Quadrimestrale di cultura civile

Morale, organizzazione e l’intervista del Santo Padre

di Enrico Gragnoli / Professore ordinario di Diritto del lavoro, Università degli Studi di Parma

Nel sottolineare la centralità della persona e del lavoro nell’organizzazione produttiva, il Santo Padre ha ripreso temi morali, ma con evidenti implicazioni organizzative. Le due categorie devono essere distinte, ma nulla vieta che riflessioni basate sull’una e sull’altra portino a risultati paragonabili, nel postulare una costante autoriforma delle visioni capitalistiche, sia in nome di principi etici, sia in relazione alla valorizzazione della credibilità e della razionalità dei comportamenti produttivi, affinché l’economia di mercato raggiunga giustizia e diffusione del benessere, a beneficio della sua solidità. La priorità della vita e della complessiva protezione dell’uomo rispetto a qualunque valore terreno, a cominciare dal pure comprensibile desiderio di benessere, è espressa dalla lettera enciclica Caritas in veritate, per cui, in particolare, la Chiesa ha “una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori – talora nemmeno i significati – con cui giudicarla e orientarla”.1
E la missione non è solo della Chiesa, ma di ogni cristiano, se vuole rispondere al senso ultimo della sua fede e dell’invocazione di Cristo per la vita, in “servizio alla verità che libera”.2
Non a caso, si soggiunge nella dottrina sociale, “il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato a un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se male prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà. Lo sviluppo economico che auspicava Paolo VI doveva essere tale da produrre una crescita reale, estensibile a tutti e concretamente sostenibile”.3 Peraltro, tali riflessioni non sono prive di implicazioni sulla diversa sfera dell’organizzazione, poiché il rispetto per il lavoratore è segno di credibilità dell’impresa.
Pure, nell’inevitabile e coerente accettazione dell’economia di mercato, il benessere e il profitto che ne può essere (ma non ne è di necessità) la premessa, non possono essere collocati sullo stesso piano della dignità della persona. Non si può esaurire a questo la tutela dell’uomo, ma non si può neppure pensare a una sua protezione a prescindere dalla conservazione della vita, al tempo stesso dono di Dio e condizione di effettiva salvaguardia della dignità, per lo meno nel suo protrarsi nel tempo.4 Non a caso, si precisa, “uno degli aspetti più evidenti dello sviluppo odierno è l’importanza del tema del rispetto per la vita, che non può in alcun modo essere disgiunto dalle questioni relative allo sviluppo dei popoli. Si tratta di un aspetto che negli ultimi tempi sta assumendo una rilevanza sempre maggiore, obbligandoci a legare i concetti di povertà e di sottosviluppo alle questioni collegate con l’accoglienza della vita”.5
Un punto cruciale è l’invito all’innovazione culturale, sul metodo di riflessione scientifica e sull’attesa di contributi originali, in quanto “le grandi novità, che il quadro dello sviluppo dei popoli oggi presenta, pongono in molti casi l’esigenza di soluzioni nuove. Esse vanno cercate insieme nel rispetto delle leggi proprie di ogni realtà e alla luce di una visione integrale dell’uomo, che rispecchi i vari aspetti della persona […], contemplata con lo sguardo purificato della carità. Si scopriranno allora singolari convergenze e concrete possibilità di soluzione, senza rinunciare ad alcuna componente fondamentale della vita”.6 Nell’immagine, nel complesso sconsolante, della società contemporanea, questo messaggio ottimistico non è solo un invito alla fede nell’aiuto divino, ma, alla luce e sulla base della carità e nella ricerca attiva della verità, una sfida alla capacità creatrice del singolo e dei gruppi, cui compete uno sforzo attivo, di realizzazione della parola di Cristo, poiché devono essere “attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali verso una economia del breve, talvolta brevissimo termine”, con “una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini”.7
Non a caso, si richiama la speranza cristiana,8 che “incoraggia la ragione e le dà la forza di orientare la volontà. È già presente nella fede, da cui anzi è suscitata. La carità nella verità se ne nutre e, nello stesso tempo, la manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia”.9 Allora, di fronte a questo richiamo alla creatività intellettuale, alla speranza che “incoraggia” la ragione, come si deve impostare una precisa gerarchia dei valori? Ciò accade in relazione al dovere cristiano di collaborare alla costruzione di una risposta umana al messaggio di Cristo.
Proprio mentre sottolinea la responsabilità della ragione, la dottrina sociale pone un monito, che attiene a ogni espressione della ricerca, compresa quella giuridica; si legge: “anche la verità di noi stessi, della nostra coscienza personale, ci è prima di tutto ‘data’. In ogni processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l’amore, non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano”.10 Riprendendo la tesi aristotelica e tomistica della distinzione fra giustizia commutativa e distributiva,11 si sottolinea il principio di gratuità proprio della “con-vocazione della parola di Dio – amore”, ma si precisa che “la logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone a essa in un secondo momento e dall’esterno”.12 Quindi, la giustizia si presenta ovunque, secondo quella speranza espressione della fede e nella logica del dono di Dio, ma con la partecipazione della ragione a un percorso intellettuale coerente con una cristiana gerarchia dei valori e delle forme della loro ordinata realizzazione. Infatti, “il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali. Così ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale”,13 ma lo stesso vale, forse in misura ancora più evidente, per l’esperienza giuridica, che si confronta per sua natura con il diritto positivo (di rado, se non mai espressione autentica delle convinzioni cristiane) e l’indagine culturale di chi lo studia.
La protezione della dignità della persona non interpella solo l’etica, ma il diritto e la stessa organizzazione aziendale, se criteri di razionalità e di equilibrio nel governo del personale dimostrano la credibilità del datore di lavoro e lo qualificano per i metodi della sua iniziativa, con la ricerca del profitto impostata secondo percorsi accettabili sul piano sociale.
Il messaggio dell’intervista del Santo Padre e la complessiva dottrina sociale pongono parametri morali, basati sulle parole di Cristo, ma in nulla incompatibili con le indicazioni della riflessione giuridica e con logiche di buona organizzazione aziendale, se l’impresa si deve accreditare non per i risultati, ma per il metodo del loro conseguimento. Senza una sua costante autoriforma, guidata dagli ordinamenti nazionali e, in primo luogo, dalla disciplina del lavoro, il capitalismo non porterebbe solo a esiti immorali, ma metterebbe in discussione la sua stabilità, la quale postula l’attenuazione degli istinti competitivi più brutali e, se mai, la conciliazione fra le esigenze del mercato e i principi di rispetto per tutti i soggetti coinvolti.
Non a caso, si legge: “Se cerchiamo di pensare quali siano le relazioni adeguate dell’essere umano con il mondo che lo circonda, emerge la necessità di una corretta concezione del lavoro, perché, se parliamo della relazione dell’essere umano con le cose, si pone l’interrogativo circa il senso e la finalità dell’azione”14 e “il lavoro dovrebbe essere l’ambito di questo multiforme sviluppo personale, dove si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione”.15 Una simile concezione personalista, persino inevitabile nella complessiva dottrina sociale e nella sua concezione antropologica, non può evitare di mettere in primo piano la vita, di cui il lavoro è espressione, non negazione: “Siamo chiamati al lavoro fino dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe se stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale”.16 Il messaggio è portato alle sue conseguenze morali, poiché “la previsione dell’impatto ambientale delle iniziative imprenditoriali e dei progetti richiede processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo, mentre la corruzione che nasconde il vero impatto ambientale di un progetto in cambio di favori spesso porta ad accordi ambigui che sfuggono al dovere di informare e a un dibattito approfondito”,17 con un ragionamento in pieno applicabile al contesto limitato, ma cruciale, dell’ambiente di lavoro e della sicurezza del processo produttivo, a tutela dell’incolumità e della serenità delle persone coinvolte, sulla base della prioritaria difesa della vita, della quale il lavoro è espressione, mai deve essere negazione. Se lo fosse, non sarebbe solo immorale, ma, al tempo stesso, organizzato secondo percorsi irrazionali, come sono quelli votati a un profitto lesivo della dignità e della vita altrui. È compito del diritto e, prima di tutto, di quello del lavoro scongiurare il rischio, per quanto possibile, garantendo una stabile autoriforma del capitalismo.

1.  Caritas in veritate, Lettera enciclica del Sommo Pontefice Benedetto XVI ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate, ai fedeli laici e a tutti gli uomini di buona volontà, sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, 29 giugno 2009, cap. 9.

2.  Ibidem.

3.  Caritas in veritate, cit., cap. 21.

4.  Caritas in veritate, cit., cap. 21, “la complessità e gravità dell’attuale situazione economica giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un modo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore”.

5.  Caritas in veritate, cit., cap. 28. Infatti, “l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. Quando una società si avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a sevizio del vero bene dell’uomo”.

6.  Caritas in veritate, cit., cap. 32.

7.  Caritas in veritate, cit., cap. 32.

8.  Caritas in veritate, cit., cap. 34.

9.  Caritas in veritate, cit., cap. 34.

10.  Ibidem.

11.  Caritas in veritate, cit., cap. 35.

12.  Caritas in veritate, cit., cap. 34.

13.  Caritas in veritate, cit., cap. 37.

14.  Laudato si’, Lettera enciclica del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, 24 maggio 2015, cap. 125.

15.  Laudato si’, cit., cap. 127.

16.  Laudato si’, cit., cap. 128.

17.  Laudato si’, cit., cap. 182.