Quadrimestrale di cultura civile

Editoriale. La persona, soggetto dello sviluppo

di Giorgio Vittadini /

Il termine sviluppo ha espresso per decenni un’aspirazione ideale unita a un entusiasmo ingenuo, originale e positivo accomunando cattolici e non. Paolo VI nella Populorum progressio ricordava che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». A quaranta anni di distanza, in un’epoca di globalizzazione economica, comunicazioni veloci, nuovi organismi sovrannazionali, è importante rifare il punto della situazione. Per certi versi la promessa contenuta in tale termine si sta avverando: la globalizzazione, nuovo motore dello sviluppo, sta migliorando le condizioni di vita di moltissimi. Tuttavia, non sono risolti tutti i problemi: le ineguaglianze, le povertà, le violenze, il degrado materiale e spirituale, rischiano di aumentare anche nei Paesi che stanno incrementando in modo vertiginoso il prodotto nazionale lordo; inoltre, intere aree mondiali - vedi l’Africa - sembrano sempre più ai margini di questo sviluppo. Il terrorismo è divenuto problema planetario e quotidiano nello stesso tempo, le divisioni interetniche e religiose sembrano prefigurare conflitti di civiltà epocali, dopo la caduta del Muro nel 1989 le guerre sono aumentate; si moltiplicano, invece di diminuire, i regimi dittatoriali, pericolosamente populisti fino all’opzione nucleare. Per questo il dibattito sullo sviluppo risulta oltremodo attuale, superando gli aspetti strettamente economici che lo avevano finora caratterizzato. Questo numero di Atlantide vuole essere un contributo al dibattito in corso, in un virtuale spaccato trasversale che comprende esponenti delle grandi istituzioni internazionali (esponenti americani liberal e neo-con e della Commissione che guida l’Unione Europea), leader politici italiani di entrambi gli schieramenti, studiosi italiani di diverse discipline, protagonisti della cooperazione. Ne risulta un quadro variegato e non certo univoco, in cui sembra che vi siano due differenti visioni del mondo che si confrontano a livello sia internazionale sia di singoli Paesi. Il dato comune a molti interventi è un giudizio positivo sulle opportunità che la globalizzazione porta con sé. Dice fra gli altri Salvatore, della Fordham University: «La Banca mondiale ha stimato che, se il processo di globalizzazione non si fosse verificato, il numero di poveri sarebbe aumentato dai 300 milioni di persone di dieci anni fa a 650 milioni, anziché essere ridotto ai 150 milioni attuali». Tuttavia non si può sperare nel fatto che taumaturgicamente il mercato risolva tutto. Afferma de Rato, Direttore del Fmi: «Sei anni fa le Nazioni Unite hanno lanciato il programma Millennium Development Goals. A meno di un decennio dalla scadenza concordata per la realizzazione del programma, molti Paesi poveri si trovano ancora in una situazione terribile, con il rischio di non raggiungere gli obiettivi fissati». Come dice il Commissario europeo allo sviluppo Michel, occorre governare la globalizzazione: «La sfida principale che la comunità internazionale deve affrontare oggi è fare in modo che la globalizzazione rappresenti una forza positiva per tutta l’umanità, poiché, sebbene offra importanti opportunità, attualmente i vantaggi che apporta, così come gli oneri che impone, sono ripartiti in maniera iniqua». È del resto la stessa idea sviluppata nell’ultimo libro di Stiglitz La globalizzazione che funziona: una globalizzazione basata sulla liberalizzazione dei mercati funziona se accompagnata da regole certe, da stati che intervengono per ovviare alle storture che inevitabilmente si generano, da organismi internazionali che regolino i rapporti tra stati. È sulle modalità di questo governo della globalizzazione che ci si divide. Gli esponenti degli organismi internazionali, come Moreno, Presidente dell’IADB, difendono le loro istituzioni: «Guardando alla IADB oggi, si vede una istituzione solida finanziariamente che le popolazioni dell’America Latina e dei Caraibi considerano una cosa propria. Essa ha sostenuto tutti i Paesi della regione nei periodi buoni e, cosa molto più importante, nei periodi di crisi. Possiede una conoscenza profonda della regione e questo knowhow è uno dei suoi più grandi capitali». In modo analogo dice de Rato: «Il Fmi ha ipotizzato la concessione di aiuti maggiori ai Paesi in grado di assorbirli con efficienza senza porre a repentaglio la stabilità macroeconomica o la sostenibilità del debito stesso. […] Il Fondo è anche fortemente impegnato a garantire che i Paesi abbiano lo spazio fiscale necessario per l’espansione di programmi sociali essenziali, soprattutto nel campo dell’educazione e della salute. […] In tutte queste aree, come in altre, condividiamo compiti ed esperienze con la Banca mondiale ed è importante che i nostri sforzi rimangano ben coordinati, sia a livello globale che di singoli Paesi». Salvatore si mostra invece critico su quanto fatto da tali istituzioni: «Purtroppo, né le Nazioni Unite, né la Banca mondiale, né il Fondo monetario internazionale, né l’Organizzazione mondiale del commercio o altre istituzioni internazionali sembrano capaci o disposte a istituire nuove regole per gestire la globalizzazione in modo da permettere una più equa distribuzione dei benefici che da essa scaturiscono». Tuttavia la vera controversia è in realtà molto più profonda, di tipo politico e vede il netto contrapporsi di due visioni. Paradossalmente, le due visioni riprendono etichette simili (buon governo, lotta alla corruzione, sviluppo della democrazia, etc.), ma con accenti e priorità profondamente diversi. Una prima linea, propria di chi nelle istituzioni internazionali è allineato alle posizioni dell’amministrazione americana, sottolinea che la governance è innanzitutto l’affermarsi di una certa immagine di democrazia, la trasparenza istituzionale, l’accettazione di regole democratiche, la lotta al terrorismo e che questi passi, da parte delle diverse nazioni, sono prioritari. Dice Wolfowitz, Presidente della Banca mondiale: «Una buona governance non riguarda solo il governo, ma anche i partiti politici, il parlamento, l’ordinamento giudiziario, la stampa e la società civile. […] Una buona governance richiede tre cose: efficienza dello Stato, sensibilità ai problemi e accountability». Aggiunge de Rato: «Alla base di questo lavoro c’è la convinzione che maggiori affidabilità e chiarezza possano aumentare la qualità della spesa pubblica, diminuire la corruzione e aiutare a ridurre la povertà». Forte, esponente cattolico vicino all’amministrazione Bush, rilegge la storia delle encicliche papali sociali in questa chiave, arrivando a dire in particolare che: «Giovanni Paolo II rifiuta la semplicistica divisione del mondo tra Nord ricco e prosperoso e Sud povero. Egli pone l’accento sulla totalità della cultura dello sviluppo, sul diritto all’iniziativa economica e sul problema della privazione di altri diritti politici e religiosi fondamentali». In linea con questa posizione, Berlusconi afferma: «Bisogna essere pragmatici e soprattutto considerare la cancellazione del debito non come un gesto di misericordia bensì come un atto di fiducia motivato nei confronti di un dato Paese, la cui politica deve risultare chiara nei modi in cui, sollevata dal peso del debito, sia realmente avviata sulla strada del risanamento». A questa linea si oppone la posizione della sinistra europea e americana, multilaterale, negoziale, anticonservatrice, che pensa che tali conquiste (democrazia, buongoverno, trasparenza) vengano da una mossa di apertura tollerante e benevola da parte dell’intera comunità internazionale. Dice Solana, l’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune dell’Unione Europea, che la promozione di una effettiva governance mondiale emerge da: «la compassione per coloro che soffrono, la pace e la riconciliazione attraverso l’integrazione, un forte attaccamento ai diritti umani, la democrazia e il principio della legalità, lo spirito del compromesso sommato all’impegno di promuovere in maniera pragmatica un sistema internazionale basato su regole». Gli fa eco D’Alema: «Le strategie della comunità internazionale infatti prevedono una condivisione delle responsabilità. I Paesi beneficiari devono impegnarsi ad attuare politiche credibili in termini di “buon governo”, di democrazia, di lotta alla corruzione e di attuazione responsabile dell’aiuto allo sviluppo. I Paesi donatori, dal canto loro, si devono impegnare ad assicurare un aiuto più ampio, ma soprattutto più incisivo». L’americano Beinart, editorialista di New Republic, aggiunge: «Occorre accettare che i diritti umani non corrispondono a qualsiasi cosa facciano gli Stati Uniti, solo perchè l’America è, per definizione, libertà. I diritti umani sono una legge morale per cui lottiamo insieme al resto del mondo, combattendo anche la nostra capacità di commettere ingiustizie. Lottiamo insieme per raggiungere una legge morale che esiste al di sopra, e oltre, le nostre azioni». Andò declina queste tesi nel particolare e fondamentale aspetto del rapporto con l’Islam: «La politica per la diffusione della democrazia deve caratterizzarsi per una visione negoziale dei rapporti tra cultura occidentale e cultura islamica. L’Islam, infatti, non demonizza la democrazia, né rifiuta lo sviluppo. […] L’Islam è radicalmente ostile all’ideologia individualistica e conflittuale che ha accompagnato l’evoluzione delle società capitalistiche occidentali». In Zamagni, che pur critica il pacifismo a senso unico, questa posizione diviene rifiuto della guerra come metodo di globalizzazione: «Affermare che la pace è possibile significa prendere le distanze dal modello del “realismo politico” basato sulla nozione di balance of power, cioè equilibrio di potenza […] Per i realisti politici tutto quanto è possibile fare è contenere i danni della guerra, posto che essa è comunque inevitabile». Due visioni contrapposte, pur con mille “parole chiave” comuni, basate su una diversa visione della democrazia e del ruolo degli stati: ma non vi sono altre dimensioni da sottolineare? Il professor Novak cerca di fornire una base solida a una globalizzazione giusta riaffermando il principio di sussidiarietà e l’educazione delle persone, richiamandosi alla Dottrina sociale cattolica: «Le decisioni prese vicino al concreto tessuto della realtà e agli immediati interessi di chi le prende hanno maggiore probabilità di risultare concretamente intelligenti rispetto a quelle stabilite a un livello più alto, più distante e più astratto. L’educazione è la condizione sine qua non per lo sviluppo economico, perché niente potrà ridurre la povertà più che un deciso incremento del capitale umano». È un argomento che apre il grande tema del valore della cooperazione fra stati, ma anche fra istituzioni e soggetti nel sociale, ritenuto con diverse ragioni fondamentale da Alberti, Presidente Avsi, Berlusconi e D’Alema. Tuttavia non basta fare attività di cooperazione perché lo sviluppo avvenga: non si fa sviluppo dando cose. Bertazzi ribadisce questo aspetto parlando di salute: «Lo sviluppo produce salute non quando riversa sul pubblico i suoi prodotti tecnico-scientifici, per quanto avanzati, ma quando quello sviluppo ha un popolo, e non una casta come protagonista». Neppure basta - perché lo sviluppo avvenga - un pur necessario approccio partecipato e di coinvolgimento di istituzioni e gruppi locali: «come se il meccanismo partecipativo “per sé” - affermano Folloni e Messner - rendesse più efficaci i processi. Riteniamo che la partecipazione sia veramente efficace quando si fonda su un cambiamento nell’io, nelle persone, nella capacità di sguardo che esse hanno alla realtà». La testimonianza del missionario padre Berton sui bambini soldato appare in questo senso decisiva e apre a nuovi orizzonti: «Il primo sviluppo deve essere quello di rendere consapevoli le persone delle proprie capacità e della propria dignità. È un’educazione non scolastica del cuore, del loro cuore, a essere sé stessi, perché sono ricchi nelle loro tradizioni e ricchi nelle loro possibilità». In quest’ottica Gheddo, Direttore dell’ufficio storico del Pime, mostra che la critica a questa posizione non è un generico richiamo umanista ma, sia pur ancora in nuce, un approccio alternativo e nuovo allo sviluppo: «Non basta alfabetizzare e insegnare scienze e tecniche, occorre istruire ed educare a quei valori che hanno permesso ai popoli europei di inventare i diritti dell’uomo e della donna, la democrazia, la giustizia sociale, la scienza e la medicina moderna, etc.». L’educazione, se è introduzione alla realtà totale, come dice don Luigi Giussani, avviene da persona a persona nella comunicazione di una esperienza di vita che provenga dal cuore di un uomo e parli al cuore di un altro. È quanto afferma Benedetto XVI nella sua enciclica Deus caritas est: «L’amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo” (Deus caritas est 28b). È una prospettiva antica e nuova, tutta da investigare: forse la vera novità e speranza dei prossimi anni.