Volentieri condivido talune riflessioni personali (e che come tali non investono in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro).1 Questa intervista tocca molti punti che sono, infatti, oggetto di riflessione nel campo economico. Al fondo, si tratta di comprendere bene il posto e i limiti che il paradigma dell’agente economico, volto alla massimizzazione della sua utilità e perfettamente razionale, ha nella riflessione economica. Sappiamo che questo paradigma è una semplificazione, che fa marciare buona parte della modellistica attraverso la nozione di agente rappresentativo.
Si assume che si possano modellizzare sinteticamente le persone, come consumatori, nell’atto economico, semplicemente sommando le loro preferenze “autointeressate”. Basterebbe introdurre l’idea che, in realtà, le persone sono interessate a come i propri comportamenti incidono sugli altri, sui beni comuni e sul futuro, perché il paradigma dell’agente autointeressato non possa più svolgere la stessa funzione.
Il Papa coglie nel segno, in questo senso, quando parla della persona e dell’impresa come un nucleo di relazioni, e quando mette entrambi in rapporto al territorio e all’ambiente. In realtà, è dalla scoperta del cosiddetto paradosso di Easterlin,2 agli inizi degli anni Settanta, che la scienza economica si confronta con questo problema. Se è dal consumo che le persone traggono giovamento, c’è da aspettarsi che l’aumento del reddito pro capite sia accompagnato da un aumento del benessere. Non è così.
Easterlin, quasi per caso, comincia a lavorare e a mettere insieme una serie di sondaggi che venivano prodotti da molti anni sulla felicità degli americani; poi aggancia questi ai dati sul reddito pro capite e scopre quella curiosa curva che inizialmente cresce, come ci si aspettava, ma poi cade al ribasso. Quando il reddito pro capite ha raggiunto un certo livello (corrispondente a valore circa 22.000 dollari nel 1972 – questo dato va aumentato per tenere conto dell’inflazione), la felicità cade inesorabilmente. Questo paradosso è stato confermato da studi fatti in una serie di altri Paesi. Pare una legge inesorabile. Come spiegarlo?
Evidentemente il paradigma dell’uomo solo che massimizza consumando non tiene. Devono esserci altri “beni”, da cui dipende davvero la felicità del nostro triste consumatore che, per qualche motivo, possono decrescere con l’aumentare del consumo di beni prodotti e transitanti dal mercato. Studi successivi hanno posto l’accento su questo aspetto: quello che può venire meno, nonostante l’incremento del consumo di beni di mercato, sono i beni relazionali (che attengono al senso di sé in quanto riconosciuti) e i beni comuni (come la conoscenza, la natura, la qualità della vita che ne deriva). Altri segnalano l’importanza del capitale sociale (la capacità che gli individui e i corpi intermedi hanno di mettersi in rapporto secondo dimensioni di fiducia, stima, reciprocità, senza rapporti di mercato).
Da questo punto di vista, come notano giustamente alcuni economisti del cosiddetto paradigma (italiano) di economia civile, il problema del consumismo non è legato tanto al livello di consumo (anche se ribilanciare gli eccessi del mondo industrializzato, si pensi all’obesità, basterebbe a sfamare una fetta notevole di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà) ma alla composizione dei beni oggetto di consumo. A farne le spese sono i beni relazionali, quei beni che nascono dal riconoscimento del valore della persona in quanto condivide il suo essere con altri (amicizia, famiglia) e i beni comuni appunto. Non a caso il Papa insiste molto sul concetto di bene comune, quasi fosse il paradigma di una vera teoria del valore.
Da questo punto di vista, ancora, il Papa tocca un tasto che viene studiato dalla branca della behavioral economics.3 Spingere, quasi al parossismo, il paradigma dell’agente autointeressato e quindi legare il concetto di benessere solo al consumo privato di beni che passano dal mercato, cozza con la realtà, osservata empiricamente, che le persone sono generalmente molto portate a considerare gli aspetti di equità nelle loro scelte; che traggono giovamento (senso del loro essere) dal decidere, liberamente, a favore di una condivisione della fetta di torta. Soprattutto quando l’aspetto relazionale, che certamente è’ un dato psicologico (di natura), è coltivato nella trama di rapporti.
Daniel Kahneman, che in realtà è uno psicologo, ha vinto (insieme a Vernon Smith) il Premio Nobel per l’economia nel 2002. Taluni sostengono che il senso di equità dipende dalla paura di avere un reddito basso, in realtà, gli studi di Kahneman e Vernon dimostrano che l’equità (il senso dell’importanza che le persone in quanto tali partecipino in misura adeguata al soddisfacimento dei bisogni di una società, senza diseguaglianze talmente eccessive da minare la dignità) è sentita da tutti come un fattore fondamentale della visione positiva di una società e del posto che ognuno occupa in essa. Questo certamente ha un legame diretto con la denuncia che il Papa fa del rischio di una cultura dello scarto, dove la persona (e quindi la priorità di immaginare un assetto della società e dell’economia che favorisca il lavoro) abbia un posto talmente marginale da correre sul filo del precipizio dello scarto.
Il Papa tocca un altro tasto importante quando ricorda che la creazione di valore esige capacità di rapporti di reciprocità e promozione del valore della persona, proprio dentro l’impresa. Questo aspetto in realtà sta venendo fuori con la caduta del modello fordista, che questa “quarta” rivoluzione industriale ha imposto. Alcuni studi, infatti, legano una certa caduta di produttività all’incapacità, alimentata da modelli passati, di valorizzare i lavoratori come “comunità” di talenti che trova nella relazione e nel riconoscimento reciproco l’assetto per un lavoro comune di fronte alle sfide di un mondo che cambia sempre più velocemente. Solo chi sa lavorare bene insieme (favorendo una stima e fiducia reciproca) può creare le condizioni per soluzioni che richiedono differenti competenze.
Infine, c’è la questione della biodiversità. È un tema normalmente affermato nella teoria degli ecosistemi; si asserisce che un ecosistema organicamente diversificato è più in grado di affrontare le sfide che la natura pone. In campo economico questo concetto viene declinato in favore della necessità di sostenere la diversità di forme di imprese.
Si commette spesso l’errore di confondere una economia di mercato con il paradigma capitalistico dell’impresa volta alla massimizzazione del profitto. In realtà’ l’economia di mercato, al contrario di altri esperimenti miseramente falliti di economie pianificate, assume una diversità di soggetti operanti. Vi sono realtà che trasformano il valore che creano in puro profitto che distribuiscono agli azionisti e altre realtà che, invece, trasformano il valore che creano in benefici per i propri membri e per il territorio. Entrambe guardano in modo particolare all’efficienza. Nel primo caso essa è un obiettivo da massimizzare per generare i profitti. Nel secondo essa è invece un vincolo da rispettare per poter generare valore da distribuire ai propri membri e al territorio. Il secondo tipo di impresa è di norma chiamata impresa cooperativa.
Anche su questo tema, pur con la brevità di una intervista, il Papa centra nel segno. Dopo la crisi finanziaria si era osservato che le istituzioni operanti con leva finanziaria elevatissima (scelta conseguente alla necessità di massimizzare il profitto) avevano dato origine agli squilibri che sono poi sfociati nella bolla e nel suo relativo “scoppio”. Altre realtà finanziarie, come le banche cooperative (parte importante dei sistemi finanziari di molti Paesi, inclusi quelli europei) avevano invece avuto comportamenti più mirati e orientati alla sostenibilità di lungo periodo.
In molti casi, queste istituzioni hanno limitato il credit crunch (la stretta del credito) che ha seguito la crisi finanziaria, in particolare per le piccole imprese e famiglie, contribuendo a lenire la prociclicità di altre banche. Questo aveva portato, nel famoso rapporto Liikanen4 (sull’origine della crisi e le possibili soluzioni) a identificare nella biodiversità delle forme di impresa un obiettivo di policy. Il governo inglese, di li a poco, ha fatto lo stesso.
Questo breve intervento ha solo lo scopo di segnalare come tanti dei temi toccati da questa intervista si collegano a tentativi di elaborazione concettuale, in campo economico, che decisamente cercano di superare la visione riduzionistica dell’agente autointeressato proprio sulla base di dati e studi empirici. Certamente è un suggerimento che gli economisti che si occupano di policy sentono sempre più stringente, basti pensare all’importanza che il tema della crescita inclusiva e sostenibile sta avendo nell’agenda di quasi tutti gli organismi internazionali. Probabilmente questo mette in luce l’importanza di un approccio interdisciplinare sul tema dello sviluppo. Una sfida che si può raccogliere, appunto, soltanto imparando davvero a lavorare insieme.
1. The views expressed in this paper are those of the author and do not necessarily represent the views of the IMF, its Executive Board, or IMF management (Le opinioni contenute in questo articolo sono unicamente dell’autore e non rappresentano necessariamente il punto di vista dell’FMI, del suo cda o dei suoi dirigenti).
2. Il paradosso di Easterlin (1974), dice in sintesi che la relazione tra reddito e felicità auto percepita non cresce linearmente nel tempo, all’inizio aumentano insieme, ma dopo una certa soglia e dopo un certo tempo, ogni ricchezza in più non solo non aumenta la felicità, ma l’andamento s’inverte e la felicità si stabilizza o decresce. In sostanza, il reddito non è sufficiente a spiegare il benessere soggettivo.
3. Branca interdisciplinare dell’economia e della psicologia cognitiva, che studia il comportamento di scelta economica con metodo sperimentale.
4. Si tratta di una serie di raccomandazioni in materia di finanza che sono state pubblicate nell’ottobre 2012 da un gruppo di esperti guidato da Erkki Liikanen, governatore della Banca di Finlandia e membro del consiglio della BCE.