Quadrimestrale di cultura civile

La persona, materia “prima” per la nuova globalizzazione

È concorde il pensiero che il modello di globalizzazione, per come l’abbiamo conosciuto fin qui, sia arrivato al capolinea. Un percorso che ha prodotto anche risultati significativi; tuttavia, oggi sembra proprio essersi afflosciato su se stesso. Le cause dell’estinzione sono più di una e non solo attribuibili a quanto avvenuto negli ultimi anni: pandemia, guerra, emergenza energetica, eccetera. Il qualcosa che “non andava” era precedente, una questione strutturale. Si è ritenuto possibile costruire non investendo sulla centralità della persona, ma piuttosto su un’euforica adesione al cosiddetto neoliberismo nelle più svariate applicazioni, al dio mercato del tutto “sregolato”. Adesso si tratta di comprendere in quale direzione andrà a costruirsi il nuovo mondo, ovvero il post prima globalizzazione. Una cosa appare evidente: qualsiasi ipotesi di lavoro è conveniente tenga conto di quanto avvenuto. Il dimenticarsi della persona, dell’io in relazione, ha dato il La al deficit fondativo. Ricollocare l’umano al centro della partita è il passaggio chiave per imprimere una svolta a questo presente disorientato. Un cambio di passo nel solco dell’innovativa e collaborativa cultura sussidiaria.

Mentre la globalizzazione – come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni – appare ormai in via di estinzione, ci si chiede da più parti se essa sia semplicemente destinata a ripresentarsi in altre forme, imposte dai nuovi equilibri che si vanno configurando su scala planetaria1; o se non sia piuttosto destinata a cedere il passo a un mondo postglobale2, in cui tornino al centro della scena i conflitti tra antiche e nuove potenze (o insiemi di potenze), confermando così la ben nota tesi di Carl Schmitt, secondo la quale la guerra – “fredda” o “calda” che sia – dovrebbe considerarsi come l’essenza stessa della politica.

Nelle pagine che seguono, più che adoperarci a delineare i tratti di un futuro possibile (ma, in definitiva, sempre imprevedibile), proviamo a fermare l’attenzione sul fenomeno in atto e a suggerire che, se la globalizzazione si è così rapidamente afflosciata, ciò non è avvenuto solo per il prodursi di nuovi scenari (la pandemia, la guerra, la crisi energetica) o per l’aggravarsi di scenari già noti (il dissesto ambientale, la crescita delle disuguaglianze), ma perché c’era già “qualcosa che non andava” nel modello di globalizzazione affermatosi nei decenni trascorsi: qualcosa di imprescindibile che è stato dimenticato; qualcosa, dunque, che ogni sforzo di rilanciare la globalizzazione (o di delineare il profilo di una società postglobale) deve non solo tenere nel debito conto, ma riconoscere come assolutamente prioritario, se non si vuole che il nuovo modello – i cui contorni risultano ancora tutti da definire – ripeta gli errori che hanno inficiato il modello al tramonto.

La fede nella provvidenza di un mercato senza vincoli

Muovendo in questa direzione, va comunque riconosciuto, innanzitutto, che la globalizzazione, come si è dispiegata fino a ieri, ha sostanzialmente mancato alle sue promesse, pur avendo fatto registrare significativi guadagni in termini di riduzione della povertà assoluta, di contrasto alla miseria e alla fame, di facilitazione delle comunicazioni su scala planetaria. L’obiettivo di “governare la globalizzazione”, di costruire “un’alternativa democratica al mondo unipolare3”, non si è realizzato: autorità e istituzioni (economiche e politiche, nazionali e sovrannazionali, globali e locali) non hanno mostrato la capacità di visione e l’energia di cui ci sarebbe stato bisogno per convogliare la globalizzazione verso esiti di vero sviluppo umano per tutti e per ciascuno, e non di semplice incremento di benessere per i già benestanti4.

 

Si è preferito attenersi – nei fatti, se non nella teoria, da molti ritenuta ormai obsoleta – alla persuasione di fondo propria del liberalismo economico: la fede nella provvidenza del mercato che, lasciato libero di dispiegarsi senza vincoli né regole di sorta, avrebbe infine assicurato il benessere generalizzato. Ma – come è stato ben osservato – questo liberismo non è eticamente neutrale: “[…] richiede l’etica dell’indifferenza, che si abbia, cioè, la forza (e alla fine soltanto l’abitudine) di distogliere lo sguardo dai problemi, dal destino infelice di chi nel gioco economico soffre o perisce, confidando invece che tutto si risolva da sé: ma non c’è provvidenza nel mercato e il liberismo economico, come iperbolicamente si potrebbe affermare con Foucault, è una disciplina atea”5.

Si può dire allora che, se i tentativi di governare la globalizzazione sono sostanzialmente falliti, è proprio perché si è distolto lo sguardo dalla persona. Come suggerisce Martha Nussbaum, non si è riusciti a “liberarsi dalla dittatura del PIL”, per quanto se ne riconosca ormai largamente l’insufficienza come misuratore della qualità della vita; non si è saputo assumere con decisione il “nuovo paradigma teorico” – il capabilitity approach –, che non restringe lo sviluppo alla sola crescita economica, ma richiede che la persona – ogni persona – sia considerata nella complessità dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni, e che le venga data l’opportunità di scoprire e di sviluppare i propri talenti6.

Dunque, solo se si saprà guardare alla persona facendone emergere le capacità costruttive e creative e mettendole a frutto, si potrà imprimere a ciò che verrà dopo questa globalizzazione – deglobalizzazione o neoglobalizzazione che sia – una direzione positiva, tale cioè da favorire uno sviluppo autenticamente umano.

La società della stanchezza

La prospettiva così delineata, tuttavia, non può non fare i conti – oggi – con una condizione umana che appare sempre più fortemente segnata dall’isolamento, dallo smarrimento e dalla sfiducia, che hanno come correlato l’allentamento sempre più marcato dei legami interpersonali e la crescente disaffezione per la sfera pubblica. Byung-chul Han, filosofo sudcoreano che vive in Germania, ha parlato al riguardo di “società della stanchezza”, interpretando tale condizione sia come l’esito dell’iperattività egoistica, che caratterizzerebbe il nostro mondo, sia come il possibile punto di partenza per un mondo nuovo, liberato dall’ansia da prestazione, in cui la persona ritroverebbe la “comunità” perduta e per questa via si riconcilierebbe con il suo stesso io7. Dalle pagine del “Corriere della Sera”8, un autorevole giornalista scientifico come Luigi Ripamonti, riecheggiando le voci sempre più insistenti e credibili che si levano in direzione analoga, ha richiamato l’attenzione sul danno provocato – non solo sulla salute del singolo, ma sulla stessa stabilità sociale – dalla “tirannide dell’Io iperconnesso” e dalla “tendenza pervasiva a vicariare le relazioni ‘reali’ con quelle virtuali”. Sono solo due esempi recenti, tra i molti che si potrebbero addurre, di una lettura del nostro presente, che, se talora sconfina in un catastrofismo privo di giustificazioni adeguate (o, all’opposto, si abbandona a un utopismo puramente velleitario), nasce comunque da dati di realtà che non possono essere ignorati.

Il cor inquietum di Sant’Agostino

Come si può allora sostenere, come si è fatto sopra, che proprio nella persona vada identificata la “materia prima”, capace di far sì che ciò che comunque seguirà a una globalizzazione ormai al tramonto possa rappresentare un autentico progresso verso il meglio e non una nuova disillusione?

Senza sottovalutare in alcun modo i tratti inediti e allarmanti che caratterizzano la condizione della persona nel cambiamento d’epoca in cui siamo immersi, si tratta in primo luogo di riconoscere che fragilità, incertezza e spaesamento sono in qualche modo costitutivi della condizione umana in quanto tale, anche se in ogni epoca si manifestano in gradi e forme diversi. E, più compiutamente, si tratta di riconoscere con Pascal che “miseria” e “grandezza” convivono nell’essere della persona e che, che per quanto possa essere misera la situazione nella quale l’uomo versa, la sua grandezza non ne risulta mai del tutto cancellata: “eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”, recita il Salmo 8 (vv. 4-6), proprio guardando al “piccolo” uomo e interrogandosi con sgomento sulla sua sproporzione e la sua inanità in rapporto all’universo intero (“Se guardo il cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio d’uomo perché te ne curi?”).

È noto come consistenti filoni del pensiero contemporaneo abbiano operato nella direzione di minare la persuasione circa il valore della persona, circa il bene che la persona è per il fatto stesso di esserci, di esistere (a dispetto della sua incompiutezza, delle sue vulnerabilità e persino dei suoi crimini): pensiamo a mo’ di esempio all’uomo “passione inutile” di Sartre9, “condannato a essere libero”, e all’esito fallimentare cui risulterebbe fatalmente destinato ogni suo progetto di positiva relazione con l’altro (“l’inferno sono gli altri”).

Ma non è tanto dalle negazioni del valore della persona, sviluppate sul piano teorico, che proviene oggi l’attentato più subdolo al riconoscimento effettivo dell’io-in-relazione come pietra angolare di ogni possibile nuovo ordine sociale, anche su scala globale. L’insidia maggiore proviene dall’atrofizzazione di quella sorta di vero e proprio “motore dell’umano” che è il desiderio nel suo significato più profondo, mirabilmente espresso dal cor inquietum di cui parlava sant’Agostino, incapace di trovar pace se non nel rapporto con l’infinito che ne costituisce l’intima struttura. Al riguardo, Massimo Recalcati ha ben rilevato che “l’Occidente capitalista, che ha liberato l’uomo dalle catene della miseria […], ha prodotto una nuova forma di schiavitù: […] l’uomo senza desideri, condannato a perseguire un godimento schiacciato sul consumo compulsivo e perennemente insoddisfatto”10.

Il lievito del desiderio

È lo stesso autore a identificare l’unica possibile “terapia” capace di riaccendere il desiderio in quel fenomeno umano che è l’incontro: “la trasmissione del desiderio […] non può che avvenire attraverso un incontro, dunque attraverso un evento che ha il carattere della sorpresa, dell’inatteso, del fuori programma. […] Il lievito del desiderio si semina solo per contagio, per infezione, per la via accidentata e imprevedibile della testimonianza”11. Considerazioni non dissimili su questa stessa tematica dell’incontro, e insieme interpretazioni del tutto originali di essa, sono ampiamente presenti negli scritti di due pensatori, che sono stati anche grandi educatori, segnando profondamente la storia non solo religiosa, ma anche civile, del Novecento e la cui influenza non cessa a tutt’oggi di produrre frutti copiosi. Mi riferisco a Romano Guardini12 e a Luigi Giussani13; e proprio il fatto che entrambi – sia pure in forme e in contesti assai diversi – abbiano maturato il loro pensiero in vitale connessione con l’esperienza degli importanti movimenti educativi da essi suscitati e a lungo guidati nell’arco della loro vita, ci consente di integrare quanto detto fin qui con un’ultima rapida, ma decisiva annotazione.

Se la risorsa cruciale su cui far leva per la globalizzazione a venire non può che essere la persona, e se solo un incontro – nel senso più pregnante del termine – può risvegliare nella persona “la sete natural che mai non sazia”, oggi così drammaticamente illanguidita, la persona deve poter poi contare sulla ripresa e la rinnovata fioritura di corpi sociali, di comunità intermedie, di associazioni e movimenti di vera educazione e di operosa espressività culturale e sociale, non autoreferenziali ma aperti alle “dimensioni del mondo”14. Solo la consuetudine con “luoghi” di tal fatta potrà facilitare il dispiegarsi delle più autentiche potenzialità della persona, potrà dare sostanza e continuità all’impeto creativo e costruttivo che la sospinge a mettersi insieme con altri per ricercare risposte ai concreti bisogni, nei quali si declina l’infinità del desiderio. Risposte non freddamente burocratiche e impersonali, ma che “uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto”15; risposte che andranno costruite non tanto nella difesa ostinata e nella gelosa rivendicazione di un proprio spazio di azione da cui tener lontani i pubblici poteri (come può essere talvolta accaduto in passato), quanto in una collaborazione fruttuosa con essi, che solo l’incrementarsi di una vera cultura sussidiaria potrà rendere possibile e sempre più capillarmente diffusa.

NOTE

1.  G. Ottaviano, Riglobalizzazione. Dall’interdipendenza tra Paesi a nuove coalizioni economiche, Egea, Milano 2022.

2. M. Deaglio (a cura di), Il mondo post globale, Guerini e Associati, Milano 2022.

3. D. Held, Governare la globalizzazione. Un’alternativa democratica al mondo unipolare, Il Mulino, Bologna 2005.

4. Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari 2007.

5. A. Musio, “Globalizzazione dell’indifferenza” e liberalismo, in Filosofionline.com, agosto 2013, https://www.filosofionline.com/alessio-musio-globalizzazione-dellindifferenza-e-liberalismo/

6. M. Nussbaum, Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, Il Mulino, Bologna 2012.

7. B. Han, La società della stanchezza. Nuova edizione ampliata, Nottetempo, Milano 2020.

8. L. Ripamonti, La solitudine ai tempi dell’ “io” iperconnesso, in Corriere Salute, Supplemento del “Corriere della Sera”, 16 febbraio 2023.

9. J.P., Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, Mursia, Milano 1978.

10. M. Recalcati, Ritratti del desiderio, Cortina, Milano 2018.

11. Ibidem, pp. 5-6 e p. 12.

12. R. Guardini, L’incontro. Saggio di analisi della struttura dell’esistenza umana, in Id., Persona e libertà. Saggi di fondazione della teoria pedagogica, La Scuola, Brescia 1987.

13. L. Giussani, L’io rinasce in un incontro (1986-1987), Bur Rizzoli, Milano 2010.

14. L. Bassanini, T. Treu, G. Vittadini, Una società di persone? I corpi intermedi nella democrazia di oggi e di domani, Il Mulino, Bologna 2021.

15. Benedetto XVI, Deus caritas est, Lettera enciclica ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici sull’amore cristiano, Roma, 25 dicembre 2005, n. 28.

Evandro Botto, già professore di Filosofia della politica e direttore del Centro di Ateneo per la Dottrina sociale della Chiesa, Università Cattolica di Milano.

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