L’intervista a Papa Francesco “I soldi non si fanno con i soldi ma con il lavoro” (Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2018) richiama nuovamente l’attenzione sul significato più profondo da attribuire al lavoro e all’agire economico oggi. Già in occasione dell’incontro con il mondo della cultura a Cagliari il 22 settembre 2013 il Pontefice ebbe a dire che “questa non è una crisi di ‘cambio’: è una crisi di ‘cambio d’epoca’. È un’epoca, quella che cambia. Non sono cambiamenti epocali superficiali”.1
Papa Francesco, partendo dall’intuizione che non stiamo più vivendo in un’epoca di cambiamenti bensì in un cambiamento d’epoca, ci invita a farci carico del realismo storico, vale a dire a vivere questo nostro tempo senza aver paura di farsi coinvolgere dalla periferia, perché ciò che conta è saper guardare la realtà e non pensarla utopisticamente, egocentricamente, in modo autoreferenziale.
Nell’intervista, i molti insegnamenti del Papa sembrano riannodarsi attorno a due questioni fondamentali: da un lato il lavoro che crea dignità e responsabilità e, dall’altro lato, l’impresa attenta al bene comune come indispensabile motore di sviluppo integrale della persona e della società. La visione della dignità umana conquistata per mezzo del lavoro è stata evocata dal Santo Padre in più di un’occasione: “Dove non c’è lavoro, manca la dignità [...]. È difficile avere dignità senza lavorare”.2 E ancora, “il lavoro fa parte del piano di amore di Dio” ed “è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci ‘unge’ di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre; dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione”.3
Se il lavoro umano è mezzo di realizzazione del sé e fondamento della comunità democratica statale (art. 1 Cost.), la mancanza di lavoro umilia la persona non soltanto come essere umano, ma anche come essere sociale e come cittadino. Ecco perché la mortificazione del lavoro mette a dura prova le basi democratiche del nostro Paese e la funzione stessa dello Stato sociale. I giovani, così fragili ed esposti oggi al pericolo di rimanere ai margini del lavoro, rischiano di rimanere ai margini anche della società, della democrazia, in una condizione di sub dignità.
Di fronte alle grandi trasformazioni che sta attraversando il mondo del lavoro, questi grandi temi, che toccano le fondamenta della convivenza sociale così come la sostanza umana delle persone, pongono allora importanti sfide allo Stato, alla società nel suo complesso, al mondo economico, a tutti i cittadini. Le difficoltà che incontrano nel mercato del lavoro i soggetti più deboli, e specialmente i giovani, chiedono oggi, rispetto al passato, un più forte impegno della Repubblica nel promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro (art. 4 Cost.), garantendo l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini (art. 3, comma 2, Cost.). Sollecitano altresì l’impegno di tutte le forze sociali, ciascuna nel suo campo di azione e con le sue proprie prerogative, a prodigarsi in tale direzione per dovere solidaristico (art. 2 Cost.).
I cambiamenti in atto, però, sono di portata tale da non poter essere più affrontati con interventi di mero aggiustamento di stretto respiro o con logiche emergenziali o, peggio, assistenziali. Le disuguaglianze, le nuove povertà, le nuove forme di schiavitù, cui si riferisce il Papa nell’intervista, chiedono di ripensare dalle fondamenta il patto sociale che sta alla base della convivenza civile, senza perdere mai di vista il valore essenziale della solidarietà e dell’aiuto reciproco.
Questo vale tanto nella dimensione del mercato del lavoro, che deve essere inclusivo, generatore di opportunità per tutti, facendo in modo che “il lavoro crei altro lavoro, la responsabilità crei altra responsabilità, la speranza crei altra speranza, soprattutto per le giovani generazioni”, quanto nella dimensione dell’impresa che impiega lavoratori, che deve improntare il proprio agire economico al rispetto della dignità delle persone e non soltanto al profitto.
Il Papa ci ricorda, infatti, nell’intervista l’importanza di costruire “un nuovo umanesimo del lavoro, promuovere un lavoro rispettoso della dignità della persona che non guarda solo al profitto o alle esigenze produttive ma promuove una vita degna sapendo che il bene delle persone e il bene dell’azienda vanno di pari passo”.
Ecco allora che il Pontefice invita a riflettere sull’importanza e la responsabilità dell’impresa non tanto nella crescita economica, ma nello sviluppo equilibrato e integrale della società nel suo complesso. Lo fa richiamando le parole di Paolo VI nell’enciclica Populorum progressio: “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”.4
Le minacce di disumanizzazione del lavoro che derivano dall’accelerazione del progresso tecnologico sono molte ed è per questo che proprio quando il rischio di cedere alla tecnocrazia si fa più forte occorre concentrarsi sulla valenza etica dell’agire economico, tenendo in equilibrio giustizia e profitto, che sono anche garanzie di un’azienda sana e quindi in grado di vivere e rigenerarsi. Qui il Pontefice mostra di cogliere la portata del cambiamento epocale che interessa le relazioni economiche e del lavoro, il superamento della storica contrapposizione e conflitto tra capitale e lavoro, che deve necessariamente cedere il passo a una visione più partecipata, più comunitaria e collaborativa di impresa. Un’impresa che, senza rinunciare alla propria funzione storica e sociale, deve aprirsi al territorio, indirizzarsi all’assunzione di responsabilità sociale, deve essere attenta al benessere dei lavoratori, alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, al superamento delle diseguaglianze e discriminazioni, alla distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta e al giusto salario, al riconoscimento dell’importanza dell’uomo rispetto alla macchina.
Si tratta di tenere presente i valori essenziali di giustizia sociale nell’agire economico, soprattutto oggi che le regole del mercato e della concorrenza, anche negli scenari sovranazionali, si fanno sempre più spietate e centrate sulle logiche imperanti del guadagno. Ancora sono le parole di Paolo VI che Papa Francesco ricorda sottolineando come “una economia di scambio non può più poggiare esclusivamente sulla legge della libera concorrenza, anch’essa troppo spesso generatrice di dittatura economica. La libertà degli scambi non è equa se non subordinatamente alle esigenze della giustizia sociale”.
Bisogna peraltro prendere atto che l’ordine economico è sempre più complesso e il cambiamento d’epoca investe e scuote dal profondo le coordinate di riferimento del mondo del lavoro, sulle cui premesse sono stati costruiti i modelli giuridici di tutela del ventesimo secolo. Da questa consapevolezza occorre partire per trasformare le criticità in opportunità e ripensare anche i modelli giuridici di tutela del lavoro e di realizzazione dell’equità sociale.
Alla competizione storica tra capitale e lavoro, si sono venuti affiancando nuovi antagonismi e nuove forme di debolezza che reclamano interventi di ampio respiro dell’azione pubblica. Ci si riferisce, in particolare, a:
a) il binomio interesse individuale/interesse collettivo: la spinta alla frammentazione e all’individualizzazione degli interessi scaturisce dal declino dei presupposti storico, sociali e antropologici su cui l’organizzazione sindacale ha costruito le proprie basi, ossia il senso di appartenenza alla categoria, la coalizione e la lotta di classe. Gli interessi individuali si prestano sempre meno a essere sintetizzati e accorpati in una dimensione “collettiva” e, dall’altra parte, assistiamo all’incapacità dei sindacati di stare al passo con il cambiamento d’epoca e di farsi interpreti dei nuovi bisogni dei lavoratori più deboli. Ma la frammentazione degli interessi si registra anche sul versante datoriale, dove si assiste a un’inarrestabile frantumazione della categoria merceologica tradizionale. La crisi del sindacato significa declino della solidarietà tra lavoratori, apre il terreno alla rinascita di spinte individualistiche che sembrano costituire ormai una cifra identificativa, a tutti i livelli, della società moderna. Se non adeguatamente controbilanciate da una sapiente rigenerazione dell’idea di agire comune, di condivisione, le spinte individualistiche mettono a dura prova i valori solidaristici cui è ispirata la nostra convivenza civile, indeboliscono i singoli, aumentano le diseguaglianze;
b) il binomio giovani/anziani: la questione dei conflitti e dei patti intergenerazionali è diventata cruciale per il diritto del lavoro e per la previdenza sociale. Si sta forse chiedendo troppo alle giovani generazioni, in una società che invecchia a ritmi crescenti e non garantisce un adeguato tasso di incremento della popolazione. Una segmentazione, quella giovani/anziani, che si riflette in un’inaccettabile disparità di condizioni e di aspettative nel mercato del lavoro e nella protezione sociale;
c) il binomio occupati/disoccupati, ma anche quello tra occupati e sotto occupati: il diritto del lavoro costruito a misura del lavoratore (già) occupato non basta più a tutelare il lavoro. La situazione, o talvolta anche solo la percezione, di precarietà è pervasiva. La mobilità tra posizioni lavorative e tra status di occupazione e disoccupazione diventa una condizione non più frizionale bensì ordinaria con cui debbono fare i conti le forze di lavoro. Ciò pone l’esigenza di ripensare completamente le forme e lo statuto protettivo del cittadino lavoratore;
d) il binomio italiani / stranieri: la cittadinanza europea sconta un’integrazione politica economica e sociale soltanto parziale. Il disallineamento tra cittadinanza sociale e cittadinanza politica sottopone a forti sollecitazioni il nostro sistema di welfare, soprattutto nella componente assistenziale/universale che ha come destinatari i regolarmente residenti sul territorio nazionale e viene finanziata con la fiscalità generale. L’asimmetria tra i titolari dei diritti sociali e coloro che sono chiamati alla solidarietà con il prelievo fiscale, pone seri problemi di equità distributiva e sostenibilità complessiva di richieste crescenti di copertura di bisogni sociali di base, a fronte di una conclamata insufficienza delle risorse finanziarie statali disponibili allo scopo.
Bastano questi brevi accenni per capire che nel cambiamento d’epoca, per apprestare una tutela adeguata del lavoro e ritrovare una giustizia sociale dell’ordine economico non sia più sufficiente governare il conflitto tra capitale e lavoro e riequilibrare la relazione contrattualmente sbilanciata tra datore di lavoro e lavoratore. Allora il legislatore, il giurista, lo studioso hanno più che mai la responsabilità di ricercare e trovare nuove sintesi e di pensare a nuovi modi di realizzare la solidarietà e l’uguaglianza sostanziale che, prima ancora che essere dettato costituzionale, esprime valori basilari di civilità, carità e umanità.
Ciò è tanto più vero nell’attuale fase storica di eccezionale cambiamento che coinvolge l’evoluzione stessa della società umana dalle tecnologie agli assetti socio-demografici, dalle modalità di produzione di ricchezza economica all’ambiente. In questo nuovo scenario, occorre essere innovativi, o meglio, saper essere innovativi e saper introdurre nuovi criteri, nuovi modelli di comportamento, vincenti rispetto alle sfide in atto, e, allo stesso tempo, rimanere ancorati ai principi fondanti del vero umanesimo.
Si perviene, quindi, ad una nuova idea di economia, basata sull’eccellenza e solidale; una economia – comunità, dove a tutti è data un’opportunità; dove ci si prepara per la propria vita lavorativa, ma anche per svolgere un ruolo positivo nella Comunità di cui si è parte. Tutti sono chiamati a considerare sempre più il proprio lavoro un impegno positivo a servizio dell’uomo e della collettività.
1. Incontro con il mondo della cultura, Discorso del Santo Padre Francesco, Cagliari, Aula Magna della Pontificia facoltà di Teologia della Sardegna, 22 settembre 2013.
2. Incontro con il mondo del lavoro, Discorso del Santo Padre Francesco, Cagliari, Largo Carlo Felice, 22 settembre 2013.
3. Papa Francesco, Udienza generale, Piazza San Pietro, 1 maggio 2013.
4. Populorum progressio, Lettera enciclica di Sua Santità Paolo P.P. VI, 25 marzo 1967.