È noto. Il tema del lavoro è una colonna portante del pontificato di Francesco, tuttavia ogni volta che il Papa lancia il seme della sua parola è spesso ignorato dal “terreno buono” della cultura (politica), l’unico in grado di farlo maturare e portarlo a compimento. Quanti, ad esempio, si ricordano del suo ultimo intervento per Il Sole 24 Ore? Eppure quell’intervista può essere considerata la sintesi di un trittico: l’intervento ai lavoratori a Cagliari (22 settembre 2013), il discorso fatto all’Ilva di Genova (27 maggio 2017) e il messaggio di apertura alla 48° Settimana sociale dei cattolici italiani (26 ottobre 2017).
Qui ci limitiamo a illuminare tre focus della sua intervista che potrebbero rivoluzionare le politiche del lavoro. Anzitutto riemerge un rotondo “no” al reddito di cittadinanza: “I sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione, creano dipendenza e deresponsabilizzano” e ancora: “I soldi non si fanno con i soldi ma con il lavoro”, afferma Francesco. Altrimenti la scelta è destinata ad aumentare le disuguaglianze e costringerà i giovani a pagare un enorme debito. Per la Chiesa il lavoro è la dignità del lavoratore: “Lavorare fa bene perché è legato alla dignità della persona, alla sua capacità di assumere responsabilità per se e per altri”. Come garantire questa sua visione? La via di Francesco è la “conversione” dell’azienda in una comunità fondata su “la distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l’inserimento dell’azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell’ambiente, il riconoscimento dell’importanza dell’uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione”.
C’è poi un secondo sorprendente aspetto: Francesco “benedice” la logica del Terzo settore che supera il vecchio assistenzialismo statale e la super produttività legata al profitto e introduce una terza via: il not for profit. La sua ispirazione favorisce un’economia al servizio dell’uomo, che supera il paradigma liberista rivelatosi inadeguato con la crisi economico-finanziaria. È la promozione dell’impresa sociale di cui anche la Fondazione per la Sussidiarietà guidata da Giorgio Vittadini è un esempio luminoso. Oltre al pubblico e al privato, entra a pieno titolo anche l’economia civile. La riforma consegna al Terzo settore la responsabilità di produrre ricchezza e beni sociali a una condizione però: gli operatori del settore sono chiamati a diventare produttivi per finanziare i propri scopi, creare occupazione, senza snaturarne la missione sociale. Sì, anche all’interno della Chiesa.
Qual è la sfida? Creare innovazione sociale, immettere nel mercato quei beni, come la fiducia, il rispetto, la legalità e la solidarietà che il mercato non produce e non può vendere, ma che permettono al buon mercato di essere al servizio delle persone, senza servirsene. Per farlo anche la Chiesa in Italia, dopo la Settimana sociale dei cattolici italiani dello scorso anno, ha mappato 572 buone pratiche, approfondite 419 esperienze lavorative, mobilitato 219 cercatori di lavoro. Ciò che nel pensiero di Francesco qualifica l’innovazione sociale di questa esperienza non è tanto il termine innovazione, ma l’aggettivo sociale. Vale a dire è innovazione tutto ciò che aiuta a costruire relazioni sociali, comunità e comportamenti condivisi. Afferma il Papa: “È la stessa diversità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo”. Ecco il punto: “Un’etica amica della persona tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all’esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore”. La Chiesa è consapevole che occorre accompagnare un processo a partire dalla “realtà” che è superiore a qualsiasi “idea” teorica sul lavoro. Infatti il lavoro continua a essere una ferita aperta nel corpo sociale che è di tutti.
Infine la questione dei diritti da tutelare e da prevedere per i nuovi lavori come quelli del crowdworking.1 Altrimenti che cosa può accadere a una società democratica quando diventa imbarazzante augurare ai giovani “buon lavoro”? Quali sono i principali cambiamenti in corso che lasciano senza lavoro il 30% dei giovani? Per quali motivi la generazione dei figli è pagata da “schiavi” mentre molti padri hanno stipendi o pensioni da “faraoni”? Non esiste una terza via per Francesco: inclusione o scarto. Lo aveva già scritto: “Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione”.2
Nella dinamica sociale occorre coniugare il lavoro con i princìpi della solidarietà e della giustizia attraverso i fatti e non con le parole. Altrimenti tutti sono d’accordo a rilanciare il lavoro degno come patto sociale ma i giovani sono pagati da molti professionisti 6/700 euro al mese. Francesco, nella sua intervista, richiama Leone XIII e Paolo VI per ribadire le condizioni del lavoro degno che si danno nel rispetto di alcuni principi fondamentali: “Tenere unite azioni e responsabilità, giustizia e profitto, produzione di ricchezza e la sua ridistribuzione, operatività e rispetto dell’ambiente diventano elementi che nel tempo garantiscono la vita dell’azienda”.
Partiamo da alcuni dati. Il 65% dei bambini delle scuole elementari farà un lavoro che oggi non esiste ancora. Gli italiani che sono emigrati all’estero sono quasi 250.000, numeri simili a quelli dei primi anni del dopo-guerra; su quattro lavoratori italiani, quasi tre sono pensionati. E ancora: un lavoratore su dieci è straniero e di questi quasi il 20% è laureato. Infine, nonostante il tasso di disoccupazione giovanile sia pari al 40%, le imprese non riescono assumere il 25% delle figure professionali di cui hanno bisogno per mancanza di formazione (tecnica) adeguata. È per questo che l’azienda deve essere ripensata come una comunità all’interno dell’unico sistema Italia, e questo il Pontefice lo dice riferendosi alle 160mila aziende che aderiscono alla Confindustria.
Come sempre prevenire è meglio che curare. È il tempo di una nuova semina. La risposta da dare alla disoccupazione italiana ha una via privilegiata: puntare su fattori competitivi non delocalizzabili (qualità, tecnologie, innovazione, ma anche arte, storia, cultura, bellezza del territorio, di cui l’Italia è ricca) e investire nei percorsi specializzati, interdisciplinari e personalizzati, centrati sul tech e sul digitale (tech e medicina, tech e diritto, tech e amministrazione, tech e arte ecc.). Potrebbe essere questo tempo un’opportunità senza precedenti per scommettere su nuovi curricoli di studio basati su programmi umanistici che formino una coscienza critica, conoscenza delle lingue e nuove competenze per l’innovazione, come il pensiero computazionale e l’intelligenza artificiale. Un’opportunità soprattutto per le tante scuole cattoliche presenti nel territorio italiano, che sono in prima linea nella formazione dei giovani. E poi tanta formazione permanente.
Per Francesco il lavoro va fondato su “un’etica amica”, se gestito esclusivamente secondo le logiche della società del mercato, che tende a monetizzare tutto, anche il lavoro 4.0 si realizzerebbe come negazione di se stesso. Le imprese competono nella conoscenza, e questa ha le sue premesse nella creatività, nella curiosità e nell’intelligenza, animata non dallo spirito capitalistico, ma da quello della cooperazione. È questa la sfida che, con il lievito delle parole di Francesco, si potrà portare a compimento.
1. Sistema innovativo per mettere in contatto domanda e offerta di lavoro, o meglio di prestazioni professionali, tramite internet.
2. Evangelii gaudium, Esortazione apostolica del Santo Padre Francesco ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’ annuncio del vangelo nel mondo attuale, 24 novembre 2013, n. 53.