ATLANTIDE: Secondo Lei quale è il sistema di welfare più adatto al nostro Paese?
Luigi Angeletti,
Segretario Generale UIL
Chiariamo, intanto, che la crisi del modello di Stato sociale nato dalle esperienze delle socialdemocrazie europee non comporta affatto lo smantellamento del welfare così come lo abbiamo conosciuto. Uno degli errori che bisogna assolutamente evitare è quello di rispondere a una situazione di crisi economica puntando a risparmiare sul welfare. È una scorciatoia troppo comoda, un processo difensivo che prelude all’arretratezza. Al contrario, bisogna creare le condizioni per la crescita del sistema: questo meccanismo positivo genererà poi le risorse necessarie. Ciò detto, in realtà, il problema da affrontare è un altro. La nostra società e il nostro mondo del lavoro, in questo ultimo ventennio, hanno subito cambiamenti epocali. Emerge dunque la necessità di un nuovo welfare, che trovi una configurazione coerente con i nuovi bisogni e le nuove incertezze tipiche di una società in trasformazione. Ci sono, soprattutto per milioni di giovani, esigenze diverse da quelle dei loro padri, e aspettative dominate dalla preoccupazione del futuro, a cui occorre dare risposte concrete per consentire un’organizzazione della vita individuale, ma anche di coppia, adeguata alla nuova realtà. Quello della costruzione di un nuovo welfare, modellato sui nuovi lavori e sui nuovi bisogni, diventa un impegno improrogabile.
Raffaele Bonanni,
Segretario Generale CISL
I nostri riferimenti valoriali sono per un welfare che miri ad affermare eguaglianza, dignità sociale e partecipazione. Qualsiasi riforma non può prescindere dalla centralità della persona e delle sue relazioni nella comunità, e dal pieno esercizio dei diritti di libertà civile e politica. In Italia è necessaria una rinnovata politica sociale, a partire dalla definizione dei nuovi livelli essenziali di assistenza sociale e del loro adeguato finanziamento, in modo da offrire un quadro di riferimento certo per la programmazione regionale e territoriale. Occorre mettere la famiglia al centro di tutte le politiche pubbliche, sostenendo la rete di relazioni e di rapporti che al suo interno si sviluppano. La costituzione di un fondo per le persone non autosufficienti, alimentato dalla fiscalità generale, diventa una componente essenziale di un nuovo welfare, assieme a forme di adeguamento delle pensioni da definire nel negoziato con le parti sociali, e facendo partire la previdenza integrativa, per garantire ai giovani un futuro certo.
Guglielmo Epifani,
Segretario Generale CGIL
Caratteristiche fondamentali per un rinnovato sistema di welfare dovrebbero essere l’universalità e l’esigibilità dei diritti sociali. Un sistema di welfare moderno che non si limiti a contenere o risarcire i danni e gli squilibri che l’attuale sviluppo produce, ma che sia capace di contrastare precarietà e insicurezza, di essere fattore attivo di uno sviluppo di qualità e socialmente sostenibile. È necessario inoltre che sappia rispondere alle nuove domande e ai nuovi bisogni che si presentano nelle società moderne: i flussi migratori, la frammentazione delle reti familiari, la discontinuità dei cicli di vita, la maggior presenza delle donne nel mercato del lavoro, il progressivo invecchiamento della popolazione.
ATLANTIDE: Lei è dell’opinione che una maggiore flessibilità del lavoro possa essere un fattore di ripresa dell’economia? Come si può evitare che la flessibilità si trasformi in precarietà e in mancanza di sufficiente protezione per i lavoratori?
Angeletti
Sono le buone politiche economiche che fanno crescere l’occupazione, e non il contrario, così come la flessibilità non può essere considerata una leva per la ripresa dell’economia: se questo è l’obiettivo, sono altri i fattori su cui bisogna puntare. L’economia si riprende se cresce la domanda interna, e questo è possibile solo se si stimolano i consumi, attribuendo maggiori risorse a lavoratori dipendenti e pensionati, attraverso una politica contrattuale e una politica fiscale redistributiva che facciano crescere i salari reali. La flessibilità, invece, è un adattamento negoziato alle diverse fasi degli andamenti produttivi, e rappresenta un dato oggettivo, poiché oggi il mercato non è più condizionato dai produttori, bensì dai consumatori: non si vende più ciò che si produce ma si produce ciò che si vende. Non si deve confondere la flessibilità con la precarietà: la prima, se contrattata, è una condizione che può generare opportunità, la seconda è la conseguenza della mancanza di certezze, frutto di uno squilibrio nei rapporti di forza tra i soggetti titolari del rapporto di lavoro. La precarietà è l’assenza di diritti. È precario, per esempio, il lavoro sommerso, che può e deve essere sconfitto dando attuazione a una serie di misure che puntino da un lato a incrementare i controlli e, dall’altro, a isolare le aziende che lavorano in nero, non commissionando loro né prodotti né servizi. Certo, l’esigenza di flessibilità può anche determinare degli ibridi e quindi delle vere e proprie anomalie che sfociano nella precarietà. Il caso più clamoroso è stato quello dello sviluppo abnorme delle collaborazioni coordinate e continuative. Molti cosiddetti “co.co.co.” erano giovani che svolgevano mansioni identiche a quelle dei lavoratori dipendenti, non avendo però nessun diritto né tutela contrattuale. Oggi, grazie ad un capitolo della legge Biagi, fortemente voluto dal Sindacato, sono state poste le condizioni per far sparire questa contraddizione. Un’ultima considerazione: se si vuole limitare il ricorso al lavoro flessibile, è necessario che esso costi anche solo l’1% in più di quello stabile. Se si introduce una tale norma gli imprenditori utilizzeranno forme di lavoro flessibile solo in presenza di effettive esigenze di mercato.
Bonanni
È ormai opinione comune che funzionano meglio i mercati del lavoro in cui esiste una flessibilità governata dalle parti sociali, garantendo le giuste tutele, al di fuori del rapporto di lavoro, in termini di ammortizzatori sociali, sostegni al reddito, servizi, formazione continua, e incentivi per il reinserimento. In Italia invece la flessibilità è diventata solo una deroga alla rigidità del sistema, un modo per ridurre i costi delle aziende. Il lavoro flessibile dovrebbe essere retribuito in misura maggiore rispetto a quello stabile. Questa è una delle disfunzioni italiane. Occorre dare maggiori tutele al lavoro flessibile, aumentando i contributi, e costruendo le condizioni per stabilizzare il rapporto di lavoro attraverso i giusti incentivi fiscali e contributivi.
Epifani
La CGIL è protagonista di importanti accordi e di percorsi concertativi che intendono innovare il sistema produttivo e l’organizzazione del lavoro in modo flessibile, affinché siano più rispondenti alle stesse dinamiche dei mercati. Oggi, però, il concetto di flessibilità positiva, contrattata, che permette di far incontrare le esigenze del lavoratore o della lavoratrice con quelle delle imprese, è degenerato nella pratica sempre più frequente di precarizzazione dei rapporti e delle condizioni di lavoro, traducendosi in precarietà sociale, in riduzione della coesione sociale e in aumento dell’illegalità. Questa frammentazione del mercato del lavoro si accompagna a un’altrettanto rapida parcellizzazione dei modelli aziendali e della catena del ciclo produttivo e dei servizi. Entrambi questi fattori non favoriscono la ripresa economica e produttiva, impedendo o riducendo enormemente gli investimenti in ricerca, innovazione, incremento del sapere, oltre che penalizzare i medesimi lavoratori sul piano salariale e su quello delle tutele. Tornare a un concetto di flessibilità positiva significa rendere più forti le persone sia sul mercato del lavoro che sul lavoro, attraverso grandi investimenti in formazione, riportando “in correlazione” diretta la fatica e l’impegno nel lavoro con una retribuzione giusta, indipendentemente dal nome contrattuale, ed estendendo così lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Occorre poi garantire un nuovo sistema universale di ammortizzatori sociali e di tutele, fondato sul principio che il lavoro va difeso, e non reso più facilmente eliminabile in caso di difficoltà.
ATLANTIDE: Qual è la Sua opinione sulla cosiddetta legge Biagi?
Angeletti
La legge Biagi sta diventando oggetto di un dibattito più ideologico che concreto: è in vigore da troppo poco tempo per poter fare valutazioni in merito alla sua applicazione. Resto comunque dell’opinione che sarebbe un errore abrogarla, poiché significherebbe riportare in vita l’esercito dei “co.co.co.” Sono favorevole a un confronto diretto su quei punti della legge che andrebbero rivisti, partendo, ad esempio, dall’eliminazione di tipologie contrattuali che non trovano applicazione nella realtà. La legge Biagi, insomma, non va cancellata, ma può essere migliorata.
Bonanni
Come tutte le leggi contiene luci ed ombre. La riforma delle collaborazioni coordinate continuative è uno dei punti più importanti su cui abbiamo dato un giudizio positivo. Mancano però gli ammortizzatori sociali, uno Statuto dei lavori che assicuri tutele di base comuni per le diverse forme di contratto di lavoro. Rimane la necessità di sviluppare una gestione negoziale tra le parti, che restituisca all’autonomia collettiva un ruolo preminente. Quando interviene il legislatore vuol dire che le parti sociali sono state latitanti. Ecco perché non c’è bisogno di nuove leggi. La tutela dei lavoratori deve essere assunta nella contrattazione collettiva, dagli accordi tra sindacati e imprenditori.
Epifani
Partendo dalle precedenti considerazioni, è evidente che il nostro giudizio sulla legge 30 è completamente negativo, perché permette di portare alle estreme conseguenze un processo involutivo di precarizzazione del lavoro, concretizzando la filosofia dell’individualizzazione dei rapporti di lavoro, peraltro notevolmente ridimensionata dall’esercizio unitario della contrattazione collettiva. Chiediamo che si cambi strada. Andare oltre la legge 30 significa ribaltarne l’intera filosofia: vanno infatti cancellate tutte le norme che precarizzano il rapporto di lavoro e favoriscono la destrutturazione e l’impoverimento dell’impresa, vanno cancellate tutte le norme che indeboliscono la contrattazione collettiva, vanno ridotte le tipologie di contratti non a tempo indeterminato, puntando a una loro stabilizzazione e rendendole più onerose delle altre forme di lavoro. Sono dell’opinione che sarebbe bene per tutti riscrivere una nuova legge sul mercato del lavoro, per dare certezza alle imprese, risposte alle domande di lotta alla precarietà che avvertono i lavoratori e per avere un quadro organico, che oggi manca.
ATLANTIDE: Il sistema pensionistico è in discussione in molti Paesi, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, alla Scandinavia: come considera la situazione italiana? Ha particolari suggerimenti su questo tema per il nuovo governo?
Angeletti
Sarò molto netto su questo punto: è stato ampiamente dimostrato che il sistema previdenziale italiano è in equilibrio e, dunque, non occorre fare alcun intervento. Bisognerà solo eliminare il cosiddetto “scalone”, quello che determina l’innalzamento repentino di alcuni anni per l’età pensionabile, a partire dal 2008, e dare concretamente avvio, al più presto, alla previdenza integrativa.
Bonanni
In Italia abbiamo fatto riforme importanti nell’ultimo decennio, ma i criteri d’accesso al pensionamento anticipato previsti dal governo Berlusconi sono troppo rigidi. Lo “scalone” va eliminato. Occorre individuare una soglia, ovvero una quota derivante dalla somma dell’anzianità contributiva e dell’età anagrafica, raggiunta la quale sia possibile accedere al pensionamento d’anzianità. Bisogna avviare un graduale processo di armonizzazione della contribuzione pensionistica, con l’obiettivo di raggiungere un’aliquota previdenziale unica. Il punto centrale è però fare partire la previdenza integrativa, attraverso i fondi gestiti direttamente dalle parti sociali. È uno dei primi obiettivi che chiediamo al nuovo governo di realizzare.
Epifani
L’Italia ha già realizzato, nel corso degli anni Novanta, un processo di riforme in materia previdenziale, al quale guardano con interesse gli altri Paesi europei, in grado di coniugare equità e sostenibilità economica anche nel medio e lungo periodo. Quelle riforme vanno completamente attuate e va rafforzata la solidarietà interna al sistema. Lo spirito e le finalità della riforma pensionistica del ’95, basati sulla flessibilità in uscita per pensionamento e sul conseguente premio/penalizzazione nel rendimento in relazione all’età di uscita, sono però stati compromessi dalla legge delega 243/04 che irrigidisce in modo immotivato tutto il sistema. Al nuovo governo chiediamo di eliminare l’assurdo “scalone” che dal 2008 azzererà il pensionamento flessibile e volontario, e di anticipare il più possibile la reale entrata in vigore del sostegno alla previdenza complementare, recependo l’intesa delle ventitré organizzazioni sindacali e datoriali, condivisa anche dal Ministero del Welfare. Occorre inoltre intervenire sulla “adeguatezza” dei redditi pensionistici in due direzioni: verso i già pensionati (a partire dalle pensioni più basse), che subiscono da oltre dieci anni una continua e costante erosione del potere d’acquisto delle pensioni; e verso le parti più deboli del sistema, ossia i lavoratori e lavoratrici con carriere discontinue e a basso reddito, e i giovani che sono inseriti nel sistema di calcolo contributivo; occorre prevedere anche nuove forme di ammortizzatori sociali e di piena copertura previdenziale per i periodi di inoccupazione involontaria.
ATLANTIDE: La spesa sanitaria è parte sempre più importante della spesa pubblica; quali interventi dovrebbero essere approntati per renderla più efficiente, migliorando al contempo le prestazioni per il cittadino?
Angeletti
Intanto va ribadito un principio: lo Stato deve garantire a tutti i cittadini di poter contare su un sistema sanitario pubblico efficiente, per essere curati e assistiti nel migliore dei modi. In realtà, il discorso sulla sanità rientra nel ragionamento più complessivo sul welfare, che abbiamo già affrontato. Certamente si pone un problema di riduzione degli sprechi, di razionalizzazione della spesa farmaceutica, di efficienza delle strutture. Da parte nostra siamo disponibili a ragionare anche in una logica di incremento della produttività, a tutto vantaggio del miglioramento delle prestazioni per il cittadino.
Bonanni
Noi difendiamo il principio di universalità delle prestazioni sanitarie, ma il processo di riorganizzazione dei servizi sanitari sul territorio deve essere maggiormente sostenuto, razionalizzando meglio le risorse e migliorando le prestazioni e la qualità dei servizi. Siamo contro l’introduzione della devolution nella sanità, perché non si può avere una sanità “di serie A” nelle zone ricche e una “di serie B” nelle aree deboli del Paese. Ci vogliono forme di compensazione per garantire gli standard essenziali a tutti i cittadini italiani.
Epifani
Occorre dare piena attuazione alla legge di riforma del sistema integrato dei servizi, affinché la programmazione sanitaria e quella sociale siano strettamente correlate. Il sistema territoriale è l’elemento su cui operare una vera e propria svolta, rimanendo rigorosamente ancorati ai principi dell’attuale precetto costituzionale e non condividendo la legge di riforma della Costituzione votata dal precedente governo. Il punto critico della nostra sanità sta nella concezione ancora troppo ospedalocentrica, nella permanente carenza dei servizi dedicati alla prevenzione e alla riabilitazione, e in un’ancora insufficiente rete di interventi territoriali e distrettuali. Occorre poi la definizione di percorsi terapeutici capaci di garantire la continuità assistenziale delle cure dalla fase dell’acuzie clinica a quella postacuta, improntando la politica dei farmaci e della diagnostica al concetto di appropriatezza, mediante l’elaborazione di linee guida e protocolli diagnostico- terapeutici condivisi.
ATLANTIDE: Lei è d’accordo sul fatto che la famiglia costituisca tuttora un fattore fondante la nostra società? Quali azioni, di natura fiscale o di altro genere, dovrebbero essere intraprese per sostenerla maggiormente?
Angeletti
La famiglia è, indubbiamente, il cuore ed il motore della nostra società, non solo dal punto di vista strettamente sociale, ma anche economico. In questi ultimi anni, tuttavia, enormi sono state le difficoltà da superare, anche a causa di un ingiustificato aumento di prezzi e tariffe, che ha messo a dura prova i già magri bilanci familiari, in particolare quelli delle famiglie di pensionati e lavoratori dipendenti. I consumi si sono ridotti e l’economia ne ha risentito in maniera consistente. Ribadisco che occorre approntare politiche atte a generare una ridistribuzione della ricchezza, per ridare fiato alle famiglie italiane: è necessario che crescano i salari reali e le pensioni, e con essi il potere d’acquisto.
Bonanni
La famiglia deve essere messa al centro di tutte le politiche pubbliche, sostenendo positivamente la rete di relazioni e di rapporti che al suo interno si sviluppano. In Italia siamo molto indietro rispetto ad altri Paesi europei. Sono ancora molto scarse le misure a favore della famiglia; si dovrebbe ricorrere al parametro-famiglia per il fisco, i servizi sociali, l’organizzazione degli orari, i trasporti, l’istruzione, la casa. Bisognerebbe soprattutto sostenere la maternità, conciliare meglio i tempi di vita e quelli di lavoro, in modo da favorire l’occupazione femminile, sostenendo il carico di cure gravanti sulle famiglie attraverso un’adeguata politica di servizi per l’infanzia.
Epifani
Occorre insistere per una società nella quale servizi e organizzazione dei tempi della città e degli orari di lavoro facilitino le relazioni tra soggetti e nelle famiglie. Si devono perciò potenziare i servizi destinati al supporto del lavoro di cura, che ricade ancora oggi prevalentemente sulla figura femminile, per offrire un incentivo sia all’occupabilità delle donne che alla condivisione delle responsabilità familiari. Anche la politica fiscale deve essere di sostegno alle famiglie, in modo da rimodulare i sostegni economici in relazione alla composizione del nucleo familiare e alla condizione reddituale, e in modo da finanziare servizi capaci di ridare qualità al sistema di welfare, realizzando gli obiettivi di Lisbona, sia rispetto alle politiche per la prima infanzia (nidi e scuole dell’infanzia), sia rispetto alle politiche per gli anziani e per la non-autosufficienza.
ATLANTIDE: Cosa significa per Lei il principio di sussidiarietà e quale ruolo ha, o dovrebbe avere, nell’attività del Suo sindacato?
Angeletti
Il principio di sussidiarietà riguarda strettamene i rapporti tra Stato e società, li regola e li definisce, in modo tale da non creare squilibri e invadenze inopportune, garantendo così una reale coesione sociale basata anche sul giusto rapporto tra globale e locale. Penso al principio di sussidiarietà, ad esempio, come ad un efficace aiuto per la costruzione di un nuovo sistema di welfare, in cui il sindacato può fare la sua parte. Ma è chiaro che la sussidiarietà, a cui è spesso affidato il prezioso e insostituibile compito di sopperire con l’iniziativa sociale ai ritardi della politica, non può diventare un alibi per chi dovrebbe far funzionare la macchina statale e amministrativa nel migliore dei modi. Occorre allora creare un efficiente sistema di sinergie, in nome degli interessi del cittadino, capace di valorizzare chi realizza la sussidiarietà e, al contempo, di recuperare un ruolo propositivo dello Stato.
Bonanni
Per un sindacato come la CISL, solidale e fondato sui valori della persona, la sussidiarietà non è che un modo per valorizzare la partecipazione responsabile dei cittadini all’organizzazione della società. Lo Stato da solo non ce la fa a svolgere tutte le funzioni: ha bisogno dell’aiuto dei corpi intermedi, di una società che si autoorganizza, che produce efficienza, solidarietà, servizi, crescita di tutta la comunità. Per noi si tratta di difendere e promuovere un assetto istituzionale che non solo riconosca, ma sostenga l’iniziativa delle forme organizzate della società civile, come si esprime nella sussidiarietà. Per questo siamo per il “no” al referendum confermativo della riforma costituzionale. Sono le autonomie sociali, ricche della responsabilità diretta della società civile organizzata, che devono costruire e alimentare il nuovo federalismo solidale.
Epifani
Sussidiarietà significa prima di tutto capacità di integrare le risorse, le esperienze e le capacità del pubblico e del privato, per realizzare una rete di servizi qualificati nella quale si possa esprimere anche la possibilità di scelta del cittadino. Per far ciò occorre un ruolo efficace e autorevole del pubblico, che consenta di integrare e valorizzare le esperienze del privato, profit e non profit, evitando, come oggi troppo spesso accade, che esse vengano utilizzate per comprimere i costi dei servizi o per ridurre gli adempimenti e le responsabilità del pubblico. Un positivo rapporto tra pubblico e privato può configurarsi attraverso regole rigorose per l’accreditamento, subordinato alla programmazione regionale e al possesso di requisiti di qualità e di appropriatezza delle prestazioni, evitando, in tal modo, costi pesanti alla collettività e realizzando l’integrazione del privato negli indirizzi definiti dalla programmazione regionale. Come sindacato non siamo interessati a gestire alcun servizio, né direttamente né indirettamente, ma lavoriamo perché possa estendersi il nostro ruolo nella contrattazione territoriale sulle politiche sociali; una contrattazione volta a identificare bisogni, percorsi, programmazione degli interventi, modalità di rapporto con l’utenza, vigilanza sulla qualità.