’uomo e della sua singolare esistenza non è una generica formula retorica, ma un criterio per fissare priorità e trovare soluzioni diverse da quelle prevalenti – che hanno creato la situazione nella quale ci troviamo.
È ormai chiaro a tutti che la crisi del 2008 – di cui ricorrono proprio in questi giorni i 10 anni – ha segnato una discontinuità storica. È vero che, da allora, le economie di tutto il mondo hanno superato i momenti più difficili, dimostrando una buona capacità di resilienza; ma è altrettanto vero che quelle stesse economie non sono più riuscite a risolvere i problemi umani da loro stesse prodotti. Da qui la crescita di un forte malcontento che circola in ampi strati della popolazione e che arriva fino a intossicare la democrazia. La crescente insofferenza nei confronti dei migranti è una manifestazione (preoccupante) di questo clima di tensione.
A sconcertare è soprattutto l’assenza, nel dibattito pubblico, di una risposta positiva, capace di guardare avanti e di scorgere le opportunità che pure la crisi nasconde. Ma se è così, è perché ci si ostina a guardare il problema nella prospettiva sbagliata.
A questo proposito, vale la pena citare un grande pensatore (non credente) come Max Weber, il quale – opponendosi al materialismo marxiano – un secolo fa sosteneva che lo sviluppo economico altro non è che la traduzione materiale della crescita spirituale (e culturale) di un popolo.
Francesco ricorda questa verità: l’economia non è una macchina di cui gli uomini sono gli ingranaggi, che va semplicemente resa più efficiente. Essa è piuttosto una costruzione storico-istituzionale che, con soluzioni diverse nel tempo e nello spazio, serve per accrescere il benessere materiale della popolazione, ma soprattutto deve mirare a valorizzare quella “genialità creativa” che contraddistingue il genere umano. Per questo il tema del lavoro deve tornare al primo posto: è dal contributo di ciascuno che si deve ripartire.
Alla fine, la crescita economica è solida solo se si fonda sulla crescita delle persone; né ci può essere crescita economica senza sviluppo sociale e culturale o senza concordia e stabilità politica.
Tutto questo, concretamente, significa: investimento nell’educazione e nella formazione dei giovani; contratti di lavoro sufficientemente stabili e premiali; ragionevole protezione per i rischi della vita (malattia vecchiaia, etc.); forme di solidarietà sociale basate sulla equa redistribuzione della ricchezza; rispetto dell’ambiente e di tutto ciò che economico non è (a cominciare dalla religione); vera capacità di innovazione istituzionale.
Se ci pensiamo bene, non passa proprio dalla nostra capacità di dare risposta a tali questioni la sfida che la lunga crisi si porta dietro?
Da qui, allora, l’invito del Papa: tornare a guardare l’economia a partire dall’uomo è una indicazione quanto mai attuale. Di ciò il mondo ha bisogno come del pane, dato che per potere navigare nei mari tempestosi della globalizzazione avanzata, è necessario tornare a produrre insieme valore (economico, ma anche sociale, relazionale, culturale etc.).
A tutti noi – cristiani e uomini di buona volontà – tocca il compito di rendere questa ispirazione il nuovo modo condiviso di guardare ai problemi di questo tempo. Solo così, da una situazione difficile, potrà fiorire un nuovo rinascimento. Difficile certo. Ma non è forse proprio la capacità di essere lievito, uno dei frutti più preziosi della speranza cristiana?
Tornare a guardare l’economia a partire dall’uomo
di Mauro Magatti / Professore ordinario di Sociologia generale, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano
Nello stesso numero
-
Editoriale. Il profitto per l'uomo
di Carlin Petrini
-
Da dove ripartire? Un nuovo umanesimo per l'economia
di Giorgio Vittadini
-
Al cuore della sostenibilità
di Marco Fattore e Filomena Maggino
-
Le relazioni internazionali: spinta ideale e responsabilità
di Emilio Colombo
-
Una sfida da raccogliere
di Samuele Rosa
-
Lavoro tra solidarietà e giustizia: fatti non parole
di Francesco Occhetta S.I.
-
Il mercato ha nuove regole, ora creiamo occupazione
di Silvia Ciucciovino
-
Il diritto del lavoro oltre il mercato
di Lorenzo Zoppoli
-
Il ruolo dell’imprenditoria cristiana
di Federico Boffa
-
Morale, organizzazione e l’intervista del Santo Padre
di Enrico Gragnoli
-
Il mondo economico tra relazioni e significati
di Roberto Tamborini
-
“I soldi non si fanno con i soldi ma con il lavoro”. Riflessioni
di Armando Tursi
-
L’insegnamento del Papa nel solco della dottrina sociale della Chiesa
di Antonio Di Stasi
-
Ambiente ed economia: interconnessioni
di Ermete Realacci
-
Le risorse per lo sviluppo
di C. Cottarelli, T. Nannicini e A. Brugnoli
-
In margine stat virtus
di Massimiliano Monetti
-
Vivificare i terreni duri e inerti: quella intervista a Paolo VI
di Antonio Quaglio
-
Il Sole 24 Ore. Intervista a Papa Francesco
di Guido Gentili