Quadrimestrale di cultura civile

Faccia a faccia. Una politica italiana per lo sviluppo

di Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema / Presidente di Forza Italia; Ministro per gli affari esteri e Vicepresidente del Consiglio

ATLANTIDE: Quale caratteristica principale dovrebbe avere la politica italiana nei confronti dei Paesi in via di Sviluppo?

Silvio Berlusconi,
Presidente Forza Italia

La nozione e la caratteristica dei Paesi in via di sviluppo sono radicalmente cambiate rispetto agli anni Sessanta e Settanta, cioè dalla fase della decolonizzazione e del terzomondismo. In un mondo non più diviso in due blocchi ideologici, politici e militari contrapposti; in un mondo in cui la liberalizzazione degli scambi ha fatto enormi progressi; in un mondo ormai caratterizzato dalla globalizzazione che ha rapidamente valorizzato aree per lungo tempo trascurate dalle attività produttive e commerciali, è anzitutto compito dei Paesi in via di sviluppo e delle loro classi dirigenti ormai mature concentrarsi su quelli che sono considerati i fattori sicuri di sviluppo: istruzione e godimento delle libertà civili fondamentali, infrastrutture e burocrazia efficienti, un discreto livello di apertura dei mercati per favorire gli investimenti, una legislazione moderna dal punto di vista economico e finanziario. Tutto ciò non basta però a sconfiggere alcune difficoltà storiche, e altre, purtroppo, create da guerre e situazioni conflittuali, senza contare quelle dipendenti da condizioni ambientali sfavorevoli. Per questo la politica degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo mantiene il suo valore, ma il suo inquadramento politico e tecnico deve essere aggiornato. Sul piano politico, al primo posto deve essere collocato il principio della promozione e del rispetto dei valori democratici, i soli che possono consentire uno sviluppo equilibrato della personalità umana e possono ostacolare le pratiche distorsive degli aiuti stessi. Il Fondo Onu per la democrazia, fortemente appoggiato dal governo italiano al vertice mondiale di New York del settembre 2005, è entrato nella fase operativa. Alla data dell’11 ottobre, erano disponibili oltre 43 milioni di dollari, che hanno permesso l’attivazione di numerose iniziative. Il Segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, nel suo discorso del 30 ottobre scorso ha riconosciuto la piena validità del rapporto tra democrazia e sviluppo. Ne deriva che la linea italiana di legare gli aiuti al processo di avanzamento e consolidamento della democrazia è un principio ormai acquisito. L’Italia ha dato un contributo particolare, limitatamente ad alcuni Paesi campione, alla informatizzazione della Pubblica amministrazione, che non solo rappresenta di per sé un miglioramento della vita pubblica nei Paesi in via di sviluppo, ma consente un dialogo più rapido con gli investitori esteri. Sul piano tecnico, cessata la strategia degli aiuti a pioggia, i progetti di intervento, sia sul piano bilaterale sia su quello multilaterale e degli organismi specializzati, sono sempre più mirati e studiati nelle loro conseguenze nel quadro della globalizzazione. L’obiettivo finale, infatti, deve essere quello di inserire il più rapidamente possibile i Paesi meno avanzati nel circuito virtuoso degli scambi mondiali. Da questo punto di vista, è già in corso una profonda rivoluzione, segnata dalla consistente emigrazione, sia legale sia, purtroppo, illegale, verso i Paesi più sviluppati che, in qualità di Paesi di accoglienza, forniscono sotto altra forma, con il lavoro e le rimesse, aiuti ai Paesi in via di sviluppo. Sebbene questa non sia la soluzione definitiva, rappresenta una realtà di cui si deve tenere conto nel medio periodo, e che comunque contribuisce a modificare la filosofia tradizionale degli aiuti.

Massimo D’Alema,
Ministro per gli Affari Esteri e Vicepresidente del Consiglio

Come abbiamo scritto nel programma di governo, dobbiamo ripensare la cooperazione come un impegno collettivo, un patto fra cittadini e lo Stato, che non separi le attività ma le renda complementari e coordinate: una politica nuova portatrice di un radicale cambiamento. Sarà compito del Governo assicurare le “buone pratiche”, definire strategie e obiettivi, ricercare le migliori risorse e competenze da mettere al servizio della nuova Cooperazione allo sviluppo italiana. Oggi, la Cooperazione allo sviluppo deve misurarsi con nuove realtà: le emergenze umanitarie, il mancato rispetto dei diritti umani, le discriminazioni di genere, le migrazioni, i disastri ambientali. Dobbiamo mettere l’Italia al passo con gli altri Paesi nel raggiungimento degli Obiettivi del millennio fissati dalle Nazioni Unite, che consistono - in sintesi - nella riduzione del 50% del livello di povertà della popolazione mondiale entro il 2015. È evidente che dobbiamo cambiare approccio, attuando politiche di cooperazione integrate e partecipative, incoraggiando le iniziative locali capaci di realizzare interventi rispondenti a necessità reali, accertate e condivise dai Paesi interessati, dalle collettività locali, da tutti i partner. Non dobbiamo dimenticare che l’obiettivo centrale della Cooperazione allo sviluppo è la riduzione della povertà, e poiché essa si concentra essenzialmente nel continente africano, noi metteremo con forza le esigenze dell’Africa sub-sahariana al centro della nostra iniziativa. È tuttavia evidente che non esistono soluzioni magiche. I conflitti, la corruzione, l’ignoranza, il degrado dell’ambiente e l’inadeguatezza dei sistemi educativi irretiscono molti Paesi in un circolo vizioso fatto di fame, di miseria, di mancanza di prospettive, soprattutto per le giovani generazioni. È appunto questa spirale negativa che va spezzata attraverso politiche economiche e di sviluppo mirate e sostenute dalla volontà comune dei governi e delle istituzioni internazionali e attraverso misure efficaci, concrete, cui possano partecipare tutti i soggetti qualificati e attivi, e che costituiscono una grande risorsa del nostro Paese. È proprio per dotare la nostra Cooperazione allo sviluppo di strumenti adeguati alle sfide dei tempi in cui viviamo che il Governo sta lavorando a una riforma del settore, che consenta di coinvolgere nuovi soggetti di cooperazione e di adattare gli aspetti gestionali e organizzativi alle esigenze di efficacia, rapidità e flessibilità operativa.

ATLANTIDE: Si discute molto di cancellazione del debito estero dei Paesi poveri. Come può questa iniziativa diventare strutturale e non rimanere solo un intervento di sollievo a breve termine per questi Paesi?

Silvio Berlusconi: Il debito, qualunque sia, interno o esterno, è sempre un terribile condizionamento, limita la libertà, riduce le risorse destinate allo sviluppo, condiziona gli investimenti e i tassi di interesse. Ci sono ragioni storiche per l’indebitamento di alcuni Paesi, in parte attribuibili a comportamenti passati delle loro classi dirigenti, soprattutto quando poco avvezze ai sistemi democratici, ma in parte dovute a fattori indipendenti. A sua volta, il peso del debito dipende dal grado di sviluppo e di affidabilità. Sappiamo che in alcuni casi esso è diventato un fardello insopportabile per i debitori, ma, allo stesso tempo, spesso è trascurabile in valore assoluto per i creditori. Bisogna essere pragmatici e soprattutto considerare la cancellazione del debito non come un gesto di misericordia bensì come un motivato atto di fiducia nei confronti di un determinato Paese, la cui politica deve riflettere con chiarezza come, una volta sollevata dal peso del debito, sia realmente avviata sulla strada del risanamento. Il punto centrale è che è necessario rimuovere al più presto le cause che alimentano il debito, anche se in alcuni dei Paesi più poveri sono relative alla pura e semplice importazione di generi alimentari indispensabili. Al di là dei calcoli finanziari, si deve pensare ai vantaggi futuri e permanenti per lo sviluppo di questi Paesi.

Massimo D’Alema: La cancellazione del debito è una misura in molti casi indispensabile, ma da sola non basta. Le strategie della comunità internazionale infatti prevedono una condivisione delle responsabilità. I Paesi beneficiari devono impegnarsi ad attuare politiche credibili in termini di “buon governo”, di democrazia, di lotta alla corruzione e di attuazione responsabile dell’aiuto allo sviluppo. I Paesi donatori, dal canto loro, si devono impegnare ad assicurare un aiuto più ampio, ma soprattutto più incisivo. L’Italia è attivamente impegnata su questa strada.

ATLANTIDE: I Paesi sviluppati hanno fissato l’obiettivo del 0,7% del proprio PIL da destinare ai Paesi in via di Sviluppo entro il 2015. In particolare i Paesi dell’UE hanno deciso di arrivare allo 0,5% entro il 2010. l’Italia, indipendentemente da chi è al Governo, rimane lontanissima da questo obiettivo, essendo bloccata attorno allo 0,2%. Perché questa situazione che ci pone in fondo alla graduatoria europea?

Silvio Berlusconi: È stata proprio l’Italia, al G8 di Genova del 2001, a sollecitare e fare approvare il Piano di azione per l’Africa e autonomamente, in via sperimentale per alcuni Paesi, ha investito sull’e-government e sulla rete degli ospedali italiani in Africa. Un obiettivo quantitativo è un impegno, ma pochi, per le ragioni più diverse, lo hanno rispettato o si sono avvicinati ai limiti previsti. Attualmente gli aiuti ammontano a circa 60 miliardi di dollari all’anno. Sappiamo che l’aiuto è insufficiente, sappiamo che molti Paesi, sicuramente ricchi a confronto di quelli che sono veramente poveri, sono alle prese con difficoltà di bilancio e che sono assaliti, al loro interno, da chi chiede maggiori stanziamenti. È chiaro che gli aiuti rappresentano ancora una goccia d’acqua nel mare, ma è ancora più chiaro che non c’è sufficiente sensibilità riguardo a questo problema. Ciò che importa, tuttavia, è che la metodologia di affronto al problema sia corretta: sull’aiuto straordinario di stampo umanitario tutti sono d’accordo, ma è noto che molto dipende dal modo in cui gli aiuti vengono utilizzati. Ad esempio, i Paesi asiatici colpiti dallo tsunami hanno dimostrato di essere in grado non solo di risollevarsi, ma di utilizzare gli aiuti, arrivati in quantità inferiore a quanto promesso, in modo produttivo e non solo sostitutivo.

Massimo D’Alema: È inutile nascondere il fatto che l’Italia ha importanti passi da compiere e maggiori responsabilità da assumersi se vuole rispettare gli impegni solennemente presi a livello internazionale. Questo governo, che ha posto la cooperazione allo sviluppo tra le sue priorità, nonostante la difficile situazione economica, ha da subito voluto dare alcuni segnali positivi. Lo scorso mese di agosto il Parlamento ha infatti approvato due leggi che prevedono autorizzazioni di spesa di 17,5 milioni di euro per interventi di cooperazione in Afghanistan e Sudan e di 30 milioni di euro per la realizzazione di interventi di cooperazione in Libano. Ancora più significativa appare però l’indicazione che proviene dalla legge finanziaria per gli anni 2007, 2008 e 2009 per lo stanziamento di fondi a favore della legge 49/87, che riguarda l’Aiuto pubblico allo sviluppo, per il quale si prevede un significativo incremento, che segna un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni. Mi sembrano segnali di grande rilievo e sostanza, sicuramente incoraggianti, anche se con un “ma”: se la quantità è importante, deve esserlo anche la qualità, cioè cosa realmente si fa con i fondi a disposizione e come lo si fa. Qui appare essenziale anzitutto il ruolo dell’Europa, e la Cooperazione italiana dovrà perseguire convergenze, complementarietà e integrazioni con quella europea. Il contributo europeo all’Aiuto pubblico allo sviluppo mondiale è, infatti, oltre la metà del totale: un dato importante, ma non ancora sufficiente. L’Europa ha bisogno di un’azione più “comunitaria”, meno legata cioè alle politiche e alle priorità solamente nazionali. In secondo luogo, se vogliamo fare della “qualità” degli interventi la caratteristica distintiva dell’Aiuto allo sviluppo, è necessario rivedere il nostro approccio e basare le politiche di cooperazione su nuovi criteri. Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma, centrato sull’investimento sul territorio, inteso non solo come spazio geografico, ma come un insieme complesso, fatto di storia, tradizioni, ambiente, reti di relazioni sociali. Dobbiamo puntare allo sviluppo del “capitale sociale” e a un maggiore coinvolgimento delle popolazioni locali come parti attive, affinché possano valorizzare la loro cultura e utilizzare al meglio le risorse disponibili.

ATLANTIDE: Qual è l’importanza delle attività delle Organizzazioni non governative, dei missionari, e in generale di tutti quegli organismi e istituzioni non facenti capo allo Stato? Lo Stato dovrebbe favorire queste attività? In che modo e a che condizioni?

Silvio Berlusconi: Sicuramente le Ong compiono un grande e meritorio lavoro: anzitutto possono toccare il cuore della gente e trovare risorse; in secondo luogo possono agire più rapidamente e con minori pesantezze burocratiche rispetto agli stati; in terzo luogo agiscono sotto la spinta di un senso del dovere morale e non per un tornaconto diretto. Sappiamo che ci sono abusi e scorrettezze, ma gli stati devono favorire questa universalizzazione del principio di sussidiarietà. Sarebbe importante eliminare alcune vecchie incrostazioni ideologiche: il mondo è cambiato e cambia ancora più rapidamente. Gli strumenti flessibili devono accompagnarsi a quelli burocratici e ufficiali.

Massimo D’Alema: IIl dialogo con le Ong diventa sempre più ampio, basti ricordare l’impegno sempre più cospicuo nei progetti di emergenza, emblematici sono stati i casi Tsunami, Darfur e, attualmente, Libano. Anche nei programmi delle organizzazioni multilaterali del sistema delle Nazioni Unite, la presenza delle Ong italiane si è andata negli ultimi anni costantemente consolidando, in particolare per quanto riguarda le organizzazioni che hanno superato la visione settoriale e parcellizzata degli interventi e hanno saputo inserirsi nella dinamica delle strategie globali di lotta alla povertà. Ciò corrisponde a cambiamenti strutturali avvenuti negli ultimi cinquant’anni, che riguardano il diritto internazionale, le relazioni tra i popoli, la concezione stessa della democrazia. Vi è senza dubbio un accresciuto ruolo della società civile, di cui le Ong costituiscono senz’altro un’espressione significativa. Si tratta di mettere in moto una rete di istituzioni, associazioni, organismi italiani e stranieri per rendere più efficaci e incisive le iniziative a favore dei Paesi in via di sviluppo. Le Ong rappresentano storicamente il primo nodo di questa rete, che da esse viene continuamente arricchita grazie a un approccio originale e “orizzontale” e al loro insostituibile slancio solidaristico. Con questa consapevolezza, abbiamo da parte nostra introdotto alcune innovazioni operative e organizzative. Abbiamo in particolare snellito le procedure, definendo nuove e più agili modalità di presentazione, valutazione e approvazione dei progetti promossi, e adottando nuovi criteri di gestione, di rendicontazione e di controllo. Sul piano dei finanziamenti, contiamo per il prossimo anno di aumentare sensibilmente il contributo italiano alle Ong.

ATLANTIDE: Sviluppo e pace sono intercorrelati: non può esservi pace senza uno sviluppo equilibrato, né lo sviluppo è possibile senza pace. Sotto questo profilo, qual è il ruolo dell’Europa e, più specificatamente dell’Italia?

Silvio Berlusconi: È una verità evidente che lo sviluppo ha bisogno della pace, ma dobbiamo registrare, purtroppo, l’esistenza di persone e gruppi che non perseguono la pace e lo sviluppo come obiettivi prioritari. Ci sono persone e gruppi che sono indifferenti allo sviluppo e con le loro azioni mettono in pericolo la pace, e non è un fatto secondario che costoro non solo non considerino prioritaria l’affermazione e il consolidamento della democrazia, ma combattano l’una e l’altro in modo dichiarato. Sconfiggere queste persone e questi gruppi è un dovere di tutti gli stati, di tutti i governi responsabili. Il terrorismo, lo sappiamo da molti anni, anche da prima dell’11 settembre, non vuole né la pace né lo sviluppo. Il sottosviluppo non può essere un alibi per la violenza: questo deve essere detto con fermezza.

Massimo D’Alema: Non v’è dubbio che il legame tra pace e sviluppo sia molto forte. L’attuale situazione internazionale rende ancora più chiaro come per rafforzare la pace e la sicurezza sia necessaria una strategia politica, economica e sociale che trovi solide radici in una cultura estesa della solidarietà. Per avere una maggiore forza nella costruzione paziente di condizioni per una pace giusta e duratura, la comunità internazionale deve fondare la sua integrazione sui valori più profondi della persona umana, nelle loro dimensioni storiche e culturali e nelle loro articolazioni sociali. Un passo fondamentale per costruire la pace consiste nell’attuare iniziative dedicate alla riduzione della povertà e delle malattie, alla tutela dei diritti umani, all’educazione delle nuove generazioni alla responsabilità sociale, al sostegno delle istituzioni democratiche, alla conservazione delle tradizioni, alla riscoperta delle proprie radici e alla protezione della diversità culturale. Mi sembrano qui importanti due elementi complementari. In primo luogo, è evidente che se manca la tutela dei diritti fondamentali è assai arduo pensare che si possano determinare le condizioni per una possibile crescita economica e, soprattutto, per la pace. In secondo luogo, lo sviluppo va inteso, oltre che come miglioramento delle condizioni di vita materiali, anche come possibilità di attuare desideri e progetti, come prospettiva di dispiegamento delle potenzialità delle persone e dei popoli. Sono queste due condizioni che dobbiamo favorire, mediante un aiuto allo sviluppo mirato, per dare un contributo concreto e visibile alla pace.