1991-2001: Sierra Leone. Dieci anni di uccisioni, dieci anni di crudeltà e distruzioni. Qualcuno l’ha chiamata «guerra», ma la guerra ha le sue leggi, le sue regole, i suoi confini, e in questi dieci anni nessuno se li è neppure sognati. Non è stata una guerra. Un virus mortale ha attraversato la Sierra Leone ed i sierraleonesi si sono sparati addosso. È tornata la pace. Così dicono. È proprio vero?
La pace, opera di giustizia
«La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita “opera della giustizia”»1. O, come ripete Paolo VI nella Populorum progressio: «La pace non si riduce a un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini»2. Nel gennaio del 1999 ero in mano ai ribelli, quando mi si avvicinò un importante capo tribù, anche lui in mano ai ribelli (ma per essere protetto, non prigioniero come noi): «Voglio parlare a te e a qualche altro padre», mi disse. In quattro facemmo cerchio segreto, lontani dagli occhi dei ribelli, e il capo si mise a parlare: «Se usciremo di qui, se vedremo ancora la pace, perché sia duratura dobbiamo renderci conto e partire da questa realtà: quel che abbiamo vissuto non è stata una guerra, ma una disastrosa lotta in famiglia. Dovremmo perdonarci, perché la colpa ha toccato tutti». Con tanta facilità si paragonano le guerre africane alle guerre europee, e con la stessa mentalità sono considerati i dieci anni di guerra sofferti in Sierra Leone, dove non c’erano eserciti ad affrontarsi, ma branchi di lupi sempre pronti ad azzannare tutto quello che cadesse sotto le loro zampe. Con intelligenza diabolica, i cosiddetti ribelli hanno tolto il coperchio di una pentola a pressione che conteneva tutti i rancori, le diffidenze, la voglia di vendetta per le ingiustizie subite, uccidendo i capi carismatici di diverse tribù, i soli capaci di tenere insieme tante “famiglie”. Così incominciò la carneficina in famiglia. Lasciò ferite così profonde da guarire, da rendere difficile a tanti il ritornare a casa. Specialmente i ragazzi soldato, i quali, iniziati con i riti tradizionali della tribù/famiglia, avevano assunto il “sacro” dovere della difesa del villaggio, ed erano ora costretti a rivoltarsi contro i propri famigliari per alienarli dalla società/famiglia alla quale appartenevano, commettendo non solo atti di crudeltà, ma azioni dissacranti difficilmente rimediabili. A modo suo, il capo tribù aveva fatto un’analisi della situazione e proponeva di conseguenza le condizioni per la pace. Questa analisi lo portava a definire quanto successo una disastrosa lotta in famiglia e non una guerra tra due parti, che alla fine sarebbero rimaste ancora due parti; invece, una lotta in famiglia richiedeva un metodo di riconciliazione che portasse la famiglia all’unità. Più appropriato di un tribunale per i crimini di guerra era quindi un comitato per la riconciliazione, come avevano fatto in Sud Africa; dall’analisi della situazione egli procedeva alla scelta del metodo per arrivare a una pace duratura e introduceva un ingrediente salvifico: il perdono.
La pace è molto più complessa e profonda del semplice tacere delle armi
Una vera pace deve rispettare anche le tradizioni e l’umanità di chi è coinvolto nel processo di pace. Mi ha colpito il giudizio severo sulla cultura occidentale dato da un ex ministro degli esteri nigeriano, quando Charles Taylor fu consegnato al Tribunale dei crimini di guerra a Freetown. L’ex presidente della Liberia si trovava in esilio in Nigeria, che l’aveva incondizionatamente ospitato, purché, al fine di dare termine alla guerra civile in Liberia, rinunciasse al potere. Taylor si era fidato, quando ancora di fiato ne aveva per rimanere al potere. Ho letto recentemente un articolo del professor Akinwande Bolaji Akinyemi, accademico e già ministro degli esteri della Sierra Leone, che dice:«Pacta sunt servanda: i patti si mantengono ». La Nigeria, forza equilibrante della regione, ha ceduto alle pressioni degli americani e ha mancato a quel principio fondamentale, appena espresso: i patti si mantengono. Ma non finisce qui. «Questo - dice l’autore - non è un problema politico tra gli Usa e la Nigeria. È molto di più, è uno scontro di culture». Se fosse stato per la Nigeria, come pure per Ellen Johnson- Sirleaf, presidente della Liberia, il problema Taylor non sarebbe mai più esistito, non interessava più. Era stato, per così dire, risolto dimenticando. L’autore continua: «È uno scontro di culture. La cultura africana non si ripiega sulla vendetta, ma promuove la riconciliazione e il perdono e dimentica […] la cultura occidentale con il suo “occhio per occhio” porta avanti la vendetta sotto veste di giustizia». Egli sottolinea inoltre che è un bene che questa differenza culturale non venga dimenticata, perché «sulla carta abbiamo più di un Darfur da contendere». Questa analisi di Akinyemi mi ferì, perché il perdono è fondamentale nel cristianesimo. Ma se non è visto come tale, allora dobbiamo domandarci che cosa stia capitando nell’Occidente cristiano, che rinuncia a riconoscere nel cristianesimo le sue radici. Capisco allora come potesse rammaricarsi il vescovo metodista Humper, presidente del Comitato per la verità e la riconciliazione, di come fossero disponibili più fondi per la Corte dei crimini di guerra (la così detta giustizia occidentale) di quelli a disposizione del Comitato per la verità e la riconciliazione (un metodo più africano per affrontare un disastro in famiglia). Noi, qui in Sierra Leone, potremmo dire: «Le vediamo per le strade le coscienze sporche... da colpire o da perdonare». Per questo dicevo prima che per arrivare a una pace duratura bisogna rispettare anche le tradizioni e l’umanità di chi è coinvolto nel processo di pace. Comunque sia, Akinyemi dava una lezione al nostro presunto cristianesimo occidentale.
Non si può parlare di pace se non ci sono strutture debite per l’esercizio della giustizia
Amadu è un bravo ragazzo. Anche Tonko è un bravo ragazzo, e lo è pure Tio. Tutti e tre sono usciti dalla presunta guerra dove hanno operato come “ragazzi soldato”. Amadu l’ho praticamente rubato ai ribelli quando ancora era ragazzino. Tonko l’ho recuperato che stava bruciando le sedie di un hotel per cucinarsi un pasto. Tio l’ho tirato fuori di prigione con undici altri suoi compagni. Tutti e tre hanno deposto le armi, hanno abbracciato la pace. A dire il vero, se fosse stato per loro le armi non le avrebbero mai abbracciate, ma questa è stata la loro sorte. Ormai tutti e tre hanno raggiunto l’età adulta, e dovrebbero agire e rispondere in società da adulti: se sgarrano, infatti, sono puniti da adulti. Questo lo sapeva bene Tio che è fuggito a Freetown. Studente, e anche abbastanza avanti negli studi, è stato coinvolto in una rissa e ha ferito un ragazzo della sua età che l’aveva profondamente offeso, trattandolo da “senza famiglia” e via di seguito, in quanto ex combattente. Tio, che faceva di tutto per dimenticare un passato del quale era rimasto vittima, ha perso momentaneamente la testa. Una situazione che, se egli avesse avuto alle spalle dei genitori, e una società che tenesse conto del suo passato, in altre parole una struttura che portasse avanti “la guarigione” di una gioventù rovinata, non lo avrebbe fatto fuggire. Ma lui in prigione c’era già stato e sapeva bene cosa significasse poterne uscire. Di dodici ragazzi, minorenni rinchiusi in una prigione per adulti, solo lui sapeva scrivere e riuscì a farmi arrivare una lettera: fu quella che mi mise in moto e che mi diede modo di tirarli fuori. Se non fosse stato per quella lettera, quanto tempo avrebbero fatto da una cella all’altra, convenienti servitorelli di criminali! Ora almeno Tio sa che, se dovrà pagare per quello che ha fatto, la cosa potrà essere contenuta nei dovuti limiti. Avrà chi lo proteggerà in corte. Ma con tutta probabilità tutto finirà in un perdono vicendevole.
Non si può parlare di pace se non c’è un minimo impiego per sopravvivere
Tonko l’ho scoperto a scavalcare un muro di cinta. Aveva rubato per mangiare. Gli ho offerto un lavoro di badile e carriola: l’ha portato avanti e lo sta portando avanti da settimane. Lo pago giornalmente perché possa mangiare e si comporta bene. Amadu arranca. Ritorna dalla mamma e dalle sorelle, ma non ce la fa a restare. Litiga, si trova come in trappola, spaesato. Forse, l’unico maschio in casa, è incapace di portare la responsabilità che una società maschilista si aspetta da lui. Gli manca una figura paterna, di cui ha ancora tanto bisogno, con la quale comunicare, ed ecco che me lo vedo ancora una volta alla porta. Rimane per qualche giorno e poi lo incoraggio a tornare dai suoi, lo rilancio ancora una volta, sperando che le tappe con i suoi si allunghino. Questo e altro si potrebbe dire per far riflettere sulle deficienze di quello che chiamiamo «il processo per la pace».
Non si può parlare di pace se non si curano i traumi del passato
Di tanto in tanto mi sento chiedere se i tempi brutti della “guerra” non possano ancora tornare. Non credo, come continuazione e conseguenza di quel che è capitato, ma non vorrei che tornassero per la frustrazione alla quale è sottoposta la gioventù oggi. Gli ingredienti di una vera pace mancano: «la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l’assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace. In tal modo la pace è frutto anche dell’amore, il quale va oltre quanto può assicurare la semplice giustizia»3. La cosa terribile è che questi ragazzi, ormai giovani uomini, sanno come fare la guerra, e sanno farla con ben poco in mano. La cosa terribile è che questi ragazzi, e di loro ce ne sono tanti agli angoli delle strade a fumare droga per passare il tempo e dimenticare, hanno il litigio nel sangue. Il picchiare e l’essere picchiati è come una droga, e se l’occasione si presta lo fanno volentieri. Rieducazione, strutture adeguate a un impiego che ricrei il loro modo di pensare, che risvegli nuovi desideri: questo è necessario se si vuole parlare di pace. L’uomo distrutto deve essere ricreato a seconda del cuore che Dio gli ha dato, piuttosto che essere continuamente giudicato e spesso condannato e punito. La pace non è un proclama e una imposizione di diritti e doveri (talvolta copertura per una “dispotica dominazione”), ma deve essere un’espressione d’amore per l’altro. «L’amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo»4.
Per essere autentico lo sviluppo deve essere integrale
Il villaggio di Masanka, sulla sinistra del fiume Ribbi, ha un aspetto molto primitivo: questo sorprende, perché in linea d’aria non dista più di qualche miglio da Freetown, la capitale della Sierra Leone. Ad arrivarci via terra ci si impiega buona parte della giornata e la strada non è tra le migliori. Vi si può arrivare anche via acqua, risalendo per qualche chilometro il fiume. Forse è la via più comoda, sempre che si disponga di un buono scafo. È qui che sono arrivati i ribelli in fuga dalla capitale, dopo nove mesi di governo, respinti dalle truppe dell’Ecomog, la forza d’interdizione dell’Africa occidentale, una specie di Nato africana. Ci sarebbe molto da dire su tanti aspetti di questa ritirata, che ha rispettato l’acquedotto che fornisce l’acqua alla città, ma si è barbaramente riversata con forza distruttrice su edifici e proprietà. Un accordo del tipo «Vi lasciamo andare, ma….»? Comunque sia, il villaggio di Masanka, dove l’orda dei ribelli è sbarcata dall’altra parte del fiume, l’ha pagata cara. Il villaggio ha dovuto essere ricostruito, e oggi ha ancora i tetti delle case fatti di paglia, una scuoletta fatiscente, e un gran bisogno di “sviluppo”. Potrei citare tanti altri fatti per confrontarmi con la Populorum progressio e per interrogarmi sul “da farsi”. Mi limito agli esempi portati dei miei tre ragazzi ormai giovanotti, e di Masanka. Avevo fatto visita al villaggio con un gruppo di laici ormai esperti dell’Africa, e li interrogai sul da farsi: «È un’ottima opportunità di sviluppo a misura d’uomo, ma dobbiamo rispettare la gente, rispettare i valori umani che già vivono, non renderli precariamente dipendenti creando in loro l’illusione di uno sviluppo veloce e “occidentale”, che distruggerebbe la loro fibra morale. È una bella comunità, dobbiamo preservarla e proteggerla dallo “sviluppo”». Sembra quasi un modo contraddittorio di ragionare: «aiutiamoli a raggiungere lo sviluppo, ma proteggiamoli dallo sviluppo». La Populorum progressio ce lo spiega: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico dev’essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo»5. «Nel disegno di Dio ogni uomo è chiamato a uno sviluppo […] frutto a un tempo dell’educazione ricevuta dall’ambiente e dello sforzo personale [...]. Dotato d’intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, qualunque siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più»6. I miei amici visitatori avevano capito bene la situazione. Si erano resi conto che lo “sviluppo” che avevano sperimentato altrove aveva corrotto, più che sviluppato e si proponevano di non continuare sulla stessa linea.
Portare sviluppo è una responsabilità grave e complessa
Spesso e volentieri da parte di politici incapaci, ma probabilmente capacissimi a risolvere i propri problemi, si addossa la colpa della mancanza di progresso al colonialismo e così, guardando sempre altrove, non si riconoscono mai le proprie colpe, che sono quelle che oggi realmente frenano. È vero, il colonialismo ha avuto le sue colpe, e speriamo che non continui a trascinare tutti sulla stessa scia del passato, mostrando un’altra testa di dragone che sta affiorando: la globalizzazione armonizzata e condotta dalla finanza. Noi missionari dobbiamo insistere sulla capacità della gente di essere artefice del proprio sviluppo. Il primo sviluppo deve essere quello di rendere consapevoli le persone delle proprie capacità e della propria dignità. È un’educazione non scolastica del cuore, del loro cuore, ad essere se stessi, perché sono ricchi nelle loro tradizioni e ricchi nelle loro possibilità. Se si vuole introdurre qualcosa di nuovo nel loro ambiente, questo deve aiutarli a essere artefici della propria riuscita, come pure a renderli consapevoli che possono anche essere artefici del proprio fallimento. Quest’ultimo è un fattore che può essere rilevante nella mancanza di uno sviluppo, perché se si rimane proni a gettare la colpa su altri (e perennemente sul colonialismo) non ci si rende conto delle proprie responsabilità, e non si riesce mai a progredire. Da parte mia, missionario da più di trent’anni tra questa gente, sono consapevole che con il solo sviluppo umano non porto loro abbastanza, ma devo portare loro anche la proposta del Vangelo. Ce lo ricorda Benedetto XVI in un suo recente discorso, quando dice che «le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano, sì, la nostra scienza, ma si spaventano di fronte a un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo […]. Il fatto sociale e il Vangelo sono inscindibili tra loro. Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche e strumenti, là portiamo troppo poco. Allora sopravvengono ben presto i meccanismi della violenza, e la capacità di distruggere e di uccidere diventa prevalente» 7. Portare sviluppo è una responsabilità grave e complessa. Richiede preparazione, tatto e molto rispetto e amore per la gente. Qualora tutto questo mancasse si corre il rischio di educare «alla violenza», di creare e di fornire strumenti di sopraffazione, e di aumentare «la capacità di distruggere e di uccidere». Se analizziamo gli ultimi dieci anni di guerra in Sierra Leone, non potremmo trovare conferma di tutto questo? La nostra gente deve ritrovare il timore di Dio, che è venuto a mancare. Che la nostra gioventù non corra il pericolo di venire avvelenata dal cinismo causato dalla frustrazione dilagante di un dopoguerra che non sembra offrire loro la visione di un futuro possibile. Il vero sviluppo è l’educazione del cuore a sani e possibili desideri.
Note e indicazioni bibliografiche
1 Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale «Gaudium et spes» sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Roma 7 dicembre 1965, n. 78. 2 Paulus P.P. VI, Populorum progressio, Roma 26 marzo 1967, n. 76. 3 Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale «Gaudium et spes» sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, cit., n. 78. 4 Benedictus P.P. XVI, Deus caritas est, Roma 25 dicembre 2005, n. 28b. 5 Paulus P.P. VI, Populorum progressio, cit., n. 14. 6 Ibid., n. 15. 7 Omelia tenuta domenica 10 settembre a Monaco di Baviera.