Numerosi sono i temi e gli spunti che emergono dalla ricca intervista di Papa Francesco. Mi soffermo in particolare sul brano citato dal Papa e tratto dalla Populorum progressio1 di Paolo IV.
“La legge del libero scambio non è più in grado di reggere da sola le relazioni internazionali. I suoi vantaggi sono certo evidenti quando i contraenti si trovino in condizioni di potenza economica non troppo disparate: allora è uno stimolo al progresso e una ricompensa agli sforzi compiuti. Si spiega quindi come i Paesi industrialmente sviluppati siano portati a vedervi una legge di giustizia. La cosa cambia, però, quando le condizioni siano divenute troppo disuguali da Paese a Paese: i prezzi che si formano “liberamente” sul mercato possono, allora, condurre a risultati iniqui”.2
In questa frase del Papa è contenuta tutta la crisi delle relazioni economiche internazionali in particolare del commercio internazionale. È indubbio che, guardando all’evoluzione dell’economia mondiale dal secondo dopoguerra a oggi, la globalizzazione abbia contribuito notevolmente a migliorare le condizioni di milioni di persone e a garantire un livello di benessere che non ha precedenti nella storia. Tuttavia, è altrettanto indubbio che la fase di globalizzazione più recente che si riferisce agli ultimi 25-30 anni non è stata in grado di corrispondere alle aspettative. Chi, dopo la caduta del muro di Berlino e con l’avvento della prima rivoluzione di Internet credeva di essere all’inizio di una nuova era che avrebbe garantito pace e prosperità per tutti, ha osservato la crisi delle economie liberali, messe a dura prova dalla crescente diseguaglianza e dalla crisi finanziaria e sfidate politicamente da movimenti e partiti che mettono apertamente in discussione i presupposti del liberismo.
Il Papa ci fornisce una chiave di lettura interessante e provocatoria. In primo luogo sottolinea la difficoltà del mercato quando le relazioni sono asimmetriche e in secondo luogo pone l’accento sull’assenza di vere relazioni nelle nostre economie.
L’evoluzione del commercio internazionale dal secondo dopoguerra testimonia la preoccupazione del Papa. Il paradigma economico che ha caratterizzato le economie liberali dopo la Seconda guerra mondiale è stato quello di incoraggiare una progressiva liberalizzazione del commercio che, a sua volta, favorisse lo sviluppo industriale. In effetti tutti i principali miracoli di crescita a cui abbiamo assistito sono basati su due elementi decisivi: lo sviluppo del settore manifatturiero trainato dalla crescita delle esportazioni. È’ stato questo il modello che ha consentito lo sviluppo delle economie europee (tra cui l’Italia) negli anni Cinquanta e Sessanta in cui la costituzione della CEE ha giocato un ruolo cruciale, ma anche lo sviluppo delle economie asiatiche quali Giappone, Korea e Taiwan. La liberalizzazione commerciale in questa fase si è realizzata all’interno di un sistema multilaterale, il cosiddetto GATT (General Agreement on Tarifs and Trade), poi evolutosi nel WTO (World Trade Organization). In un sistema multilaterale le decisioni vengono prese per consenso e dunque richiedono il contributo (e il voto) di tutti i Paesi, sia di quelli grandi come le economie avanzate che di quelli piccoli come i PVS (Paesi in Via di Sviluppo). Un sistema siffatto tende ad aiutare i deboli sia perché il loro voto conta tanto quanto quello dei Paesi più grandi, sia perché essi possono coalizzarsi tra di loro per formare gruppi di pressione molto efficaci.
Al tempo stesso il sistema multilaterale attribuisce una forte dose di responsabilità ai Paesi più grandi e avanzati. Questi ultimi infatti hanno più da perdere impegnandosi in accordi multilaterali, ma proprio per questo possono guidare il processo di liberalizzazione attraverso il buon esempio garantendone l’esito positivo.
Il successo del GATT è stato per molti versi imputabile al ruolo fattivo e propositivo giocato da Stati Uniti ed Europa. In questa situazione, a fianco di evidenti e legittimi interessi di parte (creare le condizioni affinché le proprie imprese potessero avere un più facile accesso ai mercati), ha giocato un ruolo decisivo un sistema valoriale condiviso basato sulle radici comuni cristiane in cui l’agire sociale e politico – sia a livello nazionale che internazionale – era, pur con tutti i limiti, orientato a perseguire il bene comune. Paradossalmente, dopo il crollo del muro di Berlino, proprio quando il paradigma liberale sembrava emergere incontrastato, la spinta ideale che lo sorreggeva si è gradualmente affievolita come se i principi fondanti delle democrazie liberali fossero ovvi e non dovessero essere riaffermati. L’esito è stato che le democrazie occidentali si sono involute, abbracciando una visione più chiusa e miope in cui gli interessi individuali hanno perso di vista il bene comune.
Nelle relazioni internazionali tutto ciò si è tradotto in un progressivo disimpegno dalle organizzazioni internazionali. L’amministrazione Trump fornisce l’esempio più chiaro in questo senso: gli USA stanno osteggiando tutti gli accordi, non solo quelli multilaterali ma anche gli accordi commerciali ampi, in cui il loro potere risulti diluito (come ad esempio l’accordo commerciale Trans-Pacifico che coinvolge 12 Paesi), per sostituirli con accordi in cui gli USA negozino direttamente in ambiti ristretti con altre economie. In questo contesto il loro potere negoziale risulta certamente ingigantito ma tuttavia, come giustamente sottolinea il Papa, i risultati ottenuti sono inevitabilmente iniqui.
L’orizzonte ideale cristiano in cui l’altro, pur nella sua diversità, è percepito come una risorsa positiva anziché come un nemico da sconfiggere (anche economicamente) è il punto decisivo su cui si poggia il discorso del Papa. In questo modo: “La vita sociale non è costituita dalla somma delle individualità, ma dalla crescita di un popolo. La crescita sociale di un popolo non può non essere anche una crescita relazionale”. All’interno di questo orizzonte la responsabilità in capo alle economie più avanzate e ai loro governanti assume un connotato più profondo della semplice garanzia che tutto funzioni correttamente, aprendo l’orizzonte alla speranza del raggiungimento del bene comune.
In quest’ottica il discorso di Papa Francesco risuona come un forte richiamo per l’Unione Europea, anche in vista delle importanti elezioni del maggio 2019.
È indubbio che il coraggioso progetto europeo abbia preso le mosse dall’azione di un gruppo di leader politici (De Gasperi, Adenauer, Schuman) legati non solo da una forte stima e amicizia reciproca (le relazioni!) ma anche dalla condivisione di una forte spinta ideale fondata sulla fede cristiana che li portò a sfidare forti pregiudizi e ataviche rivalità per perseguire il sogno di una casa comune europea.
È altrettanto indubbio che negli ultimi decenni in Europa si sono susseguiti leader volti più all’interesse nazionale che a quello comune, preoccupati di mettere in risalto i limiti e i vincoli del progetto europeo anziché le enormi opportunità che esso consegna a cittadini e imprese.
Al di là degli aspetti tecnici che è doveroso trattare, il messaggio del Papa ci suggerisce un punto di partenza su cui ricostruire il progetto europeo: occorre ripartire dalla posizione originaria in cui al centro c’è la persona umana con tutto il suo portato ideale, all’interno di un sistema di relazioni che l’Unione Europea ha la possibilità, oltre che la responsabilità, di valorizzare e di esaltare. Tutto ciò favorirebbe anche un maggior dialogo e una più attiva partecipazione da parte dei cittadini, in particolare delle nuove generazioni, che possano vedere l’Europa non come una sovrastruttura amministrativa, ma come un ambito dove ognuno possa mettersi pienamente in gioco.
1. Populorum Progressio, Lettera enciclica di Sua Santità Paolo PP. VI, 25 marzo 1967.
2. Ibidem.