La sfida principale che la comunità internazionale deve affrontare oggi è fare in modo che la globalizzazione rappresenti una forza positiva per tutta l’umanità, poiché, sebbene offra importanti opportunità, attualmente i vantaggi che apporta, così come gli oneri che impone, sono ripartiti in maniera iniqua. L’operato dell’UE nel campo dello sviluppo si inserisce dunque in una logica di migliore controllo della globalizzazione. A seguito delle proposte della Commissione, nel dicembre 2005 l’UE ha deciso - per la prima volta in cinquant’anni di cooperazione - di far convergere gli stati membri attorno a valori, principi e obiettivi condivisi, attraverso un documento comune. In tal modo - per la prima volta in cinquant’anni - verrebbe definito un ambito di principi condivisi, all’interno del quale i venticinque stati membri potrebbero attuare le proprie politiche di sviluppo in uno spirito di complementarietà, così che la politica di sviluppo dell’Unione verrebbe applicata a tutti i Paesi in via di sviluppo nel mondo. Per la prima volta in cinquant’anni, essa diventerebbe l’ambito di principi di collaborazione per i venticinque stati membri e la Commissione. Occorre valutare bene l’importanza politica che assumerà una tale dichiarazione comune, soprattutto in un contesto di allargamento dell’Unione: dieci nuovi stati membri, fino a poco tempo fa percettori di aiuti, diventano a loro volta donatori e accedono immediatamente a una visione comune, europea, dello sviluppo. La nostra ambizione è quella di dare vita a un’autentica strategia comune dello sviluppo. L’Unione europea rappresenta oggi il principale donatore a livello mondiale: 36 miliardi di euro nel 2004, pari al 56% dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps) mondiale. La governance rappresenta una delle chiavi dello sviluppo, sia nella sua dimensione politica che in quella economica, e la maggioranza di noi ne ha fatto una priorità del proprio operato. È una necessità assoluta, ma non è priva di rischi e l’armonizzazione in questo campo è decisamente importante. Possiamo avere opinioni divergenti su alcuni aspetti della governance, ma queste divergenze non sembrano così profonde da generare un sistema di strati aggiuntivi e scoordinati di disposizioni successive e disparate, se non addirittura contraddittorie. L’importante è quindi non partire in ordine sparso. Una buona governance e le riforme che essa implica giustificano un dialogo innanzitutto tra noi, donatori, e poi con i Paesi percettori. Occorre fornire risposte graduali, proporzionate e adatte, altrimenti la situazione per i nostri partner sarà sempre più ingestibile. D’altronde, i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di aiuti maggiori, ma anche più flessibili e più prevedibili. Questa combinazione tra prevedibilità e flessibilità del sostegno è difficile, ma necessaria. Va riconosciuto che attualmente esiste un problema nelle nostre iniziative: noi concediamo sia sostegni progettuali, una forma di aiuto piuttosto prevedibile ma non flessibile, sia finanziari, una forma di aiuto flessibile ma meno prevedibile. Purché si possa dare una risposta a questo problema della prevedibilità, personalmente sono un fervente sostenitore degli aiuti finanziari, ogni volta che le condizioni li permettano. I venticinque stati dell’Unione si sono accordati su una proposta di aumento dei loro budget di aiuti allo sviluppo pari a 20 miliardi di euro in più nel 2010. L’Unione europea, già di gran lunga il primo donatore al mondo e principale partner commerciale dei Paesi poveri, con le decisioni adottate, intende assumersi integralmente le proprie responsabilità. Questa storica decisione si è resa necessaria, se vogliamo realizzare e raggiungere gli Obiettiv iper lo sviluppo del millennio1. A Monterrey2 ci siamo assunti degli impegni per il 2006. Questi impegni saranno rispettati e persino superati. Abbiamo fissato un calendario e degli obiettivi precisi: 0,56% per il 2010 e 0,7% per il 2015. Lo sviluppo è un dovere costante di libertà e ne consegue che occorre comportarsi come attori impegnati e cittadini del mondo. Concludo citando un grande uomo, Nelson Mandela, che recentemente ha dichiarato: «Sradicare la povertà non è un gesto di carità, è un atto di giustizia. Significa tutelare un diritto fondamentale, il diritto alla dignità e a una vita decente. Fintanto che esisterà la povertà, non vi sarà una vera libertà».
Note
1 Vedi nota 1 a pag 20. 2 Nel 2002 a Monterrey, in Messico, si è tenuta un’importante conferenza delle Nazioni Unite sul finanziamento dello sviluppo. A seguito della conferenza, che ha prodotto un importante documento finale (il cosiddetto Monterrey Consensus), l’Unione Europea si è impegnata ad aumentare la percentuale dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps) rispetto al Pil allo 0,39% nel 2006 e allo 0,56% nel 2010, in modo da raggiungere lo 0,7% nel 2015, così come stabilito dagli Obiettivi per lo sviluppo del millennio.