L’implosione dell’Unione Sovietica ha prodotto il dominio unilaterale degli Stati Uniti. L’Occidente a guida Washington ha pensato che i giochi fossero definitivamente fatti: una pax ultimativa. Lo stato delle cose ha dimostrato, negli anni, ben altro. La storia non è finita. Anzi. Tuttavia, quell’illusione ha prodotto una globalizzazione monca costruita su un pensiero economico e finanziario totalmente “sregolato”. Con i risultati deficitari che sono sotto gli occhi di tutti, al punto che oggi il giudizio più impietoso sul fallimento di questo modello di globalizzazione viene dall’interno della stanza dei bottoni USA. La qual cosa apre a scenari imprevedibili nel contesto di un presente caotico e preoccupante. Un percorso di globalizzazione di segno diverso rimane possibile. Ma non si tratta di una conquista facile e neppure scontata. Occorre ripartire dalle premesse. Da altre premesse.
Globalizzazione, deglobalizzazione, sglobalizzazione, post-globalizzazione, “morte della globalizzazione”. Questi i termini che si usano in questi mesi per definire una svolta politica mondiale che dura, o durava, da trent’anni e che oggi ha bisogno di una spiegazione per inquadrare un cambiamento di scenario che molti ritenevano impensabile.
La storia riserva sempre delle sorprese, anche se i suoi ricorsi, come spiegavano Hegel e Marx, sembrano una costante di cui è impossibile non tenere conto. Il Muro di Berlino è caduto il 9 novembre del 1989, apparentemente con le semplici picconate dei cittadini dell’Ovest e dell’Est, che erano ormai sicuri del crollo del “comunismo reale” e della fine dell’egemonia sovietica in una parte del mondo.
Insomma, il Muro venne abbattuto con inspiegabile facilità perché le ideologie che arrivano al potere e vivono poi sul terrore sistematico, alla fine non riescono a stare in piedi e quindi crollano. E la crisi del comunismo reale durava da molto tempo.
L’implosione dell’Urss e l’euforia superficiale dell’Occidente
Nikita Chruscev, arrivato al potere a Mosca nel 1953, riuscì con il ventesimo, e soprattutto il ventiduesimo congresso del PCUS, a smascherare, nella storia dell’Unione Sovietica, il dramma, quasi sempre negato, del terrore staliniano. Chruscev riuscì a denunciare i crimini di Stalin, fece un passo avanti nella destalinizzazione ma, contemporaneamente, fu anche uno degli artefici dell’invasione tragica in Ungheria nel 1956 e nel 1960, sotto il suo regime, fu costruito il Muro di Berlino.
Non bastarono comunque queste azioni per giustificare la nostalgia di una sorta di ritorno al passato, con una reazione più forte e solida contro il presunto riformismo chrusceviano, attraverso la nomina di Leonid Breznev, dal 1964 al 1982, che si distinse subito per due tragedie (Cecoslovacchia e Polonia) e la minaccia missilistica contro l’Occidente, che già rivelava un segno di debolezza e un avvertimento armato in contrasto con la stessa reciproca deterrenza della “guerra fredda” tra Est e Ovest.
Dopo la politica di Breznev, comincia l’autentica decadenza, prima con Jurij Andropov e poi con la “mummia” Konstantin Cernenko.
Bisogna attendere il 1988 e poi il 1989 con l’arrivo di Michail Gorbacev, riformatore per necessità, che apre “ufficialmente” la crisi dell’URSS, tra mille problemi. C’è anche un tentato colpo di Stato e poi il passaggio a una oligarchia autarchica, con Boris Eltsin, che non riesce a difendere più il ruolo antico di grande potenza.
È impressionante guardare oggi come nel giro di pochi mesi – e di pochi giorni – nascano dall’URSS in disfacimento ben 15 Stati indipendenti: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan. Lettonia, Lituania, Moravia, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina, Uzbekistan. Negli ultimi quattro mesi del 1991 cambia letteralmente il mondo che era nato con la Rivoluzione d’Ottobre del 1917.
Di fatto un cambiamento epocale, una situazione geopolitica completamente mutata, che provoca allo stesso tempo una soluzione positiva, ma anche dei paradossi, delle illusioni e, alla fine, con l’avvento dell’ex capo del Kgb, Vladimir Putin, uno dei ritorni storici più complicati. Quelli che Marx definiva farseschi.
È inevitabile che il crollo del comunismo e l’implosione dell’Unione Sovietica abbiano creato una sorta di entusiasmo se non di euforia superficiale nel mondo occidentale, soprattutto nell’avversario storico della “guerra fredda”, cioè negli Stati Uniti. Qui forse emerge l’errore, che Henry Kissinger ha individuato, alla beata età di cento anni, con incredibile lucidità.
Il Washington consensus
Fu il Congresso di Vienna del 1815 che aveva stabilito un nuovo assetto geopolitico tra gli Asburgo austriaci, guidati da Klemens von Metternich, e la Francia del dopo Napoleone. Al contrario, dopo il crollo dell’URSS, di congressi reali e generali, che potessero creare un nuovo ordine geopolitico, non c’è traccia.
Con un colpo a sorpresa, invece, nasce quella che viene chiamata globalizzazione, che contempla anche questioni antropologiche e sociologiche, ma sostanzialmente è l’ideologia dell’egemonia americana.
Una utopia grandiosa che, di fatto, promette di integrare il mondo nel mercato ed entrambi nell’America. C’è una sequenza di dichiarazioni storiche, di sillogismi, che paiono attribuire al popolo americano la rappresentanza dell’umanità “per tocco divino”: dagli inalienabili diritti alla vita alla libertà, fino al perseguimento della felicità, secondo i dettami della Costituzione nata dall’incontro tra i “padri pellegrini” e alcuni illuministi reduci da esperienze vissute in Europa.
Negli Stati Uniti di trenta anni fa, il collasso dell’Unione Sovietica è vissuto come il trionfo del mercato. E sono i Neocon, gli esaltatori del mercato non controllato, della spregiudicatezza finanziaria, del mercato libero che si muove in tutto il mondo, che scandiscono i tempi della vittoria e le scelte da attuare.
In quel momento, all’inizio degli anni Novanta, viene spazzato via il “mercato controllato”, viene quasi demonizzato l’intervento keynesiano in economia. E nello stesso tempo parte l’attacco finale al marxismo. Nello stesso discorso fatto da Karl Marx a Bruxelles il 9 gennaio 1848, quando spiegava come un profeta inquietante: “Il libero scambio (mondiale) dissolve le antiche nazionalità e spinge all’estremo l’antico antagonismo fra la borghesia e il proletariato. In una parola, il sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale”. In tono di sfida, Marx concluderà il suo discorso in questo modo: “È solo per questo esito rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio”.
Di fatto, schematizzando solo i riferimenti della antica teoria economica, negli anni Novanta del Novecento capita che la realtà, con il crollo sovietico, evolva rapidamente. Ci sono immensi spazi vuoti da riempire e non c’è tempo da perdere perché si potrebbe rischiare di arrivare ultimi. Nel 1989, pochi mesi prima che al Cremlino si ammainasse per l’ultima volta la bandiera con la falce e il martello, un economista americano, John Williamson, conia un nuovo termine, che anticipa i decenni che seguono. È il “Washington Consensus”, che diventa una sorta di mantra del nuovo mondo che non è più multipolare. In pratica, ora che gli Stati Uniti non hanno più avversari, si inizia a credere al sogno di un mondo di pace.
Passato il terrore per l’atomica, le correnti Neocon americane scoprono che questa utopia non ha bisogno delle armi per essere inseguita. Ciò che serve è un neoliberismo all’insegna della finanza, che non tenga conto di confini o culture con diversi valori, ma solo delle possibilità che un mercato globale può offrire. L’idea è che relazioni commerciali diversificate e con profonde radici che si intersecano in ogni angolo del pianeta potranno cancellare gli ostacoli che culture e visioni dell’esistenza diversa pongono al mantenimento della tranquillità e dei rapporti.
Jake Sullivan: “La globalizzazione è morta”
Questa è la speranza, l’illusione, anzi la “grande illusione” che arriva a definire quel periodo, attraverso gli aedi del neoliberismo, “la fine della storia”.
Ma i paradossi della storia e i suoi ritorni implacabili creano il contraccolpo all’inizio del terzo millennio: subito con l’11 settembre del 2001, con gli aerei “guidati” da un gruppo di kamikaze terroristi che colpiscono e uccidono in “nome di Allah”, negli Stati Uniti, migliaia di americani; poi con la crisi finanziaria del 2008 e ancora con la guerra in Ucraina. Tutto questo, e il resto, porta allo sconvolgente discorso di Jake Sullivan, il 27 aprile scorso. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale americana del presidente Joe Biden spiega senza mezzi termini che la “globalizzazione è morta”.
Il 27 aprile 2023, Jake Sullivan parla alla stampa con grande lucidità e freddezza. Dice che gli Stati Uniti e i loro alleati, non possono più fingere di vivere come negli anni Novanta del Novecento. È giunto il momento di adeguare la propria traiettoria al nuovo mondo multipolare che si è ricreato. E per essere più esplicito, il Consigliere per la Sicurezza di Joe Biden afferma: è giunto il momento, come era stato durante la “guerra fredda”, che la geopolitica torni a guidare l’economia e che il dossier della sicurezza globale torni a essere integrato a quello dell’economia domestica. Una completa inversione di tendenza.
Intanto, il nuovo “Washington Consensus” dovrà essere strutturato per rispondere a quattro sfide.
Per prima cosa si tratta di fermare la moria dell’industria americana: i decenni di globalizzazione hanno visto gli Stati Uniti vivere sempre più di import che di export. Ciò aveva le sue ragioni: rendere i Paesi stranieri dipendenti dal mercato e dagli investimenti americani. Il corollario, tuttavia, a tale politica, è l’impoverimento sociale degli States.
La seconda sfida riguarda le disuguaglianze sul territorio nazionale. La società americana è attraversata da faglie di malessere come non se ne erano mai viste prima. Aumenta la divisione tra i cittadini, sempre meno capaci di riconoscere una sola idea di Stati Uniti in cui credere, perché piagati dai bisogni più diversi in modo differente. L’incompatibilità sempre più marcata tra diverse espressioni di americani sta facendo scivolare il Paese oltre i limiti delle possibilità democratiche.
Al terzo posto c’è la questione climatica, con l’incedere di crisi stagionali di anno in anno sempre più numerose. Crisi che non mettono in pericolo solo la sicurezza delle famiglie, ma anche l’industria alimentare americana che rischia di non essere in grado di sopperire alle basilari necessità della popolazione.
E poi la sfida più importante e, in un certo senso, la più umiliante, per un Paese che ha sognato di poter dar vita alla nuova età dell’oro globale. Infine, scandisce Jake Sullivan, occorre riconoscere il fallimento della globalizzazione. L’integrazione economica si è dimostrata incapace “di impedire alla Cina di espandere le proprie ambizioni militari o a fermare la Russia dall’invadere un proprio vicino”.
A questo punto la politica americana deve cambiare, “rimangiarsi” trent’anni di errori, ritornare alla dialettica da guerra fredda, nella quale le invasioni di campo dell’economia non saranno più accettate e dove si smetterà di interrogarsi sul modo in cui viene visto il mondo dall’altra parte del muro. Due umanità, con due diversi scrigni di valori (declinati come sempre accade, secondo la grammatica delle geografie locali). Ancora una volta un mondo nuovo. Il 27 aprile 2023, Jake Sullivan conclude in modo serioso il nuovo corso: “La globalizzazione è morta, lunga vita al multipolarismo”.

La Cina determina la crisi dell’egemonia Usa
In conclusione, si può aggiungere che probabilmente il nuovo corso politico americano non cambierà all’improvviso. I rapporti diplomatici ed economici con quello che ormai è indicato come “altro” restano ancora in piedi. Tuttavia, sempre Sullivan è perentorio: il mercato americano dovrà iniziare a selezionare i propri partner con altri filtri, oltre a quelli economici sufficienti fino a oggi: “È necessario assicurarsi che in futuro le catene dei nostri approvvigionamenti siano resilienti, sicure, e che riflettano i nostri valori”. In brutale sintesi: tempi duri per l’export del cosiddetto “altro”.
Può esistere, quindi, un’altra globalizzazione, con un senso del tutto diverso. Non certo quello immaginato dagli americani negli anni Novanta. Abbiamo già elencato alcune tappe della crisi, ma occorre ricordarne un’altra. Passato qualche tempo dagli anni Novanta, la Cina, l’11 dicembre del 2001, entra nella Word Trade Organization (WTO), gettando sul tavolo del mercato globale le sue immense risorse demografiche e produttive. È qui che l’equilibrio si infrange e l’egemonia americana entra in crisi. Arriva infatti la crisi del 2008 e le promesse del neoliberismo scricchiolano.
L’egemonia di un impero è difficile da mantenere, forse neppure Jefferson e Hamilton avevano pensato, nella loro visione americana già proiettata in modo globalista, a una frase dell’imperatore romano Augusto al suo successore Tiberio: “Non estendere i confini dell’impero”, perché ancora sconvolto dalla sconfitta tragica nella foresta di Teutoburgo e dal tradimento di Arminio, o perché l’erede di Cesare sapeva “quanto arduo e quanto soggetto ai colpi della sorte sia il compito di reggere il mondo”. Tutto questo, con probabilità, non lo conoscevano Jefferson Hamilton e i “padri pellegrini”, ma i vincitori dell’ultimi conflitto mondiale dovevano conoscerlo bene e lo hanno trascurato o dimenticato. È un altro ricorso della storia.
La ricomparsa del termine New Deal
A questo punto il senso di una eventuale nuova globalizzazione deve tenere conto di tutto questo e lo ha ben riassunto Lucio Caracciolo nel titolo su Limes, che fa il verso al discorso di Jake Sullivan: Il bluff globale.
In sintesi, la globalizzazione è fallita perché attuata con poco senso storico e principalmente per tre errori. In breve: il primo è lo squilibrio senza precedenti tra finanza ed economia reale, con conseguenze inimmaginabili di differenze sociali; il secondo è la fine e poi il ritorno paradossale dello scudo della “guerra fredda”; il terzo è la perdita dell’egemonia degli States e dell’attrazione della stessa vita americana in tutti i suoi risvolti oltre a quello principalmente politico.
Basti pensare all’irruzione di un personaggio come Donald Trump sulla scena politica americana e all’incertezza generale che si vede nei protagonisti della politica. Non ci sono più i Kennedy, ma neppure un Lyndon Johnson che, nonostante gli errori, fu autore della “Great Society”. Era una visione che perseguiva due obiettivi principali di riforme sociali: l’eliminazione della povertà e dell’ingiustizia razziale.
Furono lanciati nuovi programmi di spesa nel campo dell’istruzione, delle cure mediche, dei trasporti, dei problemi urbani. La “Great Society” di Johnson si ricollegava idealmente per i suoi obiettivi e per le sue politiche al programma del New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt.
Incredibile che anche nel discorso di Jake Sullivan ricompaia accanto alla “morte della globalizzazione” anche il termine New Deal, in modo positivo, forse ricordandosi che gli investimenti per il “terzo mondo”, per l’Africa, nel “delirio egemonico” della globalizzazione erano stati dimenticati, sia dagli americani, sia dai vecchi colonizzatori inglesi e francesi, sia dai nuovi colonizzatori emergenti come russi e cinesi.
Che cosa doveva arrivare dopo la decolonizzazione e la “guerra fredda”? Forse il “franco CFA” con cui la Francia, ancora adesso, nonostante qualche acrobazia con Emmanuel Macron, esercita una politica monetaria che ha sempre un carattere coloniale? Diceva Joseph Fouché che “un errore in politica è peggio di un delitto”. Forse perché l’errore riguarda milioni di uomini.
La transizione egemonica
Infine, dopo trent’anni siamo con la globalizzazione fallita, con quella che viene definita “transizione egemonica in corso” (che significa una riedizione aggiornata della “guerra fredda”), più una nuova abitudine alla guerra calda fino al rischio nucleare. E tutti sanno che quello che ci aspetta è un lungo periodo di caos.
Qualcuno lo aveva capito? Per amore di verità citiamo una sorta di profezia scritta da Bettino Craxi, nel 1997, dall’esilio di Hammamet, e comparsa in un libro dal titolo Io parlo, e continuerò a parlare.
Craxi partiva dalla situazione italiana: “La globalizzazione non viene affrontata dall’Italia con la forza, la consapevolezza, di una vera e grande nazione, ma piuttosto viene subita in forma subalterna in un contesto di cui è sempre più difficile intravvedere un avvenire, che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza. Questo mortificante mutamento si colloca in un quadro internazionale, europeo, mediterraneo, mondiale, che ha visto l’Italia perdere, una dopo l’altra, note altamente significative che erano espressione di prestigio, di autorevolezza, di forza politica e morale”.
Qui Craxi aggiungeva: “La pace si organizza con la cooperazione, il negoziato e non con la spericolata globalizzazione forzata. Ogni nazione ha una sua identità, una sua storia, un ruolo geopolitico cui non può rinunciare. Più nazioni possono associarsi mediante trattati per fini comuni, economici, sociali, culturali, politici, ambientali. Cancellare il ruolo delle nazioni significa offendere un diritto dei popoli. Dietro la ‘longa manus’ della cosiddetta globalizzazione, si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.
Come deve essere brutto comprendere la politica in un’epoca di analfabetismo funzionale, soprattutto in politica, storia e geopolitica. Craxi nel 1997 fu un profeta demonizzato e disarmato. Fu nominato l’8 dicembre del 1989 rappresentante del segretario generale dell’ONU per il problema del debito dei Paesi in via di sviluppo. Riuscì a porre la questione, fece approvare una mozione che lo avrebbe cancellato, continuò a sostenere che occorreva collaborare e aiutare in Paesi in via di sviluppo.
Ma la storia si ripete sempre in farsa. Mentre Craxi criticava una globalizzazione forzata e guardava alla collaborazione con i Paesi del terzo mondo, arrivarono puntuali Di Pietro e Davigo. E tutto finì come doveva finire.