Ci sono 11 borghi in Abruzzo nei quali le Cooperative di Comunità hanno fatto squadra per affrontare le sfide di un futuro incerto.
Anversa degli Abruzzi, Barrea, Campo di Giove, Collelongo, Corfinio, Fontecchio, Pizzoferrato, Prezza, Santo Stefano di Sessanio, Tollo, Tufillo (e altri borghi si stanno aggiungendo), sono l’infrastruttura di “un’altra economia possibile”, pionieri di nuovo sviluppo sostenibile del Paese.
L’Abruzzo è una piccola regione. Per molti è la periferia di Roma, oppure la possiamo definire il margine delle aree ad alta densità abitativa e industrializzate del nord. Se si guarda una foto satellitare in notturno si vede con chiarezza che gran parte dell’Abruzzo è spenta, senza luci, è praticamente al buio.
L’Abruzzo è uguale al Molise, alla Basilicata e, in generale, a tante regioni dell’Italia centrale appeninica e a tante parti del Sud.
Quando sono stato eletto presidente di Confcooperative in Abruzzo mi sono chiesto cosa avrei potuto fare per sviluppare l’economia della mia regione e, soprattutto, come la cooperazione dell’Abruzzo avrebbe potuto contribuire alla crescita del Paese e addirittura del PIL nazionale. Io sono un architetto e oggi sul timbro professionale c’è scritto “Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori” ovvero sono, oltre che architetto, anche un urbanista e un paesaggista ma ancor più un conservatore, inteso non nel senso ristretto del termine, ma nel senso di colui che salvaguarda la bellezza attraverso il restauro di ciò che va preservato per essere trasmesso alle generazioni future. Forse dentro di me ci sono troppe cose, tante cose a cui però ora ho aggiunto un altro tassello, quello secondo me strategico, di essere anche “faber” di economia. È stato per me, un corto circuito virtuoso che mi ha permesso di innescare un’innovativa visione sul significato di sviluppo sostenibile delle cosiddette “aree minori” che come dice il mio amico Claudio Bocci, forse è bene oggi chiamare “aree migliori”.
Le aree interne dell’Abruzzo sono fatte di montagne, di boschi, di villaggi e di borghi in simbiosi perfetta con l’Ambiente e la Natura che qui è ancora selvaggia; sono aree nelle quali non c’è la luce e tutto è più buio e per questo, forse, tutto è più vero!
Ho subito capito che è qui che si deve agire per costruire le condizioni per restare ad abitare i luoghi in cui l’Uomo, inteso come singolo e comunità, è ancora parte attiva del proprio habitat. È una grande azione di conservazione delle condizioni di vita e dell’armonia tra Uomo abitante e il suo territorio; è una continua ricerca di equilibrio nei rapporti con l’orso, il lupo, i cervi ma anche con i boschi stessi, che con la loro presenza rivendicano di esistere e abitare anche loro questi luoghi, costringendoci a perpetrare quotidianamente un antico rapporto di convivenza.
Qui c’è il l’elemento fondante della nostra ricchezza, nostra intesa come Abruzzo, come Appennino, come Italia e anche come Europa. Qui c’è il nostro valore identitario che fa della cultura e dei saperi il mattone fondante e distintivo nella competizione contemporanea della massificazione. Il nostro paesaggio è la nostra ricchezza, i nostri borghi sono il nostro valore, le nostre comunità di abitanti sono la nostra frontiera (e nelle comunità di abitanti ricomprendiamo anche l’orso e il bosco).
Allora mi sono detto che l’economia deve abitare tra gli abitanti perché è sempre stato così e così dovrà essere anche per il futuro, per mantenere la vitalità di questi luoghi e non perderne la ricchezza. Mi si è offerta quindi un’occasione irripetibile perché ora avevo gli strumenti e il ruolo per incidere sulle politiche di sviluppo e perché ora sono il portatore di un modello, quello cooperativo, che è la forma di impresa più condivisa, aperta e democratica, ovvero la più sostenibile per questi luoghi (ma in vero ancora e ancor più la più rivoluzionaria, specie in questo momento storico).
È l’occasione per esercitare un potere inteso nel senso di agire e non disperdere la potenzialità di incidere sul presente per costruire il futuro. Non agire per chi ha facoltà di farlo, resta il maggiore degli sprechi possibili, un peccato imperdonabile!
Questa combinazione di fattori è stata certamente un utile innesco, ma ora occorreva passare dal pensiero all’azione e trasformare gli abitanti in imprenditori e tutti insieme, in impresa del territorio.
La forma ideale è quella delle Cooperative di comunità che stiamo ripensando ora in imprese di prossimità o come comunità intraprendenti, insomma il soggetto attivo che costruisce e interpreta il ruolo di investitore dove altri non investono ed eserciti il principio di mecenatismo comunitario inteso come colui che dona la sua energia alla propria comunità.
Ma chi è l’imprenditore che investe e crede nello sviluppo, per esempio, di Anversa degli Abruzzi? Gli stessi Anversani, chi altri? Solo loro possono attivare dinamiche di micro-economia capace di dare valore a ciò che è già loro e che spesso neppure sanno più riconoscere come una ricchezza.
Questa visione ha però bisogno di un’azione e di una energia che deve trasformare gli abitanti in soggetti d’impresa in un cambio di paradigma che, in vero, è cosa antica. Da sempre dove non arrivano l’economia e le istituzioni devono arrivare le risorse interne e così se nevica, qui come altrove, devi spalarti tu la strada e devi fare la legna prima che arrivi l’inverno e provvedere alle provviste, insomma ti devi organizzare perché non c’è un sistema esterno che provvede ai tuoi bisogni come nelle aree urbane strutturate.
Occorre organizzarsi, però, non in forma di singolo ma di comunità e questa è la sfida nella sfida. La costruzione della comunità è dunque la frontiera da superare, è la difficile alchimia da ricostruire. Occorre ricostruire, prima di tutto, il senso di comunità e chiamare gli abitanti a fare sistema insieme per sviluppare una micro-economia partecipata che in questi luoghi equivale a fare economia strutturata, nella convinzione che da soli non ce la si fa e che la tua sopravvivenza passa dal tuo vicino perché strettamente connessa alle sue sorti.
È prima di tutto una grande azione di fiducia verso di sé e verso il prossimo (inteso come vicino coabitante), è una grande azione riconciliatrice dei rapporti anche di lunga data, per la quale il nonno di tuo nonno aveva rappresentato per la mia famiglia un nemico e che oggi però non ha più senso rinnovare questo rancore; così come è una azione di cucitura tra le generazioni degli anziani e dei giovani; è, infine, una costruzione di nuova comunità tra chi è nato qui e chi ha invece scelto da forestiero di insediarvisi. Occorre costruire una economia che permetta agli abitanti di scegliere di restare e continuare a trasformare il territorio in paesaggio perché solo la vita e il lavoro permettono di abitare i luoghi, come Giancarlo Consonni ha sottolineato nella Carta dell’Habitat, nella quale ha mirabilmente riassunto il significato del fare città.
Scegliere di vivere in questi luoghi è atto consapevole di libertà e non il frutto del fato che porta l’individuo a subirne le conseguenze. Per questo all’interno del dibattito nazionale sul fare cooperazione di città siamo oggi a un cambio culturale di paradigma che vede il settore dell’abitare cambiare radicalmente la sua logica e la propria denominazione del settore che passa da FederAbitazione a Confcooperative Habitat, geniale intuizione del presidente Alessandro Maggioni che ha spostato il focus dalla costruzione materiale della Casa alla realizzazione dell’Habitat per chi le abita e delle relative dinamiche di comunità abitanti.
Così come un solo individuo non ce la può fare a sopravvivere, anche un singolo borgo e una singola comunità non riuscirà a esistere nella contemporanea economia globalizzata. Le comunità di abitanti (e non i sindaci o le pubbliche amministrazioni) hanno scelto di darsi una possibilità in più nel fare sistema economico e infrastrutturare dal basso dinamiche di sviluppo sostenibile in diversi settori. Hanno tutti insieme deciso di condividere la Carta dell’Habitat inserendola nello statuto delle costituzioni e si sono fatti testimoni della Convenzione di Faro promossa dal Consiglio d’Europa, per la quale le comunità sono il veicolo di trasmissione della cultura perché detentori e curatori dei beni e dei patrimoni tangibili e intangibili.
Quando due anni fa ho iniziato a girare l’Abruzzo interno per raccontare le esperienze delle comunità intraprendenti che il mio amico Giovanni Teneggi stava invece da tempo coltivando – e per questo gli vale a mio parere, il ruolo di massimo studioso e cultore della materia – il movimento era appena in embrione e non avrei francamente ipotizzato di riuscire a trasmettere pienamente questa visione.
Mi sono accorto subito, invece, che le mie parole entravano direttamente nella testa e nel cuore dei “paesani” riuniti in assemblea pubblica per ascoltare un tipo che viene dalla costa e dice a loro cosa fare sui monti. Ai primi incontri eravamo in pochi, ma poi nei successivi sempre più persone si sono aggiunte e il cammino avviato ha fatto presa sui paesani. Al gruppo iniziale si sono aggiunti altri che hanno iniziato a parlare di cosa fare e come farlo, costruendo di volta in volta e di borgo in borgo comunità di persone.
Le cooperative di comunità sono un’alchimia complicata, diversa l’una dall’altra e soprattutto non si fanno con lo stampino, anzi non si fanno ma nascono. L’obiettivo è quello di aderire alla propria cooperativa di comunità per senso di appartenenza, perché si offre e si chiede lavoro, perché si offrono e si chiedono servizi, perché si propongono azioni di impresa, perché si aderisce a un progetto di vita, perché si contribuisce allo sviluppo locale, perché si vuole che il proprio borgo non muoia. Ognuno trova nella propria cooperativa il significato per esserci ma, ovviamente, non tutti ci saranno, ma nelle cooperative di comunità d’Abruzzo entrano gli abitanti, le associazioni, le imprese e anche i non residenti che, pur vivendo altrove, sono portatori di interesse su quel territorio.
Alle undici cooperative di comunità dell’Abruzzo abbiamo chiesto di sviluppare azioni di micro-impresa su tre diversi filoni che devono coesistere in ogni borgo e nella Rete dei borghi. Azioni in ambito di turismo con l’ospitalità diffusa e le attività turistiche, di servizi all’abitare con l’attivazione di gruppi di acquisto solidale su energia e prodotti, di trasporto e accompagnamento, di servizi alla collettività e di valorizzazione dei patrimoni e della cultura con la manutenzione e gestione di boschi, immobili e risorse del territorio.
Insomma possiamo dire che gli abitanti dei borghi stanno insegnando ai cittadini a essere protagonisti del proprio futuro, nella speranza che il modello delle imprese di prossimità sia applicato in ambito urbano nei quartieri, lungo la costa o nelle comunità di produttori vinicoli.
È in corso in Abruzzo, ma anche in Italia, un’azione di economia democratica che il presidente di Confcooperative e dell’Alleanza delle Cooperative Italiane Maurizio Gardini ha ben definito, affermando come sia “questo il modo di guardare al futuro” e aggiungendo che “chi fa nascere Cooperative di comunità sia un visionario”.
Gardini indica questo come rilancio del progetto del Paese che tende a recuperare le parti che sono a rischio di marginalità e invita “le collettività perché diventino protagoniste del loro futuro e rispondano ai loro bisogni. Il loro vero obiettivo è questo, non il fatturato”.
In margine stat virtus
di Massimiliano Monetti / Borghi In, La Rete dei Borghi Cooperativi d’Abruzzo
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