L’anacronistica domanda di sicurezza in Occidente, insieme alla caduta di sovranità, sta producendo società sempre in allerta, con l’ansia del pericolo costante. E questo non fa che generare forme di controllo sempre più invasive verso cittadini impauriti. Una pratica che mette in discussione valori accertati e lungamente condivisi. Istigata da una tecnologia che in materia ha gioco facile. Questa fotografia rischia di essere un tratto caratteristico nella nuova configurazione del mondo. Dei mondi. Là dove le relazioni non possono avere una possibilità positiva se il criterio prevalente è la mentalità securitaria. Si tratta di un deficit, prima di tutto, di cultura. Emergenza delle emergenze.
“Il XXI secolo – scrive Alessandro Colombo, esperto di politica internazionale, nel suo ultimo saggio, Il governo mondiale dell’emergenza (Cortina) – ha avuto, fino a questo momento, un andamento ironico: iniziato in modo quasi solenne all’insegna del mito dell’irreversibilità (della democrazia liberale, del capitalismo, delle organizzazioni internazionali e del ‘nuovo ordine mondiale’ nel suo complesso), gli sono bastati meno di vent’anni per finire immerso in un clima dilagante di insicurezza. Questa insicurezza rovescia una dietro l’altra le aspettative celebrate nell’epoca d’oro dell’ordine liberale, tra la seconda metà degli anni Ottanta e gli anni Novanta dell’ultimo secolo: la fine della guerra, l’avvento di un mondo senza confini, la maturazione continua del tessuto multilaterale della convivenza internazionale, l’allargamento e, in prospettiva, l’universalizzazione del mercato e della democrazia, la mancanza di alternative praticabili alla democrazia liberale”.
In pratica, appunto, la fine della globalizzazione. O almeno la fine di un certo modello di globalizzazione, basato sul liberismo economico e sul profilo unipolare della politica internazionale.
In mezzo, tra le illusioni di Francis Fukuyama e le paure di oggi, c’è un convitato di pietra, qualcosa che pensavamo di aver relegato ai confini del nostro mondo e della nostra psiche collettiva: la guerra. Non c’è dubbio – dice Colombo – che una rinnovata situazione di belligeranza quasi permanente (Iraq, Libia, Siria, Ucraina…) “sia destinata a cambiare in profondità il contesto internazionale: rimilitarizzando le relazioni tra i principali attori, spingendo ancora più avanti la pericolosa tendenza alla bipolarizzazione del sistema, spezzando la stessa globalizzazione in aree politico-economiche sempre più coese al proprio interno e sempre più diffidenti verso l’esterno”.
Eppure, nonostante il fallimento delle “promesse irrealistiche” di trent’anni fa, al crollo del comunismo, “esse continuano a costituire la matrice, o persino l’unità di misura, attraverso la quale le élite politiche e intellettuali interpretano e valutano la realtà attuale, con il risultato di non riuscire mai a fare i conti sino in fondo con le ragioni della sua crisi”.
Un mondo unipolare
E l’enfasi eccessiva, anacronistica sulla questione della sicurezza dell’Occidente, saldandosi oggi con il “declino della sovranità” finisce, paradossalmente, per mettere in gestazione una società pericolosa per il cittadino, la quale esercita “una sorveglianza diretta contro i violatori dell’ordine politico, giuridico, persino morale, più che contro nemici propriamente politici, sottratta al controllo delle opinioni pubbliche”. Tutto questo, naturalmente, facilitato e quasi istigato da una rapida evoluzione della tecnologia che permette ormai di tenere sotto controllo i cittadini e le loro idee “uno per uno”.
Protagonisti della grande utopia liberale fallita sono stati soprattutto gli Stati Uniti e le loro “promesse di palingenesi”, il tono quasi messianico della “religione civile della transizione al mercato e alla democrazia, in un catechismo quotidiano di racconti edificanti”. Tutto un armamentario ideologico che alla prova della storia non ha funzionato affatto: quello di un mondo unipolare, dice Colombo, accoppiato alla “presunta neutralità della tecnica”, di volta in volta economica, sanitaria, ambientale o di polizia, rivestita dall’impianto retorico della lotta al terrorismo e alla “radicalizzazione”.
I segnali di scomposizione del quadro “sono inequivocabili: la spinta (politica più ancora che economica) a ‘riportare a casa’ attività in precedenza delocalizzate, almeno in settori nuovamente dichiarati ‘strategici’ quali quello sanitario e quello energetico; la riscoperta della promessa di ‘confinamento’ e ‘messa in sicurezza’ dei confini dei singoli Stati nazionali e delle stesse organizzazioni regionali, ‘Unione Europea compresa’”. La risposta alla crisi sarebbe “la tentazione di smontare, e semmai rimontare, la globalizzazione in spazi più ristretti e solo attorno ad attori, principi e progetti compatibili con i propri”.
Il pericolo di una società morbosa
Questa ossessione per la sicurezza, e il mito parallelo della centralità delle soluzioni politiche occidentali, sono per Colombo il terreno di coltura di una società autoritaria di nuovo in costruzione, in cui l’esercizio libero del pensiero non è più un’opzione socialmente interessante, situazione paradossale proprio in quel mondo liberale che della difesa della libertà del singolo ha sempre fatto il suo cardine.
La sua controfigura è quella che Ivan Illich chiamava “una società morbosa”, ipocondriaca, sempre spaventata: “Non soltanto nelle cosiddette autocrazie, ma anche negli Stati liberali, la sorveglianza sembra aver imboccato una dinamica di crescita senza fine”. Riprese a circuito chiuso dotate di sistemi di riconoscimento facciale, videocamere di controllo ovunque, localizzatori GPS, programmi di intercettazioni su vasta scala delle comunicazioni, banche dati del DNA sono tutti dispositivi che “renderebbero quasi impossibile sfuggire i tentacoli di un regime totalitario”. Quella che Colombo chiama “la Repubblica del Bene e i suoi Custodi”, entrambi maiuscoli, si profila come una “globalizzazione della sorveglianza” in cui le grandi compagnie diventano i più strenui difensori dell’ordine sociale esistente, molto più dello Stato nazionale in declino.
Così l’ordine internazionale non si propone solo come un ordine politico, e neanche semplicemente come ordine economico sovra-statuale, ma come un ordine morale indefettibile, che emana le sue leggi e applica le sanzioni molto severamente al suo interno, e innesca una guerra permanente con tutto il mondo che sta al di fuori dei suoi confini, geografici e culturali, convinto che la sua superiorità tecnica e morale siano tutt’uno.

Professor Colombo, perché siamo scivolati in questo stato di “insicurezza permanente”?
Il fatto è che negli anni Novanta ci siamo dati un criterio totalmente irrealistico: abbiamo ritenuto che essere sicuri significasse non essere più esposti ad alcun tipo di sfida, di alternativa, di smentita, di competizione politica o economica. Era un criterio destinato, evidentemente, a naufragare. La mia sensazione è che da alcuni anni stiamo reagendo in modo esagerato, a volte quasi paranoico alle difficoltà che incontriamo. Nella storia, e a maggior ragione nella sfera politica, ci sono sempre stati dei competitors, ci sono sempre state delle alternative, e anche dei pericoli. Tutte cose a proposito delle quali invece si sono ascoltati in questi anni quasi degli “annunci dell’Apocalisse”. Faccio l’esempio più banale: abbiamo avvertito fin dall’inizio nella crescita della Cina una minaccia catastrofica; credo che sia figlia anch’essa dell’illusione di poter vivere senza più competitors.
La sicurezza del cittadino è un elemento chiave di qualsiasi società: ma una società non è solo autoprotezione.
Certo. È un po’ un vizio originario dell’ordine politico moderno, che nasce molto fragilmente fondato, incapace di darsi una base forte di legittimità. E dall’inizio scambia questa incapacità con la promessa di sicurezza che, però, diventa la sua ossessione. Noi viviamo in un universo che è securitario non occasionalmente, questo è il nostro modo di concepire lo scambio di diritti e doveri tra Stato e cittadino: ciò che ci aspettiamo dall’ordine politico è anzitutto sicurezza.
Questa diffidenza verso il mondo esterno ha l’aria di essere una debolezza culturale, prima che politica.
Credo che sia uno dei principali ritardi culturali che, soprattutto noi europei, ma in parte anche gli americani, stiamo soffrendo da diversi decenni: non vogliamo fare i conti con il fatto che i tre secoli nei quali siamo stati al centro del mondo siano finiti. Non è tanto, come si dice spesso, un po’ retoricamente, un fastidio che noi proviamo nei confronti dell’“altro”, no, chi è diverso da noi ci dà fastidio quando si emancipa dalla propria posizione di debolezza. A noi gli altri piacciono finché sono ammassati sui barconi, è quando escono dalla loro condizione di precarietà e ci sfidano che non li sopportiamo. Questo è il problema. Quando troviamo dei soggetti che sono totalmente diversi da noi, e che mettono in discussione la tradizionale pretesa occidentale di parlare a nome della comunità internazionale, noi replichiamo con una serie di scorciatoie, come quella che ha inventato l’amministrazione Biden da un paio d’anni a questa parte: la contrapposizione fra autocrazie e democrazie, che è un modo proprio di voler evitare il problema, non volerlo vedere.
Non eravamo i paladini del pensiero critico, capace di mettere in discussione anche se stesso?
La mia sensazione è che ci sia appunto un collasso di tipo culturale. È l’ultimo esito di una filiera educativa in profonda crisi, ed è un’osservazione che non vale affatto solo per l’Italia: osserviamo una rescissione dei rapporti con la grande cultura del passato, un ripiegamento quasi claustrofobico nella contemporaneità. Basti pensare a come vengono continuamente ristretti i corsi di Storia all’interno dell’insegnamento universitario. Con la retorica degli anni Novanta sulla “fine della Storia” ci siamo abituati all’idea che noi viviamo in un contesto che non solo non ha un futuro, ma in realtà non ha neppure un passato, perché vive dentro la sua “perfezione”. È un’idea che abbiamo introiettato non solo a livello intellettuale ma anche politico ed economico. Siamo tutti dentro questo incanto. Io in università tengo uno dei miei due corsi in inglese e vengono studenti anche da altri Paesi europei: a volte chiedo ai ragazzi chi di loro abbia letto Dostoevskij, o Thomas Mann o altri autori giganteschi, che hanno fatto parte della nostra formazione: oggi quasi nessuno li conosce. C’è un processo di analfabetizzazione di massa impressionante. Io credo che questo abbia anche un impatto sulla nostra capacità di comprendere gli altri: non soltanto non li comprendiamo dello spazio – il mondo che non è “Occidente” –, ma non li comprendiamo neanche nel tempo, giudichiamo tutte le civiltà del passato con le categorie nostre, per cui finiamo in una spirale autistica, giudichiamo tutto a partire da noi. Ma l’autismo è una forma patologica.
Lei sottolinea il rischio legato all’infiltrarsi ovunque della tecnologia digitale, che si “mangia” una dimensione essenziale nelle società moderne: la sfera privata.
Sì, vedo il convergere di una serie di cose che mi fanno paura. E sulle quali non abbiamo alcun controllo. L’aumento esponenziale della capacità tecnologica credo, purtroppo, che sia un processo difficilmente governabile. Negli ultimi anni si è diffusa una disponibilità crescente alla sorveglianza reciproca. Nel cuore delle società liberali emerge un carattere che somiglia alle derive totalitarie del Novecento: tutti controllano tutti. Il senso di essere sotto minaccia spinge verso una diffusione della sorveglianza che non è più, com’era fino a qualche decennio addietro, una sorveglianza dall’alto ma – cosa ancor più preoccupante - dal basso, diffusa, nella quale tutti hanno fretta di partecipare al gioco. È un fenomeno che ha delle dimensioni quasi ludiche, in superficie, quello che adottiamo adoperando i social media: io non li uso, dall’inizio ho avvertito come pericolosa l’idea di un mezzo come Facebook attraverso il quale uno guarda dal buco della serratura le vite degli altri. Eppure, ormai è uno standard generalizzato delle nostre relazioni sociali. All’inizio sembra divertente, poi – a poco a poco – ci si intossica e si diffonde questa abitudine a guardarsi di soppiatto, o, peggio ancora, a sapere di essere guardato.
Io personalmente cerco di evitare in tutti i modi le occasioni in cui posso essere scovato, non perché abbia qualcosa da nascondere ma mi dà un fastidio fisico essere osservato. Conosco però individui che passano le giornate a spiare la vita degli altri.
I mass-media, che dovrebbero essere strumenti di pensiero critico, sono molto omologati. È inquietante il livello di conformismo anche dei nostri giornali. Hai la sensazione di leggere sempre lo stesso articolo, in parte perché le fonti sono sempre le medesime: un giorno leggo su un quotidiano inglese qualcosa di polemico sul primo ministro britannico, il giorno dopo ritrovo essenzialmente lo stesso articolo su qualche giornale italiano, e lo stesso vale naturalmente anche viceversa. Diventa una specie di enorme gioco della ripetizione. Il capitolo conclusivo del mio ultimo saggio l’ho dedicato alla ripresa di quel meraviglioso libro che è Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, uscito nel 1918, in cui c’è la figura del “capannello”, nel quale si finisce quotidianamente per ripetersi sempre le stesse cose, che hanno un contenuto aggressivo; è la condizione nella quale ci troviamo noi, credo, con la differenza che quel capannello non si riunisce più per le strade di Vienna ma ovunque.
La mentalità liberale, nei secoli passati, aveva una nota di fondo più empirista, prudente: oggi è diventata utopista, e moralista, non trova?
Io credo la cultura diffusa oggi sia estremamente moralista, ma senza una dimensione utopica, che è stata una delle grandi vittime del Novecento. Nel secolo scorso noi abbiamo vissuto delle utopie sanguinarie che si sono scontrate tra loro, e per seppellirle ci siamo appiattiti in una dimensione atemporale, non c’è più utopia né curiosità; questa è l’altra cosa che emerge dai nostri processi educativi, sia scolastici che universitari, tutto davvero si sta riducendo a una semplice e pura tecnica di gestione dell’esistente. L’idea stessa che ci possa essere una realtà diversa da quella in cui già stiamo vivendo, sbiadisce. Chi ancora la conserva appare come un individuo antidiluviano.
Lei descrive un mondo in cui la vecchia sovranità statale è in declino, e quel po’ di vena anarchica che c’è in noi ci fa pensare che, avendo uno Stato meno forte, siamo destinati a essere più liberi: invece rischiamo di esserlo di meno.
La crisi di tutte le istituzioni in cui noi abbiamo fatto in tempo a crescere – lo Stato, la famiglia, la scuola – alla fine ci espone a una vulnerabilità. Le risposte delle istituzioni sono sempre state più o meno carenti, ma erano delle risposte. Oggi la fiducia che queste istituzioni possano soddisfare il nostro criterio di sicurezza non l’abbiamo più, e il risultato è una spirale di incertezza che si porta dietro una richiesta davvero quasi paranoica di protezione, un clima culturale che poi diventa inevitabilmente anche molto intollerante. Il mercato politico ne è dominato, ormai è una gara a chi riesce a fare più paura su qualche aspetto della vita sociale: a chi rivendica la paura di qualche cosa, gli altri rispondono con una paura diversa. Bisognerà fermarsi, uscire almeno qualche minuto da questa spirale e ragionarci un po’.
L’alternativa cos’è, riprendere in mano l’uso della ragione?
Non lo so, l’alternativa credo che sia cercare, nei limiti del possibile, di sottrarsi a questo gioco che non fa che aumentare continuamente la pressione sociale a uniformarsi. Io vedo una serie infinita di meccanismi omologanti, ovunque. Meccanismi che puniscono duramente qualunque forma di non conformità. E questo è pericoloso. Noi diciamo che nei Paesi cosiddetti autocratici il capo si circonda solo di “yes men”: ma anche da noi ce n’è un intero circo! Più che la ragione, oggi, a noi basterebbe già recuperare un po’ di senso del ridicolo.