Il dibattito sullo sviluppo
Da più di mezzo secolo studio e seguo con viaggi sul campo i problemi dello sviluppo nel Sud del mondo. Ho notato un fatto strano: in Occidente il tema della fame nel mondo (e dello sviluppo dei popoli poveri) è venuto alla ribalta alla metà del secolo scorso con l’indipendenza dalla colonizzazione. Ebbene, dopo mezzo secolo non si sono ancora capite bene le radici della povertà di grandi masse umane. Il fatto strano è questo: prima che la Fao lanciasse la campagna contro la fame nel 1960, gli autori famosi a quel tempo erano Gunnar Myrdal, Josué de Castro, Noel Drogat, Jean Laloup, Jean Nelis, Barbara Ward (che affermava con chiarezza che le radici dello sviluppo sono di tipo religioso-culturale), Paulo Freire (inventore della «coscientizzazione popolare» in America Latina), Louis Lebret (domenicano, citato anche nella Populorum progressio alla nota 15), Kenneth Galbraith (economista e ambasciatore americano in India), René Dumont (autore del famoso L’Afrique noire est mal partie, che accusava i Paesi africani di trascurare l’agricoltura e l’educazione). Avevano tutti una profonda cultura umanistica, per loro lo sviluppo dei popoli era certamente un problema tecnico ed economico, ma soprattutto umano, dell’uomo, riguardante la storia e la cultura (e anche la religione) di un popolo; i loro studi erano orientati a capire i rapporti fra «culture e sviluppo», «religioni e sviluppo», «educazione dei poveri e sviluppo»; si parlava molto di «ritardo storico», di «rapporti fra Occidente e culture orientali», etc. Dopo gli anni Sessanta, la cultura umanistica è stata sconfitta in un primo momento dalla cultura tecnologica ed economicista degli organismi dell’Onu e dei governi occidentali: per esempio, John Kennedy si proponeva di sviluppare l’America Latina con la cosiddetta «Alleanza per il Progresso»1, una sorta di piano Marshall basato sugli aiuti (venti miliardi di dollari) e il commercio (Trade not Aid); e, in seguito, dalla corrente leninista-maoista che attribuiva le radici del sottosviluppo al colonialismo e all’imperialismo capitalista: gli esempi sono infiniti, da Mao a Che Guevara, che proponevano la rivolta contro l’Occidente, fino ai no global di oggi («Non popoli poveri, ma impoveriti», «Loro sono poveri perché noi siamo ricchi»). La prima corrente di pensiero liberal-capitalista ha prodotto un certo sviluppo, specialmente in quei Paesi dell’Asia che, per motivi storico-religioso-culturali, erano preparati a ricevere gli “stimoli” e gli aiuti per la modernizzazione e il libero mercato; ma ha prodotto nello stesso tempo la deriva di altri (per esempio l’Africa nera) e l’aumento ovunque del distacco fra ricchi e poveri. La seconda corrente, comunista-rivoluzionaria, ha prodotto rivolte e guerriglie per la “liberazione”, fino all’adozione del sistema socialista-comunista, che è fallito ovunque nel tentativo di produrre eguaglianza e sviluppo: basti vedere come quasi tutti i circa trenta Paesi comunisti dopo il 1989 siano crollati per implosione interna. Fa eccezione il caso della Cina, che ha mantenuto il feroce potere del partito e dello Stato totalitario, aprendosi però al mercato e all’ideologia del denaro senza alcun rispetto dei diritti umani. Un italiano che vive in Cina dal 1995, mi diceva due anni fa che, secondo lui, «non c’è oggi Paese di capitalismo così selvaggio come la Cina». Negli anni Ottanta si è incominciato a capire che lo sviluppo dei popoli può venire solo dall’istruzione, dall’evoluzione di mentalità e culture, dall’educazione a produrre di più, da governi stabili che sostengano l’agricoltura e le popolazioni rurali, dalla libertà economica e dal libero mercato mondiale. Fondamentale il discorso di Giovanni Paolo II all’Unesco (il 2 giugno 1980) su cultura e crescita dell’uomo; l’Unesco ha poi lanciato la campagna decennale sul tema «Cultura e sviluppo» (1987-1997), che però non è stata recepita né reclamizzata. Viviamo in una civiltà materialista che vede solo i soldi, le macchine, i commerci, le tecniche, mentre viaggiando nei Paesi poveri, molte volte sento dire: «Qui ci vorrebbe una rivoluzione culturale, nel campo delle idee». L’esperienza della Chiesa la descrive Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio: «[…] lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. La Chiesa educa le coscienze rivelando ai popoli quel Dio che cercano, ma non conoscono »2. «Col messaggio evangelico la Chiesa offre una forza liberante e fautrice di sviluppo »3. Bisogna riflettere su queste parole del Papa, che corrispondono all’esperienza dei missionari.
Educazione: motore dello sviluppo
“Educazione” viene dal latino e-ducere, tirar fuori, allevare, orientare verso un fine, una meta. Rosmini diceva: «L’educazione ha lo scopo di rendere l’uomo autore del proprio bene». Sul tema dello sviluppo Paolo VI ha scritto nella Populorum progressio: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo»4. E poi ancora: «In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane»5. Il collegamento fra i due termini è chiaro: l’educazione è il motore principale dello sviluppo, il mezzo, la via che permette di far crescere un uomo, un popolo e l’intera umanità nell’umanesimo integrale. Non si può separare l’economico dall’umano, come capita troppo spesso nella nostra società e cultura. Nel 1995 il nuovo presidente del Brasile Henrique Cardoso affermava che «la priorità numero uno» del suo governo era la scuola. Il quotidiano «O Estado de S. Paulo» scriveva il 3 marzo 1995: «Dopo quasi cinque secoli, le autorità del Brasile incominciano a comprendere il valore socioeconomico dell’educazione. L’imperatore Pedro II [1831-1888, ndr] non fece quasi nulla per l’educazione, il popolo era analfabeta per il 90%. Nella Repubblica, era presidente un uomo di grande levatura, Campos Sales [eletto nel 1898, ndr], che presentò al Congresso il suo programma di governo senza usare neppure una volta la parola istruzione o educazione». In tutta l’America Latina c’è stata questa cecità dei governanti nel trascurare l’educazione; o forse anche la precisa volontà dei colonizzatori e dei loro discendenti di lasciare le masse nere e indie nell’ignoranza. Un missionario del Pime, espulso dalla Birmania, era stato mandato nel 1949 nel Paraná, in Brasile, a fondare la parrocchia di Porecatù (arcidiocesi di Londrina): padre Calogero Gaziano (1914-1967), molto attivo nella pastorale e nel fondare numerose scuole elementari, medie, magistrali, di avviamento professionale e tecnico, che hanno fatto di Porecatù, da un paesino rurale, la cittadina più importante di quella regione. Padre Calogero, nel 1966, mi disse: «Alcuni confratelli mi accusano di dedicarmi più alla scuola che alla chiesa, ma non capiscono che senza la scuola la chiesa non serve»; aggiungeva inoltre che in Birmania prima si costruiva la scuola, poi la cappella, e lui aveva continuato a fare così anche nel Brasile rurale e forestale di quei tempi, quando i ricchi latifondisti e le autorità locali dicevano ai missionari: «Perché volete fare le scuole per questa massa di manovali che debbono solo lavorare la terra? Non serve a niente e non impareranno mai niente». Nell’interno del sud Brasile, in Mato Grosso e in Amazzonia, fino a mezzo secolo fa le prime scuole le hanno costruite i missionari e le suore. L’arretratezza di grandi masse di popolo in Brasile, come in altri Paesi latinoamericani, prima ancora che dalle ingiustizie sociali (latifondismo, bassi salari, etc.) dipende da popoli tenuti nell’ignoranza. L’1 febbraio 1995, il massimo quotidiano del Brasile, «A Folha de S. Paulo», pubblicava un’intera pagina con le statistiche comparate del Brasile e della Corea del Sud, nei due anni 1960 e 1995, da cui il Brasile usciva umiliato. Nel 1960, la Corea aveva il 48% di analfabeti, il Brasile il 32%, ma nel 1995 le percentuali erano rispettivamente del 9% e del 18%! In Corea il 38% dei coreani frequentava l’università, in Brasile solo l’11%! Il Brasile spendeva l’1,6% del bilancio statale per l’educazione, la Corea il 3,7%, più del doppio! Sono dati del 1995, che spiegano perché la Corea del Sud ha avuto una forte crescita economica, mentre il Brasile si trascina il peso di un 30-35% circa dei suoi abitanti che sono sotto la soglia minima di povertà! Eppure il Brasile ha leggi sociali avanzatissime, sindacati efficienti, mentre la Corea del Sud è stata distrutta dalla guerra (1950-1953) e poi dominata quasi sempre da una dittatura militare. I missionari del Brasile mi dicevano che non avevano mai avuto notizia che i sindacati avessero organizzato scioperi per la mancanza di scuole e la loro inefficienza nelle zone rurali; proclamavano invece molte proteste per la distribuzione delle terre ai contadini; un missionario di Pinerolo in Goiás, padre Ovidio Gerlero, mi diceva però: «Distribuire la terra ai poveri non serve, se non sono istruiti e aiutati a gestirle. Quasi sempre le rivendono ai ricchi proprietari».
Dagli aiuti “da Stato a Stato” agli aiuti “da popolo a popolo”
Quanto ho detto del Brasile vale anche per l’Africa, anzi in misura ancora maggiore perché i popoli africani, senza loro colpa, sono molto meno alfabetizzati, istruiti, educati. Visitando i Paesi africani, sento spesso ripetere che gli aiuti “in moneta” dei governi occidentali ai governi locali non sono il modo migliore per aiutare quei popoli: sono semplicemente un trasferimento di denaro dai Paesi ricchi alle élites politiche di quelli poveri. Quante volte ho sentito dire che è uno sbaglio azzerare il debito estero, perché è solo un favorire le mafie del potere! Opinione esagerata ma indicativa. I governanti africani, spiace dirlo, spesso non lavorano “per il popolo”, ma hanno sequestrato il potere per gli interessi della propria etnia o regione. E questo non per malvagità di questo o quel capo, ma perché in un Paese non democratico, in buona parte non alfabetizzato e non libero, non si può pretendere nulla di diverso. L’esperienza dei missionari sul campo dice questo: il popolo (in quei Paesi) non è istruito. È povero, prima ancora che economicamente, culturalmente. E le due cose vanno di pari passo: quando parlo della necessità di educare questi popoli non parlo solo dell’importanza dell’alfabetizzazione, che manca, e di cui uomini e donne hanno disperato bisogno. Parlo soprattutto dell’importanza di insegnare loro a produrre: i Paesi del Terzo mondo sono poveri perché non sanno creare ricchezza. La ricchezza è una torta da produrre, prima di distribuirla: questo bisogna dirlo forte e chiaro! Gli aiuti andrebbero dati (bisogna darli!) non “da Stato a Stato” ma “da popolo a popolo”. Perché gli aiuti “da Stato a Stato” spesso arrivano nelle tasche dei primi ministri, dei capi di stato: e questi di fatto li sequestrano (in parte o del tutto). Se gli aiuti sono “da popolo a popolo”, le cose vanno diversamente. Sono stato recentemente a Potenza, dove una parrocchia si è “gemellata” con un paese in Albania. È impressionante vedere quanto sono riusciti a fare: non soltanto hanno mandato dei soldi, ma soprattutto sono andati personalmente ad aiutare, a portare la propria testimonianza. Hanno mandato i loro giovani, hanno costruito e insegnato a costruire. Ecco quel che intendo quando parlo di aiuti “da popolo a popolo”: aiuti che servono in primo luogo a educare (e diciamo la verità, anche a essere educati!), a gettare ponti di comprensione, di solidarietà. Gli aiuti “da Stato a Stato” producono poco, a volte nulla; o peggio, costruiscono inutili cattedrali nel deserto. Mi viene in mente un esempio: a Bissau, capitale della Guinea Bissau, lo Stato italiano ha fatto costruire un mulino per il riso, modernissimo, enorme. Completato vent’anni fa, non ha mai funzionato, non ha mai prodotto un grammo di riso: al contadino non viene neanche in mente di utilizzarlo. Perché dovrebbe farselo macinare? Porta a casa il riso e lo fa pestare e lavorare da sua moglie. A che serve un mulino per quanto avveniristico, se non c’è la cultura per usarlo? A Vercelli, da dove io vengo, produciamo settantacinque quintali di riso all’ettaro. Nell’Africa rurale e tradizionale, non nelle fattorie moderne, ne producono appena cinque. L’abisso tra settantacinque e cinque è l’abisso fra ricchi e poveri. In sostanza, se noi siamo ricchi, è perché sappiamo creare ricchezza. E questo non per una superiorità razziale, assolutamente no! Ma perché siamo nati, senza nostro merito, in una civiltà che in centinaia e migliaia di anni ha compiuto faticosamente un lungo cammino verso lo “sviluppo”. Altre civiltà, pur grandi e nobili, sono state bloccate in culture conservatrici e non progressiste. Il tema andrebbe approfondito, perché dovremmo chiederci: per quale motivo, partendo da quali radici l’Europa è arrivata per prima allo “sviluppo” moderno, certo molto imperfetto, ma che al momento è l’unico che conosciamo? Rispondere a questa domanda vorrebbe dire aprire un altro capitolo su «educazione e sviluppo». Non basta alfabetizzare e insegnare scienze e tecniche, occorre istruire ed educare a quei valori che hanno permesso ai popoli europei di inventare i diritti dell’uomo e della donna, la democrazia, la giustizia sociale, la scienza e la medicina moderna, etc. Solo con una lettura umanistica, culturale e religiosa delle radici di sviluppo e sottosviluppo, si può giungere a una comprensione più profonda e autentica del cammino che l’intera umanità deve ancora fare per un mondo più umano e umanizzante per tutti.
Note
1 Il programma «Alliance for Progress», siglato nel 1961, aveva l’obiettivo di accrescere il reddito procapite dei Paesi latinoamericani del 2,5% all’anno, l’instaurazione di governi democratici, l’eliminazione dell’analfabetismo adulto a partire dal 1970, la stabilità dei prezzi, una distribuzione equa del reddito, una riforma agraria e la stesura di specifici programmi economici e sociali. 2 Ioannes Paulus P.P. II, Redemptoris missio, Roma 7 dicembre 1980, n. 58. 3 Ioannes Paulus P.P. II, Redemptoris missio, cit., n. 59. 4 Paulus P.P. VI, Populorum progressio, Roma 26 marzo 1967, n. 14. 5 Paulus P.P. VI, Populorum progressio, cit., n. 20.
Bibliografia
J. de Castro, Geografia della fame, Leonardo da Vinci, Bari 1954. N. Drogat, Les pays de la faim, Flammarion, Paris 1963. R.F. Dumont, L’Afrique Noire est Mal Partie, Éditions du Seuil, Paris 1962. J.K. Galbraith, The Affluent Society, Houghton Mifflin, Boston 1958. Ioannes Paulus P.P. II, Redemptoris missio, Roma 7 dicembre 1980. J. Laloup, J. Nelis, Culture et civilisation: initation a l’humanisme historique, Casterman, Tournai 1957. L.J. Lebret, Dynamique concrète du développement, Economie et Humanisme, Les éditions ouvrières, Paris 1961. G. Myrdal, Economic Theory and Under-developed Regions, Harper & Row, New York 1957. Paulus P.P. VI, Populorum progressio, Roma 26 marzo 1967. B. Ward, The Rich Nations and the Poor Nations, Norton, New York 1962.