La Dottrina sociale cattolica
«Non abbiate paura!» è l’esortazione ripetutamente rivolta da Giovanni Paolo II ai popoli della terra, né si può dimenticare l’invito di Papa Giovanni XXIII, durante il Concilio Vaticano II, ad allontanarsi dai «profeti di tristezza». Con questo spirito vorrei affrontare il formidabile fenomeno che va sotto il nome di “globalizzazione”. La mia tesi è semplice da esporre, anche se difficile da spiegare completamente in uno spazio limitato: la nostra è un’epoca fortemente favorevole alla credibilità dei temi fondamentali della Dottrina sociale cattolica. Svilupperò questa tesi in cinque punti: materialismo verso il primato dello spirito; solidarietà; soggettività della società (cioè, libertà, iniziativa e creatività del soggetto umano); sussidiarietà e rottura delle catene della povertà. Ognuno di questi temi gioca un ruolo centrale nella Centesimus annus di Giovanni Paolo II, un caposaldo del pensiero sociale cattolico.
Materialismo
Nell’Esortazione apostolica «Ecclesia in America» (1999), Giovanni Paolo II ha descritto i “neoliberali” come materialisti preoccupati unicamente dei processi di mercato, dei profitti e dell’efficienza, a detrimento dello spirito, dei valori e dei diritti umani1. Nel sistema economico di oggi è tuttavia molto difficile essere materialisti nel senso stretto del termine. Pensate all’ultimo acquisto di un programma per il vostro computer: lo tenete in mano e vi rendete conto che lo avete pagato 200 dollari, ma quanto materiale avete effettivamente in mano? Circa 80 centesimi di plastica. In realtà, ciò che avete comprato è quasi interamente composto da intelletto, frutto dello spirito umano, della umana intelligenza. Intorno a noi, la rivoluzione meccanica è stata sostituita dalla rivoluzione elettronica, la materia conta sempre meno e l’intelligenza (o lo spirito) sempre più. Perfino i fisici nucleari hanno sviluppato un concetto di “materia” talmente nuovo da far sembrare il vecchio contrasto tra “spirito” e “materia” quasi fuori moda come un tram a cavalli. La solida materia viene analizzata in parti sempre più minuscole - molecole, atomi, neutroni, quarks - che svaniscono in qualcosa simile a impercettibili unità di energia o luce, pure quasi quanto ciò che una volta si immaginava come “spirito”. Anche l’origine della ricchezza veniva un tempo spiegata su basi principalmente materiali. Inizialmente, la maggiore forma di ricchezza era la terra, sostituita poi dal capitale, concepito meramente come insieme di forti investimenti in fabbriche e macchinari. Attualmente, gli economisti affermano che la principale causa della ricchezza delle nazioni non è affatto materiale, bensì è costituita da conoscenza, abilità, sapere, cioè da quell’insieme di ricerca, invenzione, organizzazione e capacità di previsione che viene definito «capitale umano», un capitale che si trova all’interno dello spirito umano ed è prodotto dalle attività non materiali di educazione, formazione e guida2. Il capitale umano include componenti morali, come il duro lavoro, la collaborazione, la fiducia sociale, la sollecitudine, l’onestà, e sociali, come il rispetto della legge. Il fattore fondamentale che rende le nazioni ricche è l’investimento nel capitale umano e nel suo sviluppo. La più grande ricchezza di una nazione, dicono gli economisti, è il suo popolo. In altri termini, non sono le risorse materiali di per sé che fanno ricca una nazione. Anche l’economia sembrerebbe quindi, come la fisica e altre scienze, porsi contro il materialismo. Nessun principio è invece così fondamentale nella Dottrina sociale della Chiesa quanto il primato dello spirito. Oggi questo principio sembra essere rivendicato in molti campi, dalla cura delle malattie fisiche e mentali, alla formazione morale, alla capacità di generare fiducia nel futuro, e anche la ricerca empirica sembra confermare il primato dello spirito contro i tentativi puramente materialisti di spiegazione dei comportamenti umani.
Solidarietà
Leone XIII, descrivendo nella Rerum novarum (1891) i cambiamenti tumultuosi che stavano sconvolgendo il mondo agricolo e feudale dell’Europa premoderna, intuì la necessità di un nuovo tipo di virtù per i cristiani, rimanendo incerto tra le definizioni di giustizia o di carità, di giustizia sociale o di carità sociale3. Un secolo più tardi, nella Centesimus annus, Giovanni Paolo II ha focalizzato questa nascente intuizione nel termine «solidarietà», intendendo con questo la virtù speciale della carità sociale, che rende ogni persona cosciente di appartenere alla razza umana nella sua totalità, di essere fratello e sorella di tutti gli altri, di vivere in comunione con tutti gli altri uomini in Dio. Solidarietà è un altro modo per esprimere il concetto di globalizzazione, ma nella dimensione dell’appartenenza alla comunità e della responsabilità personale. Solidarietà non è la scomparsa di sé nel pensiero del gruppo e nella collettività: è l’esatto opposto della collettivizzazione socialista, perché mira contemporaneamente alla responsabilità e all’iniziativa della persona, e alla sua comunione con gli altri. La solidarietà non intorpidisce, ma risveglia la coscienza individuale, suscita responsabilità, allarga la visuale personale mettendo in relazione l’io con tutti gli altri4. Non è però semplice definire cosa si intende per globalizzazione, e se ne possono citare almeno cinque definizioni, ognuna insufficiente se considerata singolarmente. Globalizzazione non è puramente una drastica riduzione nei costi di trasporto e di comunicazione. Globalizzazione non è solamente il restringersi del preesistente vasto mondo di nazioni diverse e distanti in un piccolo “villaggio”, unito da mezzi di comunicazione in tempo reale, né essa è meramente costituita dalle energie centripete di un unico mercato globale interconnesso da internet e da telefono e televisione satellitari. Globalizzazione non è neppure solo l’aumento geometrico degli investimenti diretti dall’estero e del commercio internazionale. Sebbene la globalizzazione sia tutte queste cose5, vi è in essa anche una dimensione interiore: la globalizzazione ha cambiato anche il modo di pensare e di concepirsi delle persone, in modo nuovo, diverso, globale6. Questo è un passo importante in direzione della solidarietà, perché gli essere umani sono creature “globali”, membri di uno stesso corpo, ogni parte al servizio di ogni altra parte7. Il nostro è quindi un tempo favorevole a chi si impegna nella solidarietà e sfavorevole, al contrario, per chi si concepisce come una monade isolata. Se un cattolico non si sente fiducioso in un’epoca di globalizzazione, a che serve il termine “cattolico”, che è un altro modo per esprimere il concetto di “globale”? In fondo l’esigenza della globalizzazione iniziò con il comandamento «Andate e predicate il Vangelo a tutte le genti», che impose alla cristianità di vedere tutti gli uomini come un unico popolo di Dio. La globalizzazione è l’ambiente naturale della fede cattolica.
La soggettività della società
Il tema della soggettività in Giovanni Paolo II scaturisce dalle riflessioni del Papa su ciò che rende la persona umana diversa da qualsiasi altra creatura8. Cosa è una persona umana? E come si potrebbe spiegare la sua vera natura a un marxista, a un materialista che pensa all’uomo solo come parte di un sistema sociale, come membro di una collettività? I marxisti riducono l’uomo alle sue relazioni sociali9, ed è qui che Papa Wojtyla scopre che i metodi fenomenologici aggiungono una nuova dimensione al tomismo, una dimensione di interiorità e di analisi psicologica più vicine alla realtà vissuta10. Per porre la questione in breve, chiunque abbia un animale domestico sa che gli animali “si comportano” e non possono fare altro che seguire le leggi della loro natura. I nostri bambini non “si comportano” sempre, ma immaginano anche il proprio futuro, inventano nuovi progetti e nuove traiettorie per il loro sviluppo personale: in parte inventano se stessi e, nel lungo termine, diventano responsabili di ciò che saranno. I bambini devono imparare a riflettere, a scegliere, a decidere, a prendere iniziative e ad aumentare la responsabilità per le proprie azioni. A differenza degli animali, possono scegliere di andare contro le leggi della propria natura o possono scegliere di seguirle. Per riassumere, dove gli altri animali si comportano, l’uomo agisce, la persona umana è la persona che agisce11. Giovanni Paolo II cominciò a usare questo schema concettuale nella sua prima enciclica, Laborem exercens (1981) e ancora nella Sollicitudo rei socialis (1987), contrastando la visione dell’uomo come ingranaggio di una macchina, una parte di una collettività, con un chiaro «diritto all’iniziativa economica privata»12. Nel periodo in cui scrisse la Centesimus annus, il Papa era giunto a distinguere tra «soggettività della società» e «soggettività della persona », entrambe cancellate dal «socialismo reale», arrivando infine a considerare la capacità creativa della persona come la causa della ricchezza delle nazioni e la forma più importante di capitale dal punto di vista economico13. Questo concetto permise al Santo Padre di parlare di solidarietà in termini di responsabilità e iniziativa individuale e, parallelamente, il concetto di solidarietà gli permise di parlare della persona in termini di communio universale. Senza l’unità della persona non vi è genuina comunione, senza comunione non vi è completezza della persona. Senza solidarietà, la soggettività degenera in un individualismo senza limiti, senza soggettività, la solidarietà degenera in un informe collettivismo senza intelligenza. Per noi, afferrare la complementarità tra questi due strumenti concettuali è più facile di quanto fosse per le precedenti generazioni, dato che abbiamo sperimentato gli eccessi del collettivismo e dell’individualismo e siamo passati attraverso il fallimento sia del materialismo socialista che di quello liberale.
Sussidiarietà
Contemporaneamente al rapido imporsi della globalizzazione, è sorta potentemente anche la domanda per una maggiore autonomia locale e per un più forte ruolo delle istituzioni e associazioni intermedie. In altre parole, lo Stato nazionale è sottoposto a grandi pressioni, sia dall’esterno che dal suo interno. Queste pressioni sono sentite in modo intenso dato che, almeno dai tempi di Hegel, si è pensato allo Stato nazionale come l’incarnazione mitica dello Spirito dell’intero popolo. Si può leggere la storia degli ultimi due secoli come affermazione del mito dello Stato benevolo, che si prende cura del suo popolo come una bambinaia dei suoi bambini, rendendoli sicuri e felici. Ogni dittatore si è impadronito di questo mito, presentandosi come la personificazione del “Volere popolare”. Il XX secolo è stato prevalentemente la storia dello Stato nazione a danno di ogni altra istituzione (famiglia, Chiesa, associazioni intermedie). Lo Stato nazione si è comunque dimostrato inadeguato: ha promesso troppo e mantenuto poco, e le forti pressioni interne ed esterne stanno facendo esplodere i miti su cui si fonda. Si rende quindi necessario un profondo ripensamento dell’intera questione, e in tempi rapidi. La necessità di questo ripensamento diventa evidente nella dimensione internazionale, ma occorre anche prestare molta attenzione alla dimensione intranazionale, cioè alla vitalità delle istituzioni dentro i singoli stati, che negli ultimi cento anni sono state represse e spesso cancellate da stati iperattivi. La difesa delle associazioni civili da parte della Chiesa risale almeno alla difesa di Innocenzo IV di quelle “corporazioni” indipendenti dallo Stato, come città, capitoli di cattedrali, gilde14 e a Tommaso d’Aquino all’Università di Parigi, con la sua difesa dei diritti umani degli appartenenti agli ordini mendicanti15. La dottrina cattolica sulla sussidiarietà sembra comunque avere ricevuto una forte spinta dagli esperimenti di svizzeri e americani su confederazione e federalismo: Lord Acton ha identificato nel federalismo, che è una forma di sussidiarietà, uno dei più grandi risultati nella storia della libertà16. Le decisioni prese vicino al concreto tessuto della realtà e agli immediati interessi di chi le prende hanno maggiore probabilità di risultare concretamente intelligenti rispetto a quelle stabilite a un livello più alto, più distante e più astratto. La saggezza concreta richiede il coinvolgimento e la conoscenza dell’esperienza, quel tipo di conoscenza che Jacques Maritain chiamava «conoscenza per connaturalità», una conoscenza per «seconda natura»17. La stessa Chiesa cattolica, come corpo universale la cui vita quotidiana è intrinsecamente concreta e immediata, immersa nelle lingue e nelle culture locali, è una personificazione storica del principio della sussidiarietà. Il Dio di Abramo, Giacobbe e Gesù non è astratto, ma si identifica con una storia concreta e, tuttavia, rimane universale e creatore di tutte le cose. I vescovi sono la personificazione della saggezza concreta delle loro Chiese locali, pur essendo in comunione con Pietro e tutte le altre Chiese locali.
Spezzare le catene della povertà
Accanto a queste discussioni dottrinali, è bene ricordare il compito fondamentale di organizzare le nostre istituzioni in modo tale che tutti i poveri possano uscire dalla povertà. Negli ultimi centocinquant’anni abbiamo fatto straordinari passi in questa direzione e, secondo gli economisti, il miglioramento nelle condizioni di vita è stato il più rilevante dall’inizio dei tempi. Tuttavia, ancora centinaia di milioni di persone vivono con uno o due dollari al giorno, e anche se la loro longevità è senz’altro maggiore, le loro condizioni di vita sono ancora irragionevolmente dure. Ormai sappiamo abbastanza su come creare nuova ricchezza in modo sistematico, intere nazioni sono uscite da un simile livello di estrema povertà negli ultimi cinquant’anni: perciò la povertà di questi milioni di persone è scandalosa e ci deve rendere vergognosi e determinati a cambiare la situazione. L’educazione è la condizione sine qua non per lo sviluppo economico, perché niente potrà ridurre la povertà più che un deciso incremento del capitale umano. All’educazione occorre però aggiungere anche la creazione di posti di lavoro, ma non ci possono essere nuovi lavoratori se non ci sono nuovi datori di lavoro, cioè nuove iniziative imprenditoriali. La creazione di un ambiente, di un sistema legale, di un sistema bancario favorevoli alla nascita di molte nuove piccole imprese è la questione che urge ai fini della liberazione dei poveri. La nascita di imprese dipende dall’esercizio della creatività e dal desiderio di servire gli altri, che il Creatore ha instillato in ogni uomo e ogni donna. Come spesso accade, le donne eccellono nell’avviare nuove piccole imprese. Piuttosto che distribuire pane ai poveri è meglio aiutarli ad aprire forni e altre aziende, attraverso le quali possano servire altri, come mezzo per provvedere alle proprie famiglie, in modo indipendente, onesto e dignitoso18. Non vi è alcun altro sistema per portare i poveri nel «circolo dello sviluppo»19. Attraverso il loro lavoro, quelli che attualmente sono i poveri potranno, come gli altri, mostrare nelle loro vite il primato dello spirito, della solidarietà, della soggettività della società e della sussidiarietà, e vivranno la loro vocazione come cristiani e cittadini responsabili in società libere e prospere. Così potranno anche portare davanti all’altare del Signore «il pane che la terra ha dato e che le mani dell’uomo hanno fatto».
Note e indicazioni bibliografiche
1 Ioannes Paulus P.P. II, Esortazione apostolica post-sinodale «Ecclesia in America», Città del Messico 22 gennaio 1999, n. 56: «Senza riferimenti morali si cade nella bramosia illimitata della ricchezza e del potere, che offusca ogni visione evangelica della realtà sociale. Non di rado, questo porta alcune istanze pubbliche a trascurare la situazione sociale. Sempre più, in molti Paesi americani, domina un sistema noto come “neoliberismo”; sistema che, facendo riferimento a una concezione economicista dell’uomo, considera il profitto e le leggi del mercato come parametri assoluti a scapito della dignità e del rispetto della persona e del popolo. Tale sistema si è tramutato, talvolta, in giustificazione ideologica di alcuni atteggiamenti e modi di agire in campo sociale e politico, che causano l’emarginazione dei più deboli». 2 Ioannes Paulus P.P. II, Centesimus annus, Roma 1 maggio 1991, n. 32. 3 Leone P.P. XIII, Rerum novarum, Roma 15 maggio 1891, nn. 11, 16, 17, 19, 27, 45. 4 Ioannes Paulus P.P. II, Sollicitudo rei socialis, Roma 30 dicembre 1987, n. 38. 5 Vedi la discussione in Human Development Report 1999, United Nations Development Programme (Undp), New York 1999, p. 3 e p. 26. 6 T. Friedman, The Lexus and the Olive Tree, Farrar, Straus & Giroux, New York 1999, pp. 8-9. 7 Ioannes Paulus P.P. II, Centesimus annus, cit., nn. 10, 32, 33. 8 Sul pensiero filosofico di Wojtyla, si veda il mio articolo The Philosophy of John Paul II in «America», October 1997, e la discussione in G. Weigel, Witness to Hope, Harper& Row, New York 1999. 9 Ioannes Paulus P.P. II, Centesimus annus, cit., n. 13. 10 Si vedano «Thomistic Personalism» e «The Person: Subject and Community» entrambi in: K. Wojtyla, Person and Community, Peter Lang, New York 1993, traduz. T. Sandok, pp. 165-177 e pp. 219-261 rispettivamente. 11 K. Wojtyla, The Acting Person, Reidel, Dordrecht 1979. 12 Ioannes Paulus P.P. II, Sollicitudo rei socialis, cit., n. 15. 13 Ioannes Paulus P.P. II, Centesimus annus, cit., nn. 13-14. 14 R. Collins, Weberian Sociological Theory, Cambridge University Press, Cambridge 1986, pp. 51-52. 15 San Tommaso d’Aquino, Contra impugnantes Dei cultum et religionem (1256). San Tommaso presenta qui la prima difesa conosciuta delle associazioni, citata da Leone XIII nella Rerum novarum (n. 37) come il locus classicus sulle associazioni. Vedi anche la conferenza tenuta da R. Hittinger nel luglio 1998 al «Summer Institute» di Cracovia. 16 Vedi «The Influence of America» in Essays in the History of Liberty, Selected Writings of Lord Acton, J. Rufus Fears, Liberty Classics, Indianapolis 1985, pp. 198-212. 17 J. Maritain, Man and State, University of Chicago Press, Chicago 1951, p. 91; vedi anche Approaches to God, Greenwood Publishing Group, Westport 1978. 18 Ioannes Paulus P.P. II, Centesimus annus, cit., n. 32. 19 Ibid., n. 34.