La dottrina economica di Papa Francesco, sintetizzata nell’intervista rilasciata dal Pontefice al Sole 24 Ore, è imperniata sulla centralità della persona e sull’importanza dell’investimento in educazione e formazione per sviluppare e coltivare nel modo più compiuto possibile i talenti di ciascuno.
Si tratta di un pensiero che inserisce il Pontefice in una linea di continuità con i suoi predecessori. Quali sono le implicazioni di questa linea di pensiero per imprenditori, manager, operatori del mondo economico, e per i politici?
Per capirlo, può essere opportuno in primo luogo inquadrare i presupposti del ragionamento del Pontefice. Intanto, la centralità dell’impresa, certamente del terzo settore, ma anche di quelle tradizionali. Chiarisce infatti il Papa: “[…] senza nulla togliere all’importanza e all’utilità economica e sociale delle forme storiche e consolidate di impresa”. Poi, l’ancoraggio a un’economia di mercato, citata più volte come potenzialmente in grado di valorizzare al meglio le risorse esistenti: “Infatti, è la stessa diversità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo”. Infine, gli interventi esterni ritenuti necessari a temperare gli effetti della concorrenza e del libero scambio, per garantire una più equa distribuzione della ricchezza. A tal fine, il Papa cita l’enciclica Populorum Progressio1 di Paolo VI, nella parte in cui riprende la Rerum Novarum2 di Leone XIII, innestando solidamente così il proprio pensiero nella tradizione della dottrina sociale della Chiesa. Dalla Populorum Progressio cita: “La legge del libero scambio non è più in grado di reggere da sola le relazioni internazionali. I suoi vantaggi sono certo evidenti quando i contraenti si trovino in condizioni di potenza economica non troppo disparate: allora è uno stimolo al progresso e una ricompensa agli sforzi compiuti. Si spiega quindi come i Paesi industrialmente sviluppati siano portati a vedervi una legge di giustizia. La cosa cambia, però, quando le condizioni siano divenute troppo diseguali da Paese a Paese: i prezzi che si formano ‘liberamente’ sul mercato possono, allora, condurre a risultati iniqui. Giova riconoscerlo: è il principio fondamentale del liberalismo come regola degli scambi commerciali che viene qui messo in causa. L’insegnamento di Leone XIII nella Rerum novarum mantiene la sua validità: il consenso delle parti, se esse versano in una situazione di eccessiva disuguaglianza, non basta a garantire la giustizia del contratto, e la legge del libero consenso rimane subordinata alle esigenze del diritto naturale. Ciò che era vero rispetto al giusto salario individuale lo è anche rispetto ai contratti internazionali: una economia di scambio non può più poggiare esclusivamente sulla legge della libera concorrenza, anch’essa troppo spesso generatrice di dittatura economica. La libertà degli scambi non è equa se non subordinatamente alle esigenze della giustizia sociale”.
In sintesi, dunque, le imprese devono trovare il modo di perseguire il bene comune in un contesto di economia di mercato. Il Papa nell’intervista non dà delle ricette. In questo, si pone nel solco di un’altra grande enciclica sociale, la Centesimus Annus,3 di Giovanni Paolo II, quando sostiene: “La Chiesa non ha modelli da proporre. I modelli reali e veramente efficaci possono solo nascere nel quadro delle diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i responsabili che affrontino i problemi concreti in tutti i loro aspetti sociali, economici, politici e culturali che si intrecciano tra loro. A tale impegno la Chiesa offre, come indispensabile orientamento ideale, la propria dottrina sociale, che — come si è detto — riconosce la positività del mercato e dell’impresa, ma indica, nello stesso tempo, la necessità che questi siano orientati verso il bene comune”.
Dunque, il Papa invita gli operatori economici, e i cristiani in generale, a stare lontano da modelli e da protocolli d’azione astratti. Al contrario, essi devono essere in grado di leggere la realtà, per capire in che modo intervenire. Il Papa fornisce due indicazioni: non limitarsi al profitto, e non cedere alla “cultura dello scarto”.
Quanto al primo aspetto del profitto, le affermazioni del Papa ci richiedono intanto di ripensare a quale sia la misura del successo per un’impresa gestita secondo i canoni cristiani. Ovviamente, un margine di profitto è fondamentale in un’azienda come conditio sine qua non in vista della sua stessa sopravvivenza. Ma – ci dice il Papa – non basta limitarsi a esso. Occorre, invece, guardare all’impatto complessivo della propria attività, di cui il profitto rappresenta soltanto una parte. Che cosa significa questo in pratica? Che l’imprenditore cristiano si comporta diversamente rispetto a uno motivato soltanto dal profitto (quanto meno, dal profitto nel breve periodo) in due modi principali.
Primo, l’impresa motivata solo dal profitto minimizza i costi di produzione, il che la può portare a cercare risparmi sui compensi per i lavoratori e per i fornitori di beni intermedi lungo la filiera, fino, a volte, a pregiudicarne un’esistenza dignitosa. Al contrario, l’imprenditore cristiano tiene presente il benessere dei propri dipendenti e collaboratori, nonché dei propri fornitori, e ripartisce con essi gli utili in modo equo.
Secondo, l’impresa motivata solo dal profitto non considera le esternalità, cioè non tiene conto degli impatti delle scelte che non hanno un effetto sul guadagno. L’imprenditore cristiano invece tiene conto di questo. Prendiamo ad esempio due esternalità: quella, negativa, ambientale e quella, positiva, legata all’educazione e all’istruzione. Il Papa invita gli imprenditori a considerare l’impatto della propria attività sull’ambiente, astenendosi da produzioni che, ancorché lucrative, incidano negativamente sulla sostenibilità ambientale. E li esorta, inoltre, a investire sulla formazione e sull’educazione dei propri lavoratori e delle loro famiglie: queste, pur non dando benefici diretti all’impresa, migliorano la condizione non solo degli individui e delle famiglie che ne beneficiano, ma anche della società nel suo complesso.
A ben guardare, questa posizione del Papa, e in generale della dottrina sociale della Chiesa, è compatibile con la ricerca del profitto se consideriamo un orizzonte temporale lungo, nel quale investire sui propri dipendenti, sul proprio territorio, sull’ambiente, sull’educazione, e anche sulla soddisfazione dei propri clienti, paga anche dal punto di vista dei profitti. Implicitamente, il Pontefice sta chiedendo ai cristiani che operano nell’economia di non essere miopi, ma di ragionare sul lungo periodo.
Passiamo ora al secondo aspetto distintivo della dottrina di Papa Francesco, il rifuggire la “logica dello scarto”, e l’invito a essere inclusivi e a non scartare nessuno. Che cosa può fare l’impresa cristiana a questo proposito? Deve allocare i talenti, cioè deve cercare di investire tempo e risorse per scoprire che cosa ciascuno sa fare bene. In questo modo, valorizza le capacità di ognuno, anche di coloro le cui potenzialità sono più nascoste, e che rischierebbero di essere esclusi e scartati. Inoltre, gli imprenditori e i manager devono sforzarsi per motivare i collaboratori, tentando di renderli parte della strategia aziendale, e di far loro percepire il senso dell’attività che svolgono.
Anche per quanto riguarda la politica economica, il Papa, e con lui la dottrina sociale tradizionale, si tiene lontano da ricette tanto semplici quanto astratte. Suggerisce però un’indicazione molto precisa quando afferma: “I sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione, creano dipendenza e deresponsabilizzano”. L’obiettivo di giustizia sociale e dell’alleviamento della povertà deve passare attraverso il lavoro, e non attraverso il metodo dell’erogazione di sussidi. Porlo come aspetto che conferisce dignità all’esistenza umana, contribuisce a darle compimento e costituisce un messaggio estremamente forte e importante. Esso assume particolare rilievo nell’attuale dibattito di politica economica, non solo italiano, sulla desiderabilità di un reddito universale, slegato dalla contestuale ricerca di lavoro. Ma, verosimilmente, sarà un tema ancora più importante nel prossimo futuro. Viviamo infatti un momento di forti cambiamenti, nel quale anche il mondo del lavoro è destinato a mutare radicalmente, a seguito dell’aumento dell’automazione reso possibile dallo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Questo processo verosimilmente richiederà un significativo cambiamento delle competenze necessarie per operare efficacemente nel mondo del lavoro stesso. Si prospetta, quindi, un ruolo importante per gli imprenditori e i manager che vorranno riqualificare i lavoratori, fornendo loro le nuove competenze richieste, e che vorranno indirizzarli nel mondo del lavoro. È presumibile che si tratterà di attività ad altissimo valore e impatto, perché fondamentali per creare nuovo e qualificato lavoro, ma non in grado di generare grande profitto: potrebbe dunque essere una grande occasione per rinnovare l’importanza e il ruolo dell’imprenditoria cristiana nel mondo dell’educazione.
1. Populorum progressio, Lettera enciclica di Sua Santità Paolo PP. VI, 25 marzo 1967.
2. Rerum Novarum, Lettera enciclica di S.S. Leone XIII, 15 maggio 1891.
3. Centesimus Annus, Lettera enciclica del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II nel centenario della “Rerum Novarum”, 1 maggio 1991.