Quadrimestrale di cultura civile

L’insegnamento del Papa nel solco della dottrina sociale della Chiesa

di Antonio Di Stasi / Professore ordinario di Diritto del lavoro, Università Politecnica delle Marche

La grande novità di Papa Francesco non sta in una rottura con la dottrina sociale della Chiesa, quanto piuttosto nello sviluppo di una lettura organica della società e del lavoro a partire dalla tradizione novecentesca.
Quando afferma il primato dell’uomo sul lavoro il Pontefice denuncia senza mezzi termini l’idea dell’asservimento e quindi la negazione della libertà umana.
Papa Francesco non nasconde che l’utilità comune debba prevalere sulle logiche che stanno alla base della proprietà privata e di fronte alla globalizzazione dei mercati e dell’economia contrappone la prospettiva di una mitigazione delle logiche predatorie, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
È l’elaborazione di questo papato che coglie, in modo così pieno, le connessioni e le relazioni con altri aspetti del vivere comune e dunque con la questione ambientale e con il diritto dell’uomo a spostarsi dal proprio Paese a un altro (movimenti preclusi ai poveri, ma mai ai ricchi e alle merci).
Non sembri blasfemo pensare a una sorta di lettura della società simile a quella prospettata nel secolo scorso dalla tradizione socialdemocratica; in fondo si tende sempre verso una sorta di patto tra produttori, capitale e lavoro, con al centro il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona attraverso l’accesso al lavoro (mezzo per la distribuzione della ricchezza).
Dunque, anche nella recente intervista sull’economia e sul lavoro, Papa Francesco è innovativo sicuramente in termini di lettura organica e per la volontà di sviluppare la dottrina sociale degli ultimi sessanta anni attualizzandone gli insegnamenti.
E allora, se si volesse passare sotto lenti critiche l’idea di una società in cui i lavoratori vengono rispettati e valorizzati, è sulla correttezza del presupposto che va posta l’attenzione.
In modo molto diretto, infatti, occorrerebbe chiedersi se sia ancora attuale la prospettiva del lavoro per tutti e quindi di una società fondata sul lavoro in cui capitalisti e lavoratori si rispettino e abbiano una comune visione di società fondata su principi di solidarietà umana.
Se la tensione verso la piena occupazione si reputasse non più raggiungibile e se il lavoro umano venisse sostituito in modo ineluttabile da macchine, con sempre più alta intelligenza artificiale, l’idea di una società tipica delle democrazie occidentali novecentesche rischierebbe di perdere i suoi fondamenti.
In conclusione, la domanda critica non può prescindere dalla constatazione che la ricchezza non trova più nel lavoro un sicuro veicolo di distribuzione. E se ciò fosse anche solo in parte vero, come si può passare da una giustizia sociale fondata sul lavoro a una giustizia sociale in cui la ricchezza viene riconosciuta sulla base dei bisogni fondamentali della persona e non dallo svolgimento (sempre minore e sempre più discontinuo) dell’attività lavorativa?