Quadrimestrale di cultura civile

Anteprima. Chi disegna la nuova mappa del mondo

Siamo entrati nella fase storica della transizione, dove i mutamenti in corso sono certamente complicati da leggere e interpretare. Tuttavia, dobbiamo e vogliamo conoscere. Quel che è certo è che stiamo vivendo un cambiamento d’epoca di cui siamo al tempo stesso attori protagonisti e spettatori molto interessati. Guida ragionata al numero di Nuova Atlantide. Un monografico che intende offrire un contributo significativo – seppur non esaustivo, attraverso analisi suscitate dalle domande più incalzanti – per aiutarci a capire verso quale riassetto globale ci stiamo dirigendo. Uno squilibrato equilibrio?

La globalizzazione ha interrotto la sua corsa, e probabilmente non la riprenderà. Siamo in una fase storica di transizione tra l’ormai superata struttura globale, affermatasi a partire dalla caduta del muro di Berlino, e una nuova, che ancora dobbiamo e vogliamo conoscere.

Il mondo in questo momento assomiglia a uno di quei tessuti che, al leggero tocco di una mano, cambiano rapidamente tonalità di colore. Qui però il tocco è tutt’altro che delicato e la mano portatrice di cambiamento assume le sembianze di eventi dirompenti e violenti, come testimonia il moltiplicarsi di guerre di varia natura, militare, tecnologica ed economica.

Tutte scosse di un unico terremoto che, come tale, è destinato a mutare molte cose, in un modo ancora a noi ignoto. Non è facile capire che cosa stia succedendo e individuare il fil rouge dei tanti eventi che stanno ridisegnando la mappa del globo. Non lo è per il fatto che non possiamo ancora disporre di tutti gli elementi per comprendere quale sia, se c’è, il disegno finale. È come se dovessimo comporre un puzzle senza avere davanti agli occhi l’immagine che ne dovrà risultare. L’unica certezza è che, più passa il tempo, più cresce la consapevolezza che stiamo assistendo alla creazione di un nuovo equilibrio, o meglio disequilibrio, mondiale: dal mondo globale a quello post-globale, un cambiamento d’epoca di cui siamo allo stesso tempo attori e spettatori.

Le conseguenze della “società liquida”

Come siamo giunti a questo punto di rottura? Perché il modello di globalizzazione, da molti considerato perfetto e portatore di crescita senza fine, a una fine invece è giunto? Verso quale nuova struttura globale ci stiamo dirigendo? Chi sono gli attori principali di questo cambiamento? È possibile trovare una chiave di lettura unitaria per analizzare fatti che sembrano tra loro sconnessi? Il presente numero di Nuova Atlantide vuole offrire un contributo, significativo ma non esaustivo, per rispondere a queste domande.

Negli ultimi mesi non sono mancate analisi interessanti da parte di studiosi autorevoli sul tema della de-globalizzazione. Ad alcune di esse abbiamo attinto per la costruzione di questo numero.

Il valore aggiunto che tentiamo di offrire è soprattutto nel metodo di indagine, fatto di due elementi complementari: un elemento “orizzontale”, vale a dire la fotografia dello stato delle cose per individuare i vari pezzi del puzzle, e uno “verticale”, cioè l’analisi delle radici profonde del fenomeno. Il secondo è necessario per comprendere il primo, se vogliamo tentare di capire come unire i vari pezzi e visualizzare il disegno finale.

È proprio sulle cause del tramonto della globalizzazione e sulle caratteristiche del sorgente mondo post-globale che si focalizza la prima sezione del numero. Dai contributi emerge un punto chiaro e originale: i fattori che spiegano questo fenomeno non sono solamente di natura economica e sociale, ma innanzitutto antropologica. Il paradigma del libero mercato, la principale ragion d’essere della globalizzazione, è stato ossessionato dalla massimizzazione dell’utilità e del rendimento delle risorse, fino ad arrivare al paradosso di trascurare quella più preziosa, la persona.

Il mondo frammentato di oggi e la contrapposizione tra nazioni sono la diretta conseguenza dell’isolamento della persona, dell’indebolimento dell’io-in-relazione. Paradossalmente, in un contesto di massima connessione, i legami sociali sono stati ridotti ai minimi termini. La persona ha smarrito la sua identità e quindi non è più capace di dialogo. È il concetto di “società liquida” illustrato dal sociologo Zygmunt Bauman, una società priva di consistenza solida, di legami appunto, che tende a frammentarsi. Un’assenza di relazioni e una polarizzazione che, dal livello individuale, si riflettono inevitabilmente a quello politico e sociale.

Questa “monadizzazione” dell’individuo è dunque l’inizio di quella dinamica che si sta ora compiendo nella frammentazione economica, politica e sociale. Non per caso si stanno creando blocchi e alleanze sempre più definiti e contrapposti: Oriente e Occidente, Alleanza Atlantica e Russia, USA e Cina, Paesi sviluppati e BRICS, democrazie e autocrazie. Essere consapevoli della radice antropologica della trasformazione globale in atto è cruciale per avere una comprensione unitaria e originale del fenomeno.

I principali attori e le loro strategie

Dopo aver affrontato la dimensione “verticale”, è possibile analizzare con basi più solide quella “orizzontale”, cioè l’analisi dello stato delle cose. Chi sono i principali attori di questo nuovo ordine sociale e quali strategie stanno perseguendo? Gli autorevoli contributi ospitati nella seconda sezione aiutano a entrare nel merito di questo interrogativo.

Essi sviluppano un approfondimento su quelle che abbiamo individuato come le principali aree geografiche in cui si sta giocando questa criptica partita a scacchi: USA, Cina, Russia, India, Europa e Mediterraneo. La contesa principale è quella tra Stati Uniti e Cina per aggiudicarsi il titolo di potenza guida della nuova struttura globale ancora in formazione.

I primi, capofila indiscussi dell’era globale, non hanno alcuna intenzione di abdicare, ma devono fare i conti con una crisi di identità che indebolisce la stabilità dentro e fuori i confini. La seconda vuole approfittare del riassesto globale e della forte crescita interna degli ultimi anni per spostare il baricentro del mondo dall’Occidente all’Oriente. Oltre a questa, vi sono altre partite in corso, altrettanto rilevanti e strettamente connesse alla prima. L’India si prepara ad accogliere una quantità ingente di produzione USA trasferita dalla Cina; la Russia, stretta tra due potenze, vuole uscire dall’angolo con la forza; l’Europa, anch’essa desiderosa di avere un’area di influenza al di fuori dei suoi confini, cerca sbocchi nel Mediterraneo, teatro di nuovi posizionamenti. Ciascuno di questi attori sta muovendo le proprie pedine e ridisegnando alleanze strategiche.

Crisi: si esce migliori o peggiori?

Di che pedine stiamo parlando? Quali sono i settori strategici più esposti alle trasformazioni in atto? L’ultima sezione è un focus dedicato a questi temi. Tra le principali conseguenze del contesto globale sempre più frammentato, vi è l’indebolimento della volontà di delegare competenze a strutture sovranazionali e lo speculare rafforzamento del ruolo penetrante dei singoli Stati nelle scelte del mercato e nelle istanze dei cittadini. Quello pubblico sarà, dunque, un settore strategico, più di quanto lo fosse nel modello neoliberista.

In particolare, l’equità distributiva e la distribuzione degli oneri tra i cittadini saranno temi di grande attenzione, complice anche la forte disuguaglianza economica e sociale prodotta dalla globalizzazione.

Altrettanto cruciale sarà l’evoluzione del settore sanitario, energetico, industriale e digitale. Dalla supremazia in questi campi, infatti, dipenderanno i rapporti di forza del nuovo mondo post-globale.

A chi scrive, prima della lettura della rivista, quello della de-globalizzazione appariva un fenomeno lontano, di cui essere spettatore, una questione riguardante i potenti. È ora più chiara la consapevolezza che ciascuno può esserne attore e protagonista, perché ogni persona ha in sé il potere, nel suo piccolo, di determinare se da una crisi si esce migliori o peggiori.

Luca Farè è assegnista di ricerca presso l’Università di Bergamo. Ha conseguito il dottorato di ricerca in economia e gestione aziendale presso l’Università di Namur (Belgio).

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Post-globalizzazione. Alla ricerca del senso perduto

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